giovedì, maggio 21, 2015

 

Remember Iraqi Christians warns Bishops

By Christian Radio
Hannah Tooley

The Bishop overseeing displaced Christian families in the north of Iraq has called on all Christian groups to work as one to ensure Britain does not forget suffering believers in Iraq. 
Chaldean Archbishop Bashar Warda of Erbil made the plea to UK Christian leaders from Catholic, Oriental Orthodox and Anglican communities who were visiting the conflict zone.
Archbishop Warda said: "The needs are huge - the Church has achieved a lot here, but there is such a lot to do.
"Please remember us and please keep telling the story in churches, in the media and to your politicians - don't let them forget the Christians here and in the Middle East."
The visit was attended by Bishop Angaelos, General Bishop of the Coptic Orthodox Church in the UK, and Bishop William Kenney, Auxiliary Catholic Bishop of Birmingham, joined by the Anglican Bishop of Ebbsfleet Jonathan Goodall and Dr Michael Nazir-Ali, the former Anglican Bishop of Rochester.
Bishop Angaelos is the moderator of Churches Together in Britain and Ireland, and said the trip was a sign of solidarity with those had had been forced to flee their homes:
He said it: "was an opportunity for us to tell them that they were not forgotten, that they are in our hearts and in our prayers; that we are not just praying for them from the comfort of being in Britain, but that we are willing to go and stand side by side with them and pray with them, seeing where they live, listening to their experiences, and pledging to do the best we possibly can to help them."
"I was also inspired by their resilience, seeing that there is a lot of need, but also how much good work is being done for them."
Catholic charity Aid to the Church in Need organised the trip, which included visits to centres for displaced people in Erbil, as well as monasteries.

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Card. Sandri: in Iraq ho visto cristiani sofferenti ma pieni di fede

By Radiovaticana
Elvira Ragosta


E' sempre grave la condizione dei cristiani nelle aree di conflitto in Medio Oriente. A questo proposito sentiamo la testimonianza del card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, da poco rientrato da una missione in Iraq.

E’ stato per me un viaggio veramente molto significativo, perché ho potuto avvicinare la realtà della Chiesa cattolica in Iraq e la realtà di tanti cristiani e soprattutto di alcuni vescovi delle altre Chiese che vivono e che operano lì e ho potuto portare una parola di vicinanza e di incoraggiamento. Nonostante tutto quello che sta succedendo non bisogna far morire la speranza: bisogna tenerla sempre viva.

Lei ha incontrato anche molti profughi…
Ho visitato diverse case con profughi e ho potuto non solo portare una parola di conforto, ma soprattutto ho potuto apprendere da loro, vedere come loro - nonostante tante sofferenze - mantengano la serenità e la pace: vivono in condizioni precarie e in condizioni molto elementari, ma piene di fede e di speranza. Vedere certi cattolici, cristiani, siro-cattolici sfollati di Qaraqosh di Mosul che vivono con le loro famiglie, con dignità, con povertà, con austerità è veramente un esempio per tutti noi.
Cosa le chiedevano queste persone come prima cosa?
La loro vita era una parola, una richiesta di aiuto, di solidarietà da parte di tutto il mondo e in particolare del mondo cattolico. 

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Mosul: continua la distruzione delle chiese

By Baghdadhope*




Le immagini valgono più delle parole.
Il sito Ankawa.com ha riportato le immagini messe in rete dallo Stato Islamico relative alla sistematica distruzione della croce che adornava la facciata della chiesa siro ortodossa dell'Immacolata nel quartiere Al Shefaa.
Secondo il sito le immagini sarebbero recenti anche se già lo scorso anno lo stesso sito aveva riportato la notizia della distruzione della stessa croce.
In fondo non importa sapere se sia stata distrutta allora o recentemente. Certo è che le immagini affevoliscono la speranza di un eventuale ritorno della popolazione cristiana di Mosul.

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«Prego per l'Is, Dio cambi i loro cuori»

By Avvenire
Arturo Celletti

Non c’è emozione negli occhi di monsignor Petros Mouche. Il suo racconto è asciutto. Senza aggettivi. Senza pause. È la cronaca di un martirio. È la fotografia di un genocidio. «A Mosul nel 2003 i cristiani erano 50mila, nel 2014 tremila, oggi non ce n’è più nemmeno uno». Una pausa leggera. Poi Mouche, dal 2011 Arcivescovo siro-cattolico di Mosul, ripete quell’ultimo dato e lo arricchisce di un’annotazione che fa pensare: «Ufficialmente non ce n’è più nemmeno uno e il mondo non ha ancora capito».
Parla in francese e, di tanto in tanto, stringe il grande crocifisso di ferro che porta al collo legato a una lunga catena. È la storia di una persecuzione. Di donne cristiane che si coprono il capo con il velo per confondersi con le donne musulmane. Di sacerdoti uccisi. Monsignor Mouche li ricorda sottovoce: monsignor Faraj Rahho, Arcivescovo caldeo a Mosul, rapito e ucciso nel 2008; padre Ragheed Ganni ucciso un anno prima perché si era rifiutato di chiudere la chiesa di cui era parroco. La prima domanda al sacerdote è netta, provocatoria: odia i miliziani dell’Is, odia i responsabili di questa persecuzione? «No, non li odio. Prego perché Dio possa cambiare il loro cuore. Il cuore dei miliziani dello Stato islamico».
Un’altra pausa. «E prego anche perché i cristiani iracheni possano perdonare. Possano ritrovare la pace. E possano tornare a vivere e a pregare nelle loro terre».
Siamo a Trastevere, nel cuore di Roma, nella sede italiana di Aiuto alla Chiesa che soffre. Monsignor Mouche è qui perché i cristiani in Iraq «non possono essere abbandonati, perché hanno bisogno di un sostegno morale e materiale. Di donazioni e di media capaci di raccontare».
Per farlo parte da una data: la notte tra il 6 e il 7 agosto del 2014. Le milizie dell’Is occupano Qaraqosh, una città a nord dell’Iraq. Una città di cristiani. La città dove è nato settantadue anni fa. «Migliaia di famiglie hanno lasciato tutto. Anche io sono scappato portando via solo il passaporto. Abbiamo passato giorni per strada. Molti dormivano nei cortili delle chiese, molti nei palazzi abbandonati. La sofferenza si legava alla preghiera, il dolore alla fede».
E ora? «Sono passati dieci mesi è tutto è terribilmente complicato. La mia comunità soffre. Non ha cibo, non ha denaro, non ha assistenza sanitaria. E soprattutto non ha una terra. Una parte è dispersa in 57 luoghi diversi del Kurdistan. Ci vuole forza per andare avanti. Ci vuole fede».
Parla del suo impegno monsignor Mouche. Dei suoi sacerdoti «coraggiosi». Del suo girovagare tra i villaggi del Kurdistan per «tenere unita la sua comunità sempre più scoraggiata, sempre più senza una prospettiva ». Delle sue “trasferte” in Europa per reclamare attenzione e aiuti. «Tanti, troppi non riescono a immaginare un futuro. Il governo iracheno e quello curdo promettono che libereranno le nostre terre dall’Is. Ma i punti oscuri sono più di quelli chiari e la sfiducia spesso ha la meglio».
Una parola rimbomba nel salone sobrio della sede di Acs: Is. Ancora una volta interroghiamo l’Arcivescovo: che direbbe oggi a un miliziano dello stato islamico? «Nulla. Non gli direi nulla. Hanno fatto troppo male e posso perdonare, pregare per loro, non cercare o accettare un confronto». Il sacerdote racconta l’ultima telefonata con un dirigente dell’Is. «Io lo sfidavo: “Perché ci fate questo?”. Lui era netto, quasi spietato: “Potete convertirvi, potete pagare la jizya (la tassa imposta dalla maggioranza islamica ai non musulmani durante l’impero ottomano e reintrodotta dalle milizie islamiche, ndr) o potete andarvene”. Noi ce ne siamo andati e ora Qaraqosh non c’è più. Non c’è più la sua comunità siro cattolica».
Ancora una pausa questa volta più lunga. Poi con la testa tra le mani monsignor Mouche sussurra una frase: «Se non ci sarà più una Qaraqosh cristiana non ci sarà più il cristianesimo in Iraq».
C’è il perdono verso i misfatti dell’Is. ma c’è anche la voglia di ribellarsi. A febbraio Mouche ha visitato un campo di addestramento dell’Unità di protezione della Piana del Ninive e ha benedetto quei giovani che combattono contro lo Stato islamico. È la risposta? «La fede non ci impedisce di difenderci. Attaccare no, difendersi sì. E se torneremo i nostri ragazzi oggi addestrati dall’armata curda proteggeranno i nostri villaggi».
Tornare. Ripete quella parola quasi sillabandola. E intanto l’ultimo pensiero va a papa Francesco. «Tutti i suoi gesti, le sue parole, le sue scelte ci danno forza. Illuminano la nostra fede. E ci aiutano a credere che Qaraqosh si tornerà a pregare. Senza una Qaraqosh cristiana l’Iraq non ha più valore né per me né per i miei fedeli. E allora potremmo cercare un posto in un angolo di mondo dove vivere liberamente la nostra fede e ritrovare la nostra dignità e i nostri diritti. Un angolo nel mondo, e perché no di Europa». 

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Padre Jahola da Mosul: la vostra preghiera ci dà coraggio

By Avvenire
Giorgio Paolucci

n questi mesi decine di migliaia di cristiani iracheni hanno dovuto abbandonare le terre in cui erano nati, a causa delle violenze perpetrate dalle milizie dello Stato Islamico. Molti sono emigrati all’estero, molti altri hanno trovato rifugio in Kurdistan. Georges Jahola, sacerdote siro-cattolico della diocesi di Mosul, testimonia il loro desiderio di fare ritorno nelle case da cui sono stati cacciati. E chiede ai cristiani d’Occidente di avere più coraggio nel testimoniare il tesoro della fede che sostiene la speranza di una vita migliore. Una occasione sarà la Veglia di preghiera indetta dalla Cei per il 23 maggio

Guarda la videointervista


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Progetto educativo a favore dei giovani rifugiati cristiani fuggiti dal nord-Iraq

By Fides

Corsi di inglese, informatica e educazione fisica per le ragazze e i ragazzi cristiani iracheni che con le loro famiglie hanno trovato rifugio in Giordania, dopo essere fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive davanti all'avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico (IS). E' l'iniziativa messa in campo presso il Centro Nostra Signora della Pace di Amman, in collaborazione con Caritas Jordan, per rimediare, almeno parzialmente, all'allontanamento forzato dalle normali attività scolastiche che segna la condizione dei giovani rifugiati iracheni e rischia di avere ricadute negative anche sul loro equilibrio psicologico.
Il programma socio-educativo, sponsorizzato dalla Luogotenenza portoghese dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro, rappresenta una delle iniziative assistenziali sostenute dalla Chiesa locale a favore dei rifugiati iracheni.
“I cristiani iracheni che hanno trovato rifugio in Giordania sono circa ottomila - riferisce all'Agenzia Fides l'Arcivescovo Maroun Lahham, Vicario patriarcale per la Giordania del Patriarcato latino di Gerusalemme - e molti sono giunti nel Regno Hascemita senza niente, spogliati di tutto. Queste famiglie cristiane devono affrontare ogni giorno bisogni essenziali: acqua, cibo, medicine, abbigliamento. Gran parte di loro pensavano di poter presto emigrare verso altri Paesi dell'Europa o dell'America, ma ciò non sarà possibile se non in tempi molto lunghi. Questa prospettiva, con l'andare del tempo, è destinata a mettere in difficoltà dal punto di vista finanziario Caritas Jordan. E comunque, alla lunga, lo stato di emergenza non può non pesare negativamente anche dal punto di vista morale e spirituale su tanti nostri fratelli che senza un lavoro rischiano di vivere anni di vuoto esistenziale”.
In questo scenario – assicurano le fonti ufficiali del Patriarcato latino - il progetto educativo iniziato per servire i giovani rifugiati iracheni in età scolare sta registrando risultati positivi anche dal punto di vista psicologico, aiutando molti ragazzi e ragazze a riconquistare fiducia nei confronti del futuro.

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Monsignor Warduni (Baghdad) "Grati per la veglia di preghiera perchè solo la fede e la preghiera possono aiutarci"

By Baghdadhope*

"Le cose vanno sempre peggio"
Con queste parole Mons. Shleimun Warduni, vicario patriarcale caldeo di Baghdad ha commentato in un'intervista a Baghdadhope l'attuale situazione irachena.

"C'è molta paura nel paese e nella capitale. Ramadi, la città presa dal Da'ash (Stato Islamico) è vicina a Baghdad più di quanto lo fosse Tikrit e la paura aumenta, complice le notizie a volte vere ed  a volte false o esagerate che si diffondono tra la gente. Arriveranno? Non arriveranno? Nessuno lo sa ma certo la prospettiva terrorizza"
Almeno nella capitale i cittadini si sentono protetti dalle forze governative?
"Il governo fa quello che può ma certo le divisioni al suo interno non aiutano a fare sentire la popolazione protetta."
Qualcuno dice che con la fine dell'anno scolastico tra pochi giorni si assisterà ad un nuovo esodo dei cristiani dal paese. Avete sentore di tale possibilità?
"Ogni anno è così. Ancora non si sa nulla ma certo è già successo che la fine della scuola spinga molti a fuggire. Certo chi decide di farlo non ha vita facile. I visti per l'Occidente non vengono rilasciati e non resta che rifugiarsi nei paesi arabi limitrofi che però hanno molti problemi e non garantiscono nulla o quasi nulla ai profughi."
"Non ci sono dati precisi ma migliaia di cristiani hanno ormai lasciato Baghdad negli anni scorsi. Qui manca ancora l'erogazione continua dell'elettricità, il lavoro, la sicurezza; se ne parla poco ma ci sono ancora i kamikaze che si fanno esplodere uccidendo innocenti, i rapimenti, le bande. Se a tutto ciò si aggiunge la paura del Da'ash, di queste persone senza coscienza, senza religione e senza Dio, si capisce come sia difficile vivere in un tale contesto."
Monsignore, sabato 23 maggio è stata indetta dalla Conferenza Episcopale Italiana una veglia di preghiera per i cristiani perseguitati....
"Tutto ciò che si fa per favorire la pace è buono, specialmente la preghiera perchè solo Dio può aiutarci a questo punto. Solo chiedere a colui che ha detto "Chiedete e vi sarà dato", la grazia della pace e della sicurezza può darci una speranza. Noi ringraziamo il Santo Padre per le sue parole di affetto, vicinanza ed incoraggiamento, ringraziamo la Conferenza Episcopale Italiana e tutte le realtà che si uniranno alla preghiera per noi e per tutti i cristiani perseguitati nel mondo. Cercheremo di organizzare qualcosa anche qui in Iraq ma certo qui è tutto più complicato. Faremo però il possibile perchè la preghiera e la fede sono le nostre armi contro la violenza ed ad esse ci appelliamo."      

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mercoledì, maggio 20, 2015

 

Bishop Dobbs: U.S. State Department Denies Visa for Assyrian Christians in Iraq Who Face Imminent Threats from ISIS

Isaiah Narciso

The U.S. State Department may have sent a signal to an Anglican bishop in Iraq that despite persecution and harassment from the terror group known as ISIS, Christians in that country will not find any support from the United States government.
According to Faith J.H. McDonnell of Philos Project, the Rt. Rev. Julian M. Dobbs, bishop of the Diocese of CANA East (Convocation of Anglicans in North America), revealed that part of U.S. foreign policy during an interaction with the State Department's Bureau of Population, Refugees and Migration (PRM). Dobbs made his case to the State Department on behalf of a group of Assyrian Christians who are desperate to leave northern Iraq.
"There is no way that Christians will be supported because of their religious affiliation," the State Department said.
McDonnell reported that the Assyrian Christians received both the permission and blessing from their own bishop to leave Iraq. Until recently, church leaders in the region have urged Christians to stay in the Middle East; now they have concluded that their chances of survival are much better if they left.
"Christianity in Iraq is going through one of its worst and hardest stages of its long history, which dates back to the first century," Archbishop Bashar Warda of Erbil said. "Throughout all these long centuries, we have experienced many hardships and persecutions, offering caravans of martyrs. Yet 2014 brought the worst acts of genocide against us in our history."
Warda added that "Christianity as a religion and as a culture from Mesopotamia [ancient Iraq]" now faced "extinction" due to the ongoing threat posed by ISIS.
McDonnell elaborated on the plight of Christians and other minorities in the region since ISIS took over the Iraqi city of Mosul in June 2014.
"Christians, Yazidis, Mandeans and others were targeted for destruction, and within just the first week of ISIS' occupation, more than 500,000 people fled the city," McDonnell wrote. "The homes of Christians were marked with the Arabic letter 'nun,' standing for Nazarene. Christians were threatened with death if they did not convert to Islam, pay jizya and live as a subjected people - 'dhimmi' - or flee immediately."
According to McDonnell, Christians have even been threatened by some Muslims in the refugee camps run by the UN Refugee Agency, or UNHCR. However, the State Department has refused to resettle affected Assyrian Christians in the United States.
"Donors in the private sector have offered complete funding for the airfare and the resettlement in the United States of these Iraqi Christians that are sleeping in public buildings, on school floors, or worse," McDonnell wrote. "But the State Department - while admitting 4,425 Somalis to the United States in just the first six months of FY2015, and possibly even accepting members of ISIS through the Syrian and Iraqi refugee program, all paid for by tax dollars, told Dobbs that they 'would not support a special category to bring Assyrian Christians into the United States.'"
McDonnell contended that the United States government made it clear religious affiliation does not mean support for Christians in the region in the form of asylum.
"The State Department, the wider administration, some in Congress and much of the media and other liberal elites insist that Christians cannot be given preferential treatment," McDonnell wrote. "Even within the churches, some Christians are so afraid of appearing to give preferential treatment to their fellow Christians that they are reluctant to plead the case of their Iraqi and Syrian brothers and sisters."
Such treatment by the State Department has even extended to Christian leaders in Iraq. According to a report on Fox News, the agency recently reversed a decision that denied a visa for an Iraqi Catholic nun who wanted to inform Americans of the persecution directed by ISIS against Christians.
"Sister Diana Momeka is a leading representative of the Nineveh Christians who have been killed and chased from their homes in and around Mosul by ISIS," Fox News wrote. "Momeka, who has been likened to Mother Teresa for her work with the poor and persecuted, was turned down, she said, because she was 'internally displaced' in Iraq, and deemed a risk to stay in the U.S., where she once lived and studied for six years."
McDonnell reported that the nun was able to testify in a full committee hearing before the House Committee on Foreign Affairs on May 13. However, the State Department refused to comment on the decision.
"All visa applications are adjudicated on a case-by-case basis in accordance with the requirements of the Immigration and Nationality Act and other applicable laws," a State Department spokesman told Fox News.
Johnnie Wolfe
, author of the book "Defying ISIS," told Fox News that he advocated for Sister Diana when her visa was initially denied.
"People across the country raised a voice, including members of Congress and Senators, to put enormous pressure to change the decision. I'm glad she will be able to come and speak to leaders and the press, but it's frustrating that it took thousands of Americans reacting in a significant way to make a sensible thing happen," Wolfe said.
The U.S. State Department may have sent a signal to an Anglican bishop in Iraq that despite persecution and harassment from the terror group known as ISIS, Christians in that country will not find any support from the United States government.
According to Faith J.H. McDonnell of Philos Project, the Rt. Rev. Julian M. Dobbs, bishop of the Diocese of CANA East (Convocation of Anglicans in North America), revealed that part of U.S. foreign policy during an interaction with the State Department's Bureau of Population, Refugees and Migration (PRM). Dobbs made his case to the State Department on behalf of a group of Assyrian Christians who are desperate to leave northern Iraq.
"There is no way that Christians will be supported because of their religious affiliation," the State Department said.
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McDonnell reported that the Assyrian Christians received both the permission and blessing from their own bishop to leave Iraq. Until recently, church leaders in the region have urged Christians to stay in the Middle East; now they have concluded that their chances of survival are much better if they left.
"Christianity in Iraq is going through one of its worst and hardest stages of its long history, which dates back to the first century," Archbishop Bashar Warda of Erbil said. "Throughout all these long centuries, we have experienced many hardships and persecutions, offering caravans of martyrs. Yet 2014 brought the worst acts of genocide against us in our history."
Warda added that "Christianity as a religion and as a culture from Mesopotamia [ancient Iraq]" now faced "extinction" due to the ongoing threat posed by ISIS.
McDonnell elaborated on the plight of Christians and other minorities in the region since ISIS took over the Iraqi city of Mosul in June 2014.
"Christians, Yazidis, Mandeans and others were targeted for destruction, and within just the first week of ISIS' occupation, more than 500,000 people fled the city," McDonnell wrote. "The homes of Christians were marked with the Arabic letter 'nun,' standing for Nazarene. Christians were threatened with death if they did not convert to Islam, pay jizya and live as a subjected people - 'dhimmi' - or flee immediately."
According to McDonnell, Christians have even been threatened by some Muslims in the refugee camps run by the UN Refugee Agency, or UNHCR. However, the State Department has refused to resettle affected Assyrian Christians in the United States.
"Donors in the private sector have offered complete funding for the airfare and the resettlement in the United States of these Iraqi Christians that are sleeping in public buildings, on school floors, or worse," McDonnell wrote. "But the State Department - while admitting 4,425 Somalis to the United States in just the first six months of FY2015, and possibly even accepting members of ISIS through the Syrian and Iraqi refugee program, all paid for by tax dollars, told Dobbs that they 'would not support a special category to bring Assyrian Christians into the United States.'"
McDonnell contended that the United States government made it clear religious affiliation does not mean support for Christians in the region in the form of asylum.
"The State Department, the wider administration, some in Congress and much of the media and other liberal elites insist that Christians cannot be given preferential treatment," McDonnell wrote. "Even within the churches, some Christians are so afraid of appearing to give preferential treatment to their fellow Christians that they are reluctant to plead the case of their Iraqi and Syrian brothers and sisters."
Assyrian Christians
Anna Enwia of Detroit chants ''Save our people. Free our land. Jesus is our savior. Stop ISIS now…'' at a rally Friday afternoon at Daley Plaza where Assyrian Christians are protesting their treatment in Iraq and Syria. Michael Schmidt/Sun-Times
Such treatment by the State Department has even extended to Christian leaders in Iraq. According to a report on Fox News, the agency recently reversed a decision that denied a visa for an Iraqi Catholic nun who wanted to inform Americans of the persecution directed by ISIS against Christians.
"Sister Diana Momeka is a leading representative of the Nineveh Christians who have been killed and chased from their homes in and around Mosul by ISIS," Fox News wrote. "Momeka, who has been likened to Mother Teresa for her work with the poor and persecuted, was turned down, she said, because she was 'internally displaced' in Iraq, and deemed a risk to stay in the U.S., where she once lived and studied for six years."
McDonnell reported that the nun was able to testify in a full committee hearing before the House Committee on Foreign Affairs on May 13. However, the State Department refused to comment on the decision.
"All visa applications are adjudicated on a case-by-case basis in accordance with the requirements of the Immigration and Nationality Act and other applicable laws," a State Department spokesman told Fox News.
Johnnie Wolfe, author of the book "Defying ISIS," told Fox News that he advocated for Sister Diana when her visa was initially denied.
"People across the country raised a voice, including members of Congress and Senators, to put enormous pressure to change the decision. I'm glad she will be able to come and speak to leaders and the press, but it's frustrating that it took thousands of Americans reacting in a significant way to make a sensible thing happen," Wolfe said.
- See more at: http://www.gospelherald.com/articles/55612/20150520/bishop-dobbs-u-s-state-department-denies-visa-for-assyrian-christians-in-iraq-who-face-imminent-threats-from-isis.htm#sthash.YUzbb1vR.dpuf

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Cardinal Filoni: Proportional military action is needed in Iraq

By Rome Reports




Cardinal Fernando Filoni has traveled twice to Iraq on behalf of Pope Francis to bring comfort to victims of the Islamic State.
The time to act has come, according to Cardinal Filoni. He said that words and good intentions are no longer enough to protect people in the Middle East. 
"We need political action and proportional military action. This is not killing for killing. It should not be so ever, but defense mechanisms are needed.”
Cardinal Filoni was nuncio in Baghdad from 2001 to 2006. He knows the country well and understands that sectarianism is the root of tension. He asked that Christians be considered full citizens and not merely tolerated in their own country.
"Everyone has told me, 'Christians are the original native population and have the right to be.' The law needs to say it. One of the big problems in Iraq is that individual rights are not based in law. Everything is interpreted according to the law of Islam. It is dangerous.”
During his two trips, the cardinal visited Christian refugees. He says step by step, their material needs are being met. But other intangible problems persist.
"During my visit I was told, 'You are not going to solve our problems, but now we feel like we are not alone.'”
He said that in countries where Islam is the main religion, Muslims must promote peaceful coexistence and religious freedom.
"If there is no historical criticism that questions what jihad means, should we understand the word to mean the use of the sword and violent conquest? Or should we define it as conversion? That is, should people have the right to spread the religion, but also have the right to reject it?”
Pope Francis has expressed on many occasions his desire to travel to Iraq. Cardinal Filoni says that such a visit would stoke the hope of persecuted Christians. However, the deteriorating security situation in the country makes a visit impossible for now.

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martedì, maggio 19, 2015

 

Cristiani perseguitati, la Cei: veglie di preghiera il 23 maggio

By AvvenireVeglie di preghiera per i cristiani perseguitati:
è l'iniziativa lanciata dalla Cei per sabato 23 maggio, vigilia di Pentecoste. Ogni Chiesa locale potrà stabilire le modalità della Veglia.

LE ADESIONI DELLE DIOCESI E DELLE ASSOCIAZIONI

«Esiste un legame forte che già ci unisce, al di là di ogni divisione: è la testimonianza dei cristiani, appartenenti a Chiese e tradizioni diverse, vittime di persecuzioni e violenze solo a causa della fede che professano». Con queste parole il Santo Padre ha ricevuto i membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica (30 aprile 2015).
Si tratta solo dell’ultimo intervento del Papa in ordine alla tragedia di tanti cristiani e di tante persone i cui diritti fondamentali alla vita e alla libertà religiosa vengono sistematicamente violati.
Questa situazione ci interroga profondamente e deve spingerci ad unirci, in Italia e nel mondo, in un grande gesto di preghiera a Dio e di vicinanza con questi nostri fratelli e sorelle. Imploriamo il Signore, inchiniamoci davanti al martirio di persone innocenti, rompiamo il muro dell’indifferenza e del cinismo, lontano da ogni strumentalizzazione ideologica o confessionale.
Da qui la proposta di dedicare, in Italia e in tutte le comunità del mondo che vorranno aderire, la prossima Veglia di Pentecoste, sabato 23 maggio 2015, ai martiri nostri contemporanei.

A questo scopo si sta inoltre lavorando ad un progetto di diffusione – attraverso i social media – di testimonianze e storie, dai diversi Paesi: racconti di fede e di amore estremo, eventi di condivisione, fatti di carità. Sono moltissimi i cristiani e gli uomini di ogni confessione capaci di testimoniare l’amore a prezzo della vita. Tale testimonianza non può passare sotto silenzio perché costituisce per tutti una ragione di incoraggiamento al bene e di resistenza al male.

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Il vescovo Sleiman: le preghiere di tutti aiutano noi a Baghdad

By Avvenire
Giorgio Paolucci

 Come vivono i cristiani a Baghdad, capitale di un Iraq sempre più destabilizzato? Come sono i rapporti con i musulmani, in una terra dove una convivenza plurisecolare rischia di saltare, anche per la minaccia sempre più incombente dell’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico? Da Baghdad la testimonianza di monsignor Jean Benjamin Sleiman, dal 2001 arcivescovo latino di Baghdad, alla vigilia delle Vegile di preghiere che si svolgeranno in molte diocesi italiane il 23 maggio, su invito della Cei.







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lunedì, maggio 18, 2015

 

«N» e una preghiera per tutti i perseguitati

By Avvenire

Tutto è cominciato nell’agosto del 2014, nel cortile di una casa riminese. Una chiacchierata tra amici, colpiti, feriti dalle notizie e dalle immagini che arrivavano da Mosul e dalla Valle di Ninive. Migliaia di persone in fuga dalle atrocità dei miliziani dello Stato islamico, che avevano marchiato a fuoco i muri delle case abitate dai cristiani con la lettera "N", iniziale di Nazarat nell’alfabeto arabo, a indicare i seguaci di Gesù. Proprio quella lettera, considerata simbolo di maledizione, di esclusione, un marchio d’infamia, era diventata il logo con cui "Avvenire", alcune settimane prima, aveva deciso di accompagnare le notizie pubblicate sulla macelleria che l’autoproclamato Califfato stava perpetrando ai danni della comunità cristiana e di altre minoranze che da secoli vivevano in pace in una regione di biblica memoria. E quella lettera è diventata il simbolo del Comitato Nazarat che dal 20 di agosto dell’anno scorso, il 20 di ogni mese, si raduna per pregare e testimoniare la vicinanza ai cristiani martirizzati nel mondo, eleggendo a palcoscenico un luogo centrale di Rimini: piazza Tre Martiri, intitolata alla memoria di tre partigiani uccisi dai nazisti.
Un gesto semplice, la recita del Rosario accompagnata dal racconto di un testimone che abita o ha visitato le regioni dell’Iraq colpite dalla furia jihadista: volontari, religiosi, giornalisti. Ogni volta qualcuno si aggiunge, e sono ormai migliaia le persone che hanno partecipato all’iniziativa, tra cui anche il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi e il vescovo emerito Mariano De Nicolò.
Il 20 maggio, il gesto si ripeterà come ogni mese, alla presenza di Yohanna Petros Mouche, il vescovo siro-cattolico di Mosul che porterà la sua testimonianza, e dell’effigie miracolosa della Madonna del Giglio venerata nella cappella di corso d’Augusto e che nel mese di maggio viene portata in pellegrinaggio nelle chiese del centro storico della città romagnola. Sabato sera, veglia di Pentecoste, il Comitato Nazarat si unirà alla preghiera convocata dalle associazioni laicali nella stessa piazza raccogliendo l’appello lanciato dalla Chiesa italiana in favore dei cristiani perseguitati in tante parti del mondo.
Testimoni disarmati di un Amore che ha accettato la croce per rendere testimonianza alla verità.
C’è da sperare che sabato saranno in tanti, a Rimini e in tutta Italia, ad aderire alla proposta di fare memoria dei fratelli "uccisi perché cristiani", come continua a ricordare papa Francesco, e a chiedere a un Altro di ispirare quella rivoluzione dei cuori, che sola può cambiare il mondo.

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venerdì, maggio 15, 2015

 

Il Patriarca caldeo visita Teheran: “il governo iraniano sostiene il popolo e il governo dell'Iraq”

By Fides

Il governo della Repubblica islamica d'Iran “non esita a sostenere il popolo e il governo iracheni, perchè i due Paesi condividono la stessa storia e la stessa civiltà”. E' questa l'impressione raccolta dal Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I, nel corso della sua visita iniziata il 12 maggio in Iran, dove il Primate della Chiesa caldea si tratterrà fino al prossimo 22 maggio. Lo riferiscono le fonti del Patriarcato caldeo consultate dall'Agenzia Fides. A motivare la visita del Patriarca caldeo è stato anche l'invito rivolto a lui e ad altri leader religiosi non musulmani, da Yonsei Ali - Presidente iraniano incaricato per le nazionalità e le minoranze religiose – e da Mohammad Shariamatdari, vice-Presidente iraniano per gli Affari esecutivi. I due rappresentanti del governo di Teheran e il Patriarca Luis Raphael, insieme all'Arcivescovo caldeo di Teheran, Ramzi Garmou, hanno preso parte mercoledì 13 maggio a un incontro che ha visto anche la partecipazione di un rabbino e di rappresentanti della Chiesa armena apostolica, e della Chiesa Assira d'Oriente.
In margine all'incontro, lo Sheikh Yonsei Ali ha ribadito che l'Iran “sostiene l'integrità territoriale e la sovranità nazionale di tutti i Paesi della regione”, messa oggi in pericolo dai “gruppi terroristi e estremisti”, e si è augurato “che il popolo iracheno riesca a espellere i gruppi estremisti e a ristabilire la sicurezza”. Il leader iraniano ha anche confermato l'intenzione del suo ufficio di promuovere periodici incontri con rappresentanti delle diverse comunità religiose. Nell'intervento pronunciato durante l'incontro, il Primate della Chiesa caldea ha contestato le operazioni di propaganda che dipingono l'Iran come un Paese chiuso e retrogrado, ha ricordato il ruolo delle comunità cristiane autoctone nella costruzione della civiltà della regione e ha richiamato il “ruolo influente” che l'Iran potrà assumere a sostegno della stabilità regionale anche sul terreno del dialogo inter-religioso, per favorire la convivenza e la collaborazione tra cristiani e musulmani e soprattutto la riconciliazione tra musulmani sciiti e sunniti. Solo così – ha sottolineato il Patriarca – si potrà uscire dalla spirale di guerre e conflitti che stanno insanguinando la regione e fanno soffrire popoli interi. “Il cristianesimo” ha detto tra l'altro il Patriarca “è una religione di carità, e anche l'islam è una religione di misericordia. Dio ci giudicherà tutti da come saremo stati caritatevoli e misericordiosi gli uni con gli altri”. Al termine dell'incontro Ali Yonsei ha donato al Patriarca un quadro raffigurante Maria che porta in braccio Gesù Bambino.
I cattolici caldei oggi presenti in Iran sono circa 13mila, e la loro cura pastorale è affidata a otto sacerdoti, compresi due di origine iraniana.

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Suora irakena: Lo Stato islamico vuole il genocidio umano e culturale dei cristiani

suor Diana Momeka*

I cristiani in Iraq sono vittime di un “genocidio umano e culturale” che rischia di trascinare “l’intera regione sull’orlo di una terribile catastrofe”. È quanto ha detto ieri suor Diana Momeka, religiosa domenicana irakena, in un intervento davanti al Parlamento statunitense riunito a Washington. La religiosa, cui era stato rifiutato in un primo momento il visto dalle autorità Usa, ha raccontato il dramma della popolazione cristiana, vittima delle atrocità perpetrate dai jihadisti dello Stato islamico. 
La situazione del Paese e del suo popolo è “grave”, conferma la suora, “ma non priva di speranza”. Al termine dell’intervento suor Diana si è rivolta alla comunità internazionale e al governo degli Stati Uniti, perché “la diplomazia e non il genocidio, il bene comune e non le armi” possano determinare “il futuro dell’Iraq e di tutti i suoi figli”.
Intanto continua la campagna promossa da AsiaNews “Adotta un cristiano di Mosul”, che ha permesso sinora la raccolta e l'invio di circa 1,3 milioni di euro per il fabbisogno quotidiano dei profughi irakeni fuggiti da Mosul sotto le minacce dello Stato islamico. Una risposta alla richiesta di papa Francesco a tutti i cristiani di una "preghiera intensa", una "partecipazione concreta" e un "aiuto tangibile" per tutti loro.
La nostra agenzia invita lettori e amici a continuare la campagna "Adotta un cristiano di Mosul”, per fornire ai profughi - superata la prima emergenza - un alloggio più stabile. Il progetto prevede il trasferimento di tutti i rifugiati cristiani - circa 130mila persone, 21mila famiglie - in case da abitare, dove essi possono riprendere responsabilità della loro vita, trovare un lavoro, pensare a un futuro prossimo per i figli. Il costo si aggira sui 3,5 milioni di euro.
Per comprendere la situazione in cui versano questi nostri fratelli e sorelle e per diffondere ancor più la campagna, AsiaNews ha prodotto un video, che potete vedere, scaricare e diffondere a questo indirizzo: http://www.asianews.it/index.php?l=it&page=69.

Ecco, di seguito, l’intervento completo di suor Diana. Traduzione in italiano a cura di AsiaNews:
La ringrazio presidente Royce e voi, distinti membri della Commissione, per avermi invitato qui oggi per condividere con voi la mia riflessione su comunità antiche ora finite sotto attacco: La guerra dello Stato islamico contro le minoranze religiose. Mi chiamo suor Diana Momeka, della congregazione delle Suore domenicane di Santa Caterina da Siena a Mosul, in Iraq. Vorrei anche chiedervi che la mia intera testimonianza venga registrata. 
Nel novembre 2009, una bomba è esplosa nel nostro convento a Mosul. All’epoca vi erano cinque suore all’interno dell’edificio e sono state fortunate a scampare all’attacco, senza riportare alcuna ferita. La nostra priora, suore Maria Hanna, ha chiesto protezione alle autorità civili locali ma la sua domanda è rimasta disattesa. Per questo, non ha avuto altra scelta se non quella di trasferirsi con tutte noi a Qaraqosh. 
In seguito, il 10 giugno 2014, il cosiddetto Stato islamico in Iraq e in Siria (Isis), ha invaso la piana di Ninive, al cui interno è situata Qaraqosh. Iniziando con la città di Mosul, l’Isis si è impadronita di una città dopo l’altra, dando ai cristiani della regione tre alternative: convertirsi all’islam; pagare un tributo (jizya) allo Stato islamico; abbandonare le città (come Mosul), con nient’altro che i propri vestiti. 
Mentre questa ondata di terrore si diffondeva per tutta la piana di Ninive, al 6 agosto 2014 la zona di Ninive era completamente svuotata della presenza cristiana; e, cosa ancor più triste, per la prima volta dal settimo secolo nessuna campana di una chiesa della piana di Ninive ha richiamato i fedeli alla messa. 
Dal giugno 2014 in avanti, più di 120mila persone si sono ritrovate sfollate e senza casa nella regione del Kurdistan irakeno, lasciandosi alle proprie spalle il loro patrimonio e tutto ciò per cui avevano lavorato nel corso dei secoli. Questo sradicamento, la depredazione di ogni bene appartenuto sino ad allora ai cristiani, li ha resi profughi nel corpo e nell’anima, strappando via la loro umanità e la loro dignità. 
Aggiungendo anche l’insulto alla ferita, le iniziative e le azioni intraprese tanto dal governo irakeno quanto dal governo regionale curdo sono state - volendo essere ottimisti - modeste e lente. Oltre a consentire l’ingresso dei cristiani nella regione, il governo del Kurdistan non ha offerto alcun aiuto di tipo finanziario o materiale. Posso capire il grande sconvolgimento che questi eventi hanno provocato a Baghdad ed Erbil, detto questo è passato quasi un anno e i cittadini cristiani irakeni sono ancora in una situazione di piena emergenza e bisognosi di aiuto. Molte persone hanno trascorso intere giornate o settimane nelle strade, prima di trovare riparo in tende, scuole e saloni. Grazie a Dio, la Chiesa nella regione del Kurdistan si è fatta avanti e ha curato in prima persona i cristiani sfollati, facendo davvero del proprio meglio per far fronte al disastro. Gli edifici appartenenti alla Chiesa sono stati aperti e messi a disposizione per fornire un riparo agli sfollati; hanno fornito loro cibo e altri generi di prima necessità, per far fronte ai bisogni immediati della gente; hanno anche fornito assistenza sanitaria gratuita. Inoltre, la Chiesa ha lanciato appelli cui hanno risposto molte organizzazioni umanitarie, le quali hanno fornito aiuti alle migliaia di persone in situazione di estremo bisogno. 
Oggi siamo grati per tutto ciò che è stato fatto, con la maggior parte delle persone che hanno trovato un riparo in piccoli container prefabbricati o in alcune case. Una soluzione di certo migliore rispetto alla prospettiva di vivere in strada o edifici abbandonati, queste piccole unità sono poche e sovraffollate, ciascuna al suo interno contiene almeno tre famiglie, composte da diverse persone, che devono condividere un solo alloggio. Questo, come ovvio, è fonte di tensioni e conflitti, persino all’interno della stessa famiglia. Vi sono molti che dicono “Perché i cristiano non lasciano l’Iraq e vanno in un altro Paese e ricominciano da capo?”. A questa domanda, vorrei rispondere in questo modo: “Perché mai dovremmo abbandonare il nostro Paese, cosa avremmo fatto per meritarcelo?”. 
I cristiani d’Iraq sono le prime persone che hanno abitato questa terra. Potete leggere di noi fin dall’Antico Testamento nella Bibbia. Il cristianesimo ha fatto il suo ingresso in Iraq fin dai primi momenti, attraverso la preghiera e la testimonianza di San Tommaso e degli altri apostoli della Chiesa degli albori. 
Sebbene i nostri antenati abbiano sperimentato ogni genere di persecuzione, essi sono rimasti sulla loro terra, dando vita a una cultura per secoli al servizio dell’umanità. E noi, in quanto cristiani, non vogliamo, né meritiamo di lasciare o essere costretti ad abbandonare il nostro Paese, più di quanto non possiate esserlo voi ad abbandonare i vostri.
La persecuzione che la nostra comunità si trova oggi a fronteggiare è la più brutale della nostra storia. Non solo siamo stati derubati delle nostre case, proprietà e terre, ma è stato distrutto anche il nostro patrimonio. Lo SI ha distrutto e continua a demolire e bombardare le nostre chiese, i reperti archeologici e luoghi sacri come Mar Behnam e Sara, un monastero del quarto secolo e il monastero di San Giorgio a Mosul. 
Sradicati e cacciati a forza, abbiamo capito che il piano dello Stato islamico è di svuotare la terra dai cristiani e ripulire il terreno di ogni minima prova che testimoni la nostra esistenza nel passato. Questo è un genocidio umano e culturale. I soli cristiani che sono rimasti nella piana di Ninive sono quelli che sono stati trattenuti come ostaggi. 
La perdita subita dalla comunità cristiana nella piana di Ninive ha portato l’intera regione sull’orlo di una terribile catastrofe. I cristiani per centinaia di anni sono stati il ponte che ha permesso di unire le culture di Occidente e Oriente. Distruggere questo ponte significa lasciare una zona di conflitto isolata e priva di cultura, svuotata della diversità religiosa e culturale. Attraverso la nostra presenza in quanto cristiani, noi siamo chiamati a essere una forza di bene, pace e connessione tra culture. 
Per ripristinare, riparare e ricostruire la comunità cristiana in Iraq, bisogna adottare con la massima urgenza le seguenti iniziative: 
1 - Liberare le nostre case dalla presenza dello Stato islamico e favorire il nostro rientro. 
2 - Promuovere uno sforzo comune e coordinato per ricostruire ciò che è stato distrutto - strade, acqua, forniture elettriche, ivi compresi i nostri monasteri e le nostre chiese. 
3 - Incoraggiare le imprese per contribuire alla ricostruzione dell’Iraq e del dialogo interreligioso. Questo può essere fatto attraverso le scuole, le accademie e progetti pedagogici ed educativi mirati. 
Sono solo una piccola persona, umile - io stessa vittima dello Stato islamico e delle sue brutalità. Venire qui è stato difficile per me, in quanto religiosa e suora non mi sento a mio agio con i media e con una così grande attenzione. Tuttavia ho voluto essere qui, e sono venuta per chiedervi, per implorarvi per il bene della nostra comune appartenenza al genere umano, di aiutarci. Abbiamo bisogno della vostra vicinanza, perché noi in quanto cristiani siamo accanto a tutti i popoli del mondo. E aiutateci! Vogliamo solo ritornare alle nostre vite di prima; non vogliamo nient’altro che fare ritorno alle nostre case.  
Vi ringrazio e che Dio benedica tutti voi!

* Suora domenicana di Santa Caterina da Siena a Mosul.

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giovedì, maggio 14, 2015

 

Arcivescovo di Erbil: una visita del Papa possibile ed essenziale


«Una visita del Pontefice in Kurdistan è essenziale. Ne ho parlato con Papa Francesco lo scorso novembre a Roma e lui stesso ha espresso il desiderio di venire in Iraq». Così dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Bashar Warda, arcivescovo caldeo di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. «Francesco mi ha detto che il suo entourage non gli consente di compiere un tale viaggio per evidenti motivi di sicurezza – aggiunge – ma io ritengo che sia possibile organizzare una visita. Ci vorrà soltanto un po’ di tempo».
Monsignor Warda racconta come nella sua diocesi abbiano trovato rifugio decine di migliaia di cristiani fuggiti dalle violenze dello Stato Islamico e riferisce dei significativi progressi compiuti nell’assistenza umanitaria. «Un risultato raggiunto soprattutto grazie ad Aiuto alla Chiesa che Soffre: il nostro partner principale in questa drammatica crisi». ACS ha infatti donato oltre 4milioni e 800mila euro a sostegno dei rifugiati, finanziando progetti quali abitazioni e scuole prefabbricate.
Migliaia di sfollati in Kurdistan attendono di conoscere quale sarà il loro futuro. «Se vi fossero segni di una riconquista delle aree occupate da Isis da parte dell’esercito, i cristiani sarebbero incoraggiati a rimanere in Iraq. Tuttavia, anche qualora Mosul e la Piana di Ninive fossero liberate, i fedeli dovrebbero attendere mesi prima di poter ritornare nelle proprie case».
Monsignor Warda è scettico riguardo alla possibilità di una protezione internazionale delle aree a maggioranza cristiana intorno a Mosul. «Considerata la situazione ad alto rischio, molte nazioni non vorranno inviare le proprie truppe. Prima di un qualsiasi intervento si dovrà poi avviare un processo di riconciliazione così che i vicini paesi musulmani non vedano nelle forze internazionali una presenza ostile».
Per il presule sono inoltre necessari maggiori sforzi per una pacificazione interna al paese. «Dal 2003 ad oggi sono morte almeno di 25mila persone a causa degli scontri tra sciiti e sunniti – afferma monsignor Warda – Per porre fine all’odio servirà un serio impegno sia della nostra classe politica che di potenze regionali quali Iran e Arabia Saudita, che da sempre influenzano la politica irachena»
La presenza cristiana ha un ruolo cruciale per il futuro equilibrio interno dell’Iraq. «Attraverso le nostre scuole e la nostra presenza promuoviamo di una cultura di dialogo, riconciliazione e pace. L’Iraq non sarebbe lo stesso senza cristiani».

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mercoledì, maggio 13, 2015

 

Iraq’s Christians Seek Another Country

By Wall Street Journal
Miles Windsor

Erbil, Iraq
As in so many urban centers across the Middle East, the marketplace here on a Friday—before the mosques’ calls to prayer—is a whirlwind of bright colors and noisy, animated bargaining. It’s a festival for the senses. On the fringe of the town square, opposite the antediluvian citadel, stands the Bazaar Nishtiman, a vast mall that hosts a plethora of cheap-denim stores on its lower levels and 150 Christian refugee families in the upper levels.
The mall’s owner, a Christian, has given permission for the refugees to use the converted stalls for as long as they need shelter. Last June, thousands of Christian refugees fled to Iraqi Kurdistan from Mosul, Qaraqosh and other villages on the Nineveh Plain following the advance of Islamic State. Conversations with some of these displaced Christians reveal a common, striking theme. It quickly becomes clear that the greatest threat to the future of Christianity in Iraq is no longer the Islamic State assault but the evaporation of hope.
Followers of Christ here recall their Master’s warning that they will face persecution, and they recall St. Paul’s teaching that suffering produces endurance and character. Most Christians in the Middle East retain their spiritual hope and trust in the Almighty. But they are losing their temporal hope: They fear that they will never return to their ancestral lands, and that the Christian presence in the region might disappear.
Iraq is home to one of the oldest continuous Christian communities in the world, some of whose members still speak Aramaic, the language of Jesus. But their numbers have plummeted to around 200,000 today from 1.5 million before the 2003 U.S. invasion of Iraq. A Christian exodus, if it isn’t reversed, would be a devastating loss for Iraq. Iraqi Christians are well-organized, and for years they’ve tended to the educational, cultural and social needs of the wider society.
Christians have also historically played a stabilizing role in this volatile region by reconciling differences and building peace. “Christians have always played a key role in building our societies and defending our nations,” Jordan’s King Abdullah has said. “There is no Iraq without Christians,” says Iraqi Prime Minister Haider al-Abadi.
Iraqi Christians’ fear of and mistrust toward their Muslim neighbors is palpable. Many tell me that soon after they made their initial journey north, they received telephone calls from their former neighbors telling them that there was no longer any threat, that they could return home. Upon doing so, however, they quickly fell into the hands of Islamic State and had their possessions stolen from them before being sent off into exile again.
Christians now feel betrayed by their neighbors, who, they insist, are fully subscribed to Islamic State’s ideology. One Assyrian Christian tells me, using the Arabic acronym for Islamic State, “Even if Daesh is driven out, how can we return to a place where there is so much hatred for us? They are Daesh, just without the balaclavas.”
Yet many Christian refugees also reject proposals for international military protection within a secure zone on the Nineveh Plain. Christians don’t want to exist as a community in isolation. They long to fulfill their Biblical calling to be “salt and light,” a living witness of the faith, integrated into society. Neither are they inclined toward a future in semiautonomous Iraqi Kurdistan. The Kurdish president, Masoud Barzani, has opened his country as a safe haven for all those fleeing Islamic State and even suggested that Kurds, who are predominantly Muslim, are free to convert to Christianity.
Even so, Christians have received a frosty reception from much of the Kurdish population. There is also the lingering memory of the centuries of persecution suffered by the Christian communities at the hands of their Kurdish neighbors, including the Kurdish complicity in the Assyrian and Armenian genocides a century ago.
Reconciling the Iraqi Church with the rest of Iraq will be a most challenging task. Festering tensions mustn’t be allowed to lead to the suspicion, enmity and hatred that can swallow generation after generation in the Middle East. The Christian community must be empowered and supported to articulate a strategic vision for its own future and to find a political voice. Standing apart from Sunnis and Shiites, it can one day even reprise its reconciliatory role. But these are distant prospects so long as the security threat, and the sense of mistrust and hopelessness, remain.
Back at the refugee mall, some have found new purpose and satisfaction through excellent initiatives to support their fellow exiles. I saw well-organized projects for food distribution and enrolling displaced students in school. One businessman from Qaraqosh told me how his new charitable activities in exile have reawakened him spiritually. His travails, he said, “are a blessing from God.”
Meanwhile, many of the young adults among them have been breaking their parents’ hearts by leaving for France, the U.S. and elsewhere in the West. They admit they would prefer to stay in the country of their birth and continue the Church’s ancient presence in Iraqi culture, but they see no future in the Middle East. Others gain spiritual succor from the Christian hope of “another country”—one without death, mourning, crying or pain—while others only despair.

Mr. Windsor is a political advocate and strategist at Middle East Concern.

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Gli ospiti di Padre Jens

By L'Osservatore Romano

«I bisogni più urgenti riguardano l’alloggio, il cibo e l’igiene. Tuttavia con il passare del tempo bisognerà fronteggiare altre necessità, come l’istruzione dei bambini e dei giovani e alloggi più dignitosi per le famiglie».
Quando nel 2012 venne chiamato a guidare la chiesa dedicata alla Vergine Maria a Suleimanjia, nel Kurdistan iracheno, padre Jens Petzold, missionario tedesco, non immaginava che il suo incarico lo avrebbe messo davanti a una sfida così impegnativa.
A causa dell’avanzata dei miliziani del cosiddetto Stato islamico, nell’ultimo anno tanta gente è scappata da Mosul, da Qaraqosh e da tutta l’area della Piana di Ninive, dove per secoli cristiani e musulmani hanno vissuto gli uni accanto agli altri e dove i bambini delle due religioni frequentavano le stesse scuole. Così un gruppo consistente è arrivato a bussare alla porta del suo convento. «Al momento il monastero ospita 240 profughi — dice padre Jens — e tra loro ci sono molti bambini». Una goccia nel mare, certo, se è vero che, secondo le stime delle Nazioni Unite, nel territorio del Kurdistan autonomo in un solo mese hanno cercato rifugio più di 300.000 persone.
«I bisogni più urgenti riguardano l’alloggio, il cibo e l’igiene. Tuttavia con il passare del tempo bisognerà fronteggiare altre necessità, come l’istruzione dei bambini e dei giovani e alloggi più dignitosi per le famiglie». 

Quando nel 2012 venne chiamato a guidare la chiesa dedicata alla Vergine Maria a Suleimanjia, nel Kurdistan iracheno, padre Jens Petzold, missionario tedesco, non immaginava che il suo incarico lo avrebbe messo davanti a una sfida così impegnativa.
A causa dell’avanzata dei miliziani del cosiddetto Stato islamico, nell’ultimo anno tanta gente è scappata da Mosul, da Qaraqosh e da tutta l’area della Piana di Ninive, dove per secoli cristiani e musulmani hanno vissuto gli uni accanto agli altri e dove i bambini delle due religioni frequentavano le stesse scuole. Così un gruppo consistente è arrivato a bussare alla porta del suo convento. «Al momento il monastero ospita 240 profughi — dice padre Jens — e tra loro ci sono molti bambini». Una goccia nel mare, certo, se è vero che, secondo le stime delle Nazioni Unite, nel territorio del Kurdistan autonomo in un solo mese hanno cercato rifugio più di 300.000 persone.
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Lo scontro tra il Patriarcato caldeo e una diocesi caldea negli Stati Uniti continua

By Baghdadhope*

Da tempo è in atto un duro scontro tra il Patriarcato Caldeo e la Diocesi di San Pietro Apostolo, negli Stati Uniti occidentali, su alcuni sacerdoti e monaci lì in servizio che hanno abbandonato le proprie diocesi ed il proprio monastero senza permesso, ed ai quali è stato ordinato dal Patriarca di tornare ad operare nelle sedi originarie in Iraq.
Disatteso, con poche eccezioni, l'ordine patriarcale, i toni dello scontro si sono fatti più duri e la questione è stata discussa sia nel sinodo straordinario tenutosi a febbraio scorso a Baghdad, al quale il vescovo degli Stati Uniti occidentali accusato di aver accettato illegalmente i sacerdoti e monaci, Mar Sarhad Jammo, non ha partecipato, sia nella  successiva riunione plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali.

Da essa, anche se non direttamente, vista la delicatezza della questione, era risultata quella che si prevedeva essere la linea che il Vaticano avrebbe adottato nei confronti dei chierici interessati dal provvedimento patriarcale.
Ecco infatti come il sito del Patriarcato Caldeo aveva diplomaticamente commentato i risultati dell'incontro:
"Hanno manifestato il loro appoggio all'autorità del Patriarca e del sinodo caldeo e l'importanza che i monaci e i sacerdoti rimangono al servizio dei fedeli nella loro terra madre, così danno un'autentica testimonianza sacerdotale, come pure hanno insistito sull'importanza di seguire i fedeli pastoralmente nelle diaspore secondo le norme canoniche vigenti."
Dopo circa un mese di silenzio la questione riaffiorò sui media il 1 aprile quando, nel nome dell'Anno della Misericordia, proclamato da Papa Francesco e della visita per la Santa Pasqua dell'inviato papale in Iraq, Cardinale Fernando Filoni, il Patriarcato tese, se così si può dire, una mano ai sacerdoti ed ai vescovi della diocesi di San Pietro offrendo loro l'opportunità di "tornare al normale servizio nella chiesa"  regolarizzando così la loro situazione "moralmente e legalmente" a patto di "scusarsi pubblicamente" per il "torto fatto alla Chiesa Caldea, al Patriarca, al Patriarcato ed al Sinodo."
Il 7 aprile, dopo che nessuna comunicazione ufficiale in proposito era stata resa pubblica da parte della diocesi americana, il Patriarcato rese ufficiale la notizia secondo la quale il 21 marzo una lettera inviata dal Cardinale Leonardo Sandri, a capo della Congregazione per le Chiese Orientali, aveva posto fine alla questione: per volontà di Papa Francesco i sacerdoti ed i monaci che non avevano rispettato il codice di diritto canonico avrebbero dovuto fare ritorno alle proprie diocesi ed in monastero, e Mons. Sarhad Jammo avrebbe dovuto facilitarne il ritorno in patria.
Nella lettera anche un appello ai vescovi perchè rispettassero le decisioni del Patriarcato ed il provvedimento a carico di uno dei monaci, Noel Gorgis, già espulso dalla chiesa, che avrebbe dovuto pentirsi e scusarsi publicamente per 
gli "abusi perpetrati" ai suoi danni.
La decisione del Vaticano sembrò però suscitare delusione, espressa nella critica all'operato stesso della Congregazione per le Chiese Orientali accusata * di non aver mantenuto la promessa di una "soluzione radicale" "tergiversando e facendo il doppio gioco," in riferimento al fatto che nulla era stato stabilito per quanto riguardava il vescovo di cui quei sacerdoti e monaci - si legge - sono stati "vittime," tranne l'invito a facilitarne il ritorno in patria.
Una decisione che in un certo senso manteneva lo "status quo" e che era ben lontana da quella invocata dal Patriarca Sako che in un'intervista, a gennaio, riteneva che l'unica soluzione possibile fossero le dimissioni dello stesso vescovo, o addirittura un intervento vaticano per il suo esonero e sostituzione con un amministratore patriarcale.

Al tacere sulla questione da parte dei due siti internet che fanno capo alla diocesi americana si contrapposero invece in quel periodo le notizie dell'apertura di un secondo monastero in territorio diocesano (9 aprile) e dell'ordinazione sacerdotale di due giovani caldei nati negli Stati Uniti ed ordinati diaconi lo scorso luglio (10 aprile). Un evento celebrato perchè - si legge - era la prima volta  nella storia della chiesa caldea che un seminario al di fuori dell'Iraq aveva come frutti dei sacerdoti.
La quasi contemporaneità degli eventi fu quasi certamente casuale,  ma non si può fare a meno di leggere in quelli avvenuti oltreoceano una sorta di sfida a Baghdad: la diocesi di San Pietro Apostolo avrebbe continuato sulla sua strada, e se i sacerdoti e monaci richiamati in patria non avrebbero più potuto servirla altri, in essa cresciuti,  li avrebbero sostituiti. 
Dopo quasi un mese di nuovo silenzio sulla questione all'inizio di maggio essa si ripresentò con forza. La forza delle parole di Mar Sako che, in occasione della visita in Iraq del Cardinale Sandri la ricordò, non in un incontro privato, ma durante l'omelia nella cattedrale caldea di Baghdad, definendola una "ferita sanguinante" ed appellandosi alla Santa Sede perchè prendesse una decisione "veloce, chiara e decisiva" contro i sacerdoti ed e i monaci in questione "come Papa Francesco già ha fatto in situazioni simili." Appare probabile che l'aver scelto di trattare la questione nel corso dell'omelia pubblica, e l'aver tirato in ballo situazioni simili già risolte da Papa Francesco, sia stato il modo scelto dal patriarcato per far pressione sulla Congregazione delle Chiese Orientali e spingerla all'azione.
Ma azione c'è stata? Per adesso si sa che è stato stabilito il termine massimo entro il quale i sacerdoti ed i monaci dovranno tornare in sede: il 17 maggio. Oltre quella data gli inadempienti saranno sospesi dalla vita sacerdotale. Oltre a ciò, si legge, i vescovi della diocesi di San Pietro (Mar Sarhad Y. Jammo e Mar Bawai Soro) dovranno dichiarare pubblicamente la propria posizione nei riguardi  della comunione con la Chiesa Caldea ed attraverso essa con la Santa Sede. 

Una richiesta forte, quella fatta ai vescovi di pronunciamento pubblico di  fedeltà, che nel comunicato del patriarcato assume toni ancora più drammatici vista la frase di Matteo (11:15) che lo chiude: "Chi ha orecchi intenda." 
 


* Forse non è un caso che il comunicato riguardante la lettera del Cardinale Sandri sia stato pubblicato dal sito del patriarcato in arabo ed in francese, come a volersi assicurare che nessuno a Roma potesse affermare di non aver capito il messaggio.  

Congregazione per le Chiese Orientali: sostegno agli iracheni cristiani ed al Patriarcato

Sinodo caldeo straordinario: alla prova l'unità della Chiesa

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martedì, maggio 12, 2015

 

Visita pastorale del Patriarca caldeo in Iran

By Baghdadhope*

E' iniziata oggi la visita pastorale in Iran del patriarca caldeo, Mar Louis Raphael Sako che, accompagnato dal vicario patriarcale Mons. Basilio Yaldo, è giunto stamani a Tehran.
La comunità caldea iraniana è esigua nei numeri ma antica e ben radicata nel paese nonostante le difficoltà. Le diocesi erano in origine tre ma quella di Ahvaz è attualmente vacante per mancanza di fedeli.
Oltre ad essa ci sono le diocesi diUrmia-Salmas e naturalmente quella di Tehran.
La diocesi di Urmia-Salmas fu eretta nel 1890 quando ne fu nominato vescovo Mons. Thomas Audo che nel 1918 riportò di circa 6000 fedeli serviti da circa 40 sacerdoti in 18 chiese. Da allora si sono susseguiti diversi vescovi l'ultimo dei quali è l'attuale titolare Mons. Thomas Meram nominato nel 1983. Attualmente la diocesi è servita da tre sacerdoti e tre suore delle Sorelle della Carità.
La Diocesi di Tehran fu eretta nel 1973 conseguentemente all'afflusso nella capitale di molti fedeli provenienti dalla città nord-orientale di Sanandaj. Attuale vescovo, dal 1996, è Mons. Ramzi Garmou che segue le attività delle chiese di San Giuseppe e della Vergine Maria così come i centri giovanili e quelli per gli anziani. Dal 2007 presidente della Conferenza Episcopale iraniana Mons. Garmou è dal 2013 Visitatore Apostolico della chiesa caldea in Europa. Ad aiutarlo a Tehran sono tre sacerdoti e suore del Santo Spirito oltre a quelle caldee che in quel paese hanno una missione.
In totale i fedeli caldei in Iran sono circa 13.000 e gli otto prelati che li seguono sono di origine iraniana, irachena, francese ed indiana.

Per sapere di più sui cristiani in Iran leggere i due speciali recentemente pubblicati da Asia News a firma del Direttore Padre Bernardo Cervellera:
Cristiani in Iran: con Rouhani qualcosa si muove
Cristiani in Iran: c’è sicurezza, ma si vive come in un ghetto

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«Grazie Myriam». Letterine dei bambini italiani alla giovane cristiana di Qaraqosh

By Tempi
Rodolfo Casadei

Dopo aver visto il video della piccola irachena che perdona l’Isis, alcuni 11enni italiani scrivono ai coetanei profughi cristiani iracheni ringraziandoli per la loro testimonianza.


myriam-iraq

Eh, sì, Myriam ha fatto breccia in tutti i cuori. Il video con l’intervista che alla piccola profuga cristiana del nord dell’Iraq ha realizzato la tivù Sat-7 Arabic (per la trasmissione Sat-7 Kids) ha spopolato in rete nelle varie versioni sottotitolate nelle varie lingue. Meraviglia e gratitudine sono le reazioni più comuni registrate fra quanti hanno visto il filmato, espresse in centinaia di commenti. Meraviglia per la serenità e la pazienza con cui una ragazzina di 10 anni mostra di affrontare una situazione in cui le è stato portato via quasi tutto, compresa l’amica del cuore. Gratitudine per la testimonianza di fede semplice e cristallina come può essere quella di un bambino, messa alla prova da eventi sui quali non ha nessun potere: allora la debolezza e l’ingenuità di chi rende quella testimonianza si trasformano in forza e profondità negli adulti che la ricevono.

Quello che molti non sanno, e che era difficile da immaginare, è che quell’intervista e quella testimonianza stanno facendo del bene ai nostri ragazzi italiani coetanei di Myriam. Qualche insegnante ha avuto la buona idea di mostrare il filmato di Sat-7 Kids nelle nostre scuole, e i risultati sono stati sorprendenti. La sovrabbondanza di serenità e di coraggio della ragazzina di Qaraqosh ha colmato il deficit di queste stesse qualità che da mesi, nella distrazione di tanti adulti, i pre-adolescenti italiani stanno cercando di comunicare a modo loro. E nel loro caso la gratitudine ha preso la forma di tante letterine indirizzate ai bambini cristiani profughi dell’Iraq.«È dall’inizio dell’anno scolastico che i ragazzi fanno domande sull’Isis, sui musulmani, sui terroristi», racconta Lorena Volontà, che da quattro anni insegna italiano e storia presso la scuola media paritaria Mons. Manfredini di Varese. «Quando meno te lo aspetti, durante la lettura dell’Iliade o una lezione sul Medio Evo, vengono fuori con domande intorno a quegli argomenti. È chiaro che hanno visto qualcosa in tivù e ascoltato i discorsi in casa. Non gli basta quello che hanno capito e vogliono approfondire. Ma soprattutto vogliono essere rassicurati. Perché hanno paura». Sì, gli 11enni e le 11enni della IC della scuola media Mons. Manfredini di Varese hanno paura, e come coloro chissà quanti altri in giro per l’Italia. I notiziari a base di prigionieri decapitati o bruciati vivi, anche quando non mostrano scene raccapriccianti, non sono fatti per tranquillizzarli. Ad aggravare le loro ansie di bambini provvedono poi le leggende metropolitane, prodotto delle ansie di adulti che dimenticano di essere tali. «Un giorno una delle mie studentesse ha voluto raccontare a tutti i costi la storia che aveva sentito in casa: “Professoressa, un’amica di mia mamma ha detto a mia mamma che una sua amica ha restituito a un arabo il suo portafoglio pieno di soldi che lui aveva perso, e quello per riconoscenza l’ha avvertita: ‘Lei è una persona buona, mi raccomando, non visiti mai l’Expo: succederanno cose molto brutte!’”. Immaginatevi l’agitazione in classe!». Naturalmente i ragazzi sono pieni di fantasia, e per un pericolo a cavallo fra il reale e l’immaginario hanno escogitato una soluzione altrettanto fantastica ma non del tutto campata per aria: «Uno dei ragazzi ha detto: “Professoressa, io so come difendermi: terrò sempre un maiale vicino a me; per loro è un animale impuro, quindi non oseranno avvicinarsi!”. Da lì tutti insieme hanno trovato la soluzione per l’Expo: circondare il suo perimetro di maiali, così i terroristi si terranno alla larga.
«Che i ragazzi vedano nella scuola il luogo dove si può parlare di ciò che li turba e cercare delle soluzioni cercando la guida e la conferma di un adulto, cioè dell’insegnante, è una bella cosa», spiega Lorena. «Ma trovare il modo di aiutarli veramente non è facile. Il video di Myriam è stato provvidenziale. Hanno visto una ragazzina come loro, colpita realmente da ciò che a loro fa tanta paura, cha parlava sorridendo e che diceva di aver perdonato chi le ha fatto del male. La cosa li ha colpiti e li ha anche rassicurati: ci si può trovare in una situazione del genere e reagire con coraggio, senza esser schiacciati dalla paura. In Myram hanno trovato quella rassicurazione che non possiamo dare noi adulti italiani».
Per non perdere il filo Lorena ha proposto ai suoi studenti di scrivere delle lettere ai loro coetanei che da troppi mesi vivono nei centri di raccolta del Kurdistan iracheno dopo essere stati cacciati dalle proprie case dall’Isis. L’adesione è stata unanime. Ne è venuta fuori un’antologia epistolare dominata dall’ammirazione per il coraggio e la capacità di resistere dei giovanissimi cristiani iracheni, dalla volontà di incoraggiarli a continuare a fidarsi di Dio e a non avere paura, ma anche dall’ammissione della propria impotenza di fronte a un’ingiustizia così grande e dal riconoscimento che per dei ragazzi italiani che vivono nella tranquillità della provincia varesina è difficile immaginare i disagi, le sofferenze, le paure di chi è rimasto senza casa e a volte senza amici.

«Io ti stimo tantissimo perché riuscite a resistere e ti auguro tutta la fortuna del mondo, spero che Dio e Gesù ti possano proteggere», scrive Guglielmo. «Se questa lettera arrivasse a Myriam vorrei dirle che è stata fantastica, non ho mai sentito dalle nostre parti una bambina così. Il modo in cui si esprimeva era fantastico, ma non solo perché era brava a parlare, ma anche perché una bambina del genere è da prendere ad esempio», scrive Carola. Il concetto che i bambini cristiani iracheni sono da prendere a modello, anzi da considerare maestri di vita, torna di lettera in lettera. Scrive Giulia: «Siete forti perché anche se costretti ad andare via e scappare, non vi siete arrabbiati con Dio, ma invece avete lottato senza mai perdere la fede e la speranza, io invece non ce l’avrei mai fatta, e forse mi sarei arrabbiata con il mondo ma avrei sbagliato, ma se mi succedesse adesso in questo momento dopo aver visto il video di Sat-7 Kids, di trovarmi nella vostra situazione, non farei come dicevo perché mi avete insegnato ad andare avanti, superando la paura, la tristezza e il male. Io vi stimo e voi, anche se magari della mia stessa età, siete i miei maestri della vita».
Naturalmente nei testi emerge anche il senso di colpa di chi capisce di essere un privilegiato rispetto al suo interlocutore. «Io non posso capire come state, io non posso capire il vostro dolore», sono frasi che tornano di lettera in lettera. Ma c’è anche chi scrive: «Spero un giorno di poter venire nel tuo paese e visitare un campo profughi e almeno capire come vi sentite. Perché io sono convinto che prima o poi qualcuno li fermerà, perché non è giusto che loro non pensano agli altri».

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