venerdì, maggio 18, 2012
Hira, antica città cristiana vicino Najaf che rischia di sparire
By Il Sole 24 ore
Un'antica città cristiana a due passi dal più sacro e venerato luogo di culto dell'Islam sciita, Najaf, città santa nel centro-sud dell'Iraq: l'antica Mesopotamia.
Siamo nel sito di al-Hira, importante centro urbano di epoca preislamica. Qui, nel IV secolo d.C., la dinastia araba dei Lakhmidi stabilì la capitale del proprio regno costruendo mirabili chiese e palazzi come il leggendario al Hawarnaq nel quale, secondo la tradizione, il re Nu'man si convertì al Cristianesimo.
Ne parla l'archeologo Shakir al Jabri: "Malgrado la sua importanza storica e archeologica, al Hira non ha mai ricevuto adeguate attenzioni. Le indagini archeologiche, condotte in modo sporadico negli anni '30 e '50 del secolo scorso, sono state riprese nel 2007 a seguito dei lavori di ampliamento dell'aeroporto di Najaf".
Gli ultimi scavi hanno portato alla luce le fondazioni di numerosi edifici in mattoni. Rinvenuti circa 2.100 reperti tra i quali iscrizioni, monete e frammenti ceramici riferibili al V-VII secolo d.C. Poi dal 2010, più nulla perchè i lavori sono stati interrotti per mancanza di finanziamenti.
"La salvaguardia del patrimonio archeologico e culturale del paese non è fra le priorità del governo", si lamenta al Jabri e così questo frammento di storia che ha resistito per secoli rischia di sparire per sempre.
Siamo nel sito di al-Hira, importante centro urbano di epoca preislamica. Qui, nel IV secolo d.C., la dinastia araba dei Lakhmidi stabilì la capitale del proprio regno costruendo mirabili chiese e palazzi come il leggendario al Hawarnaq nel quale, secondo la tradizione, il re Nu'man si convertì al Cristianesimo.
Ne parla l'archeologo Shakir al Jabri: "Malgrado la sua importanza storica e archeologica, al Hira non ha mai ricevuto adeguate attenzioni. Le indagini archeologiche, condotte in modo sporadico negli anni '30 e '50 del secolo scorso, sono state riprese nel 2007 a seguito dei lavori di ampliamento dell'aeroporto di Najaf".
Gli ultimi scavi hanno portato alla luce le fondazioni di numerosi edifici in mattoni. Rinvenuti circa 2.100 reperti tra i quali iscrizioni, monete e frammenti ceramici riferibili al V-VII secolo d.C. Poi dal 2010, più nulla perchè i lavori sono stati interrotti per mancanza di finanziamenti.
"La salvaguardia del patrimonio archeologico e culturale del paese non è fra le priorità del governo", si lamenta al Jabri e così questo frammento di storia che ha resistito per secoli rischia di sparire per sempre.
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Iraq. Babilonia. Autopsia di un disastro
By Osservatorio Iraq, 18 maggio 2012
di Giovanni Andriolo
Il sito dell’antica città di Babilonia non trova pace. Dopo le razzie dei primi archeologi europei, le ristrutturazioni invasive di Saddam Hussein, le perforazioni nel sottosuolo per il passaggio degli oleodotti, l’occupazione delle truppe internazionali, la prossima minaccia potrebbe venire dal turismo. Ne parliamo con Paolo Brusasco.
Nelle scorse settimane Osservatorio Iraq aveva segnalato il degrado del sito dell’antica Babilonia, nell’attuale Iraq, uno dei più antichi e importanti centri abitati della storia dell’umanità.
Degrado dovuto, nell’ultimo secolo, a diversi fattori, non da ultimo la strumentalizzazione del sito a scopi politici, economici, militari.
Abbiamo intervistato Paolo Brusasco, archeologo e docente di Storia del vicino oriente antico all’Università di Genova, nonché autore del libro "Babilonia. All’origine del mito", il cui titolo del primo capitolo è eloquente: "Autopsia di un disastro".
Ci può raccontare quali danni hanno provocato le truppe internazionali che nel 2003 hanno “occupato” il sito dell’antica Babilonia?
Come suggerito dal rapporto finale Unesco del 26 giugno 2009 e dal mio personale ricordo del sito, i danni causati dalla base militare alleata (statunitense e polacca) Camp Alpha sono molto gravi per estensione e impatto sull’archeologia dell’antica capitale.Dall’aprile del 2003 alla fine del 2004, la base, che contava almeno 2000 soldati, ha condotto le seguenti operazioni, tutte assolutamente invasive:
a) nel cuore stesso della città interna ove giacciono i resti più monumentali - il palazzo di Nabucodonosor II ( 604-562 a.C.) e la Porta di Ishtar – si è spianato addirittura con bulldozer un’area archeologica di ben 300.000 metri quadrati, il tutto ricoperto di ghiaia trattata chimicamente per limitare la polvere durante le operazioni militari e il passaggio di blindati;
b) i fragili resti in mattoni della Porta di Ishtar, cosi come il Palazzo Reale Sud, i templi di Ninmakh, di Ištar, di Nabu e le case babilonesi – già ristrutturati in età saddamiana - hanno fortemente patito per le vibrazioni causate dalla vicina presenza di un grande eliporto, costruito nelle vicinanze direttamente sugli strati delle dinastie partico-sasanidi (II sec. a.C. – VII sec. d.C.);
c) dalla Porta di Ishtar, 9 pregiati mushkhush - i draghi-guardiani, simbolo del dio poliade Marduk, realizzati in mattoni a rilievo – sono stati gravemente danneggiati da razziatori verosimilmente interni alla base che hanno asportato parte dei fregid) molto esteso anche il danno alla Via delle Processioni, il tragitto rituale dove avvenivano le celebrazioni della Festa del Nuovo Anno babilonese, la cui pavimentazione in cotto risulta in più punti distrutta dal passaggio di blindati, camion, veicoli militari e la collocazione di barriere di cemento;
e) la creazione di infrastrutture militari di vario tipo, quali caserme, aree di rifornimento di carburante, trincee di difesa, barriere protettive create con contenitori HESCO (a maglie metalliche e tela), ha alterato la stratigrafia del sito; gli HESCO, in particolare, sono stati colmati con terreno archeologico di Babilonia e di altri antichi siti satellite, contaminando per sempre l’integrità dell’archeologia.
Oltre ai danni provocati in loco, sembra che diversi reperti siano stati trafugati e portati illegalmente fuori dal paese: cosa ci può dire in proposito?
Ciò purtroppo è accaduto, ma non solo a Babilonia. Sin dalla Prima Guerra del Golfo del 1990-91, la maggior parte delle migliaia di siti archeologici dell’Iraq continua a subire la più grande spoliazione di tesori archeologici della storia.
E la razzia non si è arrestata. Una mia recente indagine, unitamente a quella di Neil Brodie della Stanford University, ha messo in evidenza una preoccupante rete di trafficanti, dai tombaroli locali ai ricettatori alle grandi case d’asta e siti web di antichità, sino ai fruitori euroamericani e giapponesi.
Un traffico illegale di centinaia di migliaia di dollari che si affianca, non senza connessioni, a quello della droga. A patire di più sono le migliaia di tavolette cuneiformi, di sigilli cilindrici e di amuleti vari che l’Interpol sta intercettando alle frontiere di molti stati occidentali, compreso l’Italia.Per aggirare la legge che vieta il commercio di antichità irachene (UNSCR 1483), si utilizzano, in luogo di “Iraq”, fuorvianti definizioni geografiche circa la provenienza dei reperti (i.e. East Mediterranean, East Asia, Syria, ecc.); inoltre, attraverso astute triangolazioni con paesi mediorientali confinanti con l’Iraq gli oggetti vengono piazzati nei mercati internazionali.
Ma le truppe internazionali non si erano sistemate sul sito di Babilonia proprio per proteggere le rovine e i reperti?
Questo è quello che hanno sostenuto a loro difesa - nelle parole del loro portavoce, il colonnello John Coleman, capo-missione a Babilonia - come ho scritto nel mio libro.
Ma è evidente che una cosa è proteggere Babilonia con pattugliamenti esterni al sito, e ciò sarebbe stato sufficiente a garantirne una adeguata tutela; altra cosa è impiantare una base militare sulle rovine stesse del sito.
A livello simbolico, ritiene che l’occupazione e la devastazione del sito di Babilonia abbia leso l’immagine delle forze internazionali?
Non lo ritengo solo io, ma tutta la comunità archeologica internazionale. Anche da parte americana, persino i neoconservatori più convinti, come l’allora sottosegretario alla Difesa Fred Iklé, riconoscono l’ingenuità del gesto e la conseguente perdita di prestigio.
Babilonia, in effetti, ha una forte valenza simbolica, non solo agli occhi degli iracheni ma per gli stessi Occidentali che la connotano come la patria del diritto, della scienza, della letteratura…, la prima città cosmopolitica della storia. Decostruire questo simbolo è stato un po’ come tranciare le proprie radici culturali, offendendo al contempo il popolo iracheno, e mostrandosi al cospetto del mondo come i nuovi barbari, emuli del famigerato re elamita Shutruk-Nakhunte che l’aveva razziata nel 1150 a.C.
Non avevano forse gli Stati occidentali e il Consiglio di Sicurezza dell'Onu a suo tempo deprecato le distruzioni dei Buddha di Bamiyan da parte del governo talebano dell’Afghanistan, tacciandole di oltraggio al patrimonio culturale?
Un martirio, quello di Babilonia, che inizia ben prima del 2003: dai primi scavi archeologici ai pesanti interventi di Saddam Hussein.
Certamente. La martoriata storia della riscoperta della città passa dagli scavi colonialisti di fine Ottocento diretti dal tedesco Robert Koldewey che, per conto della Deutsche Orient-Gesellschaft (Società Orientale tedesca), ha ricostruito al Vorderasiatisches Museum di Berlino gli spettacolari fregi della Porta di Ishtar e della Via delle Processioni, fino ai faraonici interventi negli anni Ottanta del Novecento dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein.
Questi vedeva nella città il luogo ideale, con la sua storia millenaria, per coniugare la sua propaganda politica di matrice baathista socialisteggiante col panarabismo guidato dal genio del grande Iraq, in un filo sottile che legava Saddam agli illustri antenati babilonesi Hammurabi e Nabucodonosor II.Le ricostruzioni saddamiane – il Palazzo Sud, la Porta di Ishtar, il teatro greco, e vari templi cittadini – per quanto non filologiche e frutto del sogno megalomane di un dittatore, rendono comunque almeno in parte giustizia allo splendore che doveva rappresentare la città antica, purtroppo assai deteriorata dall’urto del tempo.
Nel suo libro, parla di “strumentalizzazione politica del patrimonio archeologico iracheno”: cosa intende con questa espressione?
Proprio quello che ho detto prima: la città in quanto simbolo intriso di profondi significati è stata via via utilizzata dai vari interlocutori politici che ne sono venuti in contatto – i tedeschi, i governi iracheni e per ultimi gli americani – per mettere in atto un piano di autocelebrazione propagandistica, mirata più all’appropriazione del passato che a un suo effettivo rispetto e riqualificazione nel presente.
Nemmeno il presente sembra promettere bene: quali pericoli minacciano oggi il sito di Babilonia?
Già, nuovi e continui pericoli minacciano il sito. Recentemente la costruzione di un nuovo oleodotto che attraversa le mura urbiche – una delle sette meraviglie del mondo antico - è davvero sconcertante, e non lascia ben sperare per il futuro.
Ma oltremodo dannoso è il rilancio di un turismo indiscriminato da parte dell’attuale governo di maggioranza sciita e del suo nuovo ministero del Turismo che sta soppiantando l’autorità del vecchio Dipartimento di Antichità (State Board of Antiquities and Heritage, SBAH), di matrice sunnita, l’unico legalmente preposto alla tutela della città. Inoltre, va purtroppo registrata la continua edificazione di giardini, aree da picnic….., e la crescente presenza di aree residenziali allocate agli impiegati della locale municipalità.
Quali azioni, a livello sia governativo che internazionale, sono state intraprese a difesa del sito?
Di notevole interesse è il progetto “Futuro di Babilonia”, sotto l’egida dell’UNESCO, finanziato a partire dal 2009 con 700.000 dollari dell’ambasciata americana, in collaborazione con lo SBAH e il Fondo mondiale per i monumenti.
Anche se la collaborazione col Getty Museum lascia seri dubbi (viste le sue passate acquisizioni di antichità di provenienza illegale), il progetto è quanto meno apprezzabile poiché finalizzato all’attuazione di un piano per la tutela del sito e per lo sviluppo di un turismo controllato.
Un risultato che tuttavia pare ancora molto lontano, e non privo di ombre, dal momento che sembra ostacolato dagli immediati interessi economici legati al turismo e al petrolio.
L’eventuale inclusione di Babilonia nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco potrebbe aiutare a proteggere il sito? In che modo?
Sarebbe un passo fondamentale per offrire a Babilonia il tipo di finanziamento economico e la protezione, costante nel tempo, di cui necessita un sito di tale importanza culturale.Ma prerequisito di tale iscrizione è la messa a punto di un efficace piano di tutela, col ripristino delle strutture monumentali, la cessazione di attività costruttive invasive e la limitazione del turismo.
Per attuare in tempi rapidi tutto ciò, a mio parere, sarebbe anche necessario un più forte coordinamento centrale da parte delle autorità irachene dello SBAH.
Nelle scorse settimane Osservatorio Iraq aveva segnalato il degrado del sito dell’antica Babilonia, nell’attuale Iraq, uno dei più antichi e importanti centri abitati della storia dell’umanità.
Degrado dovuto, nell’ultimo secolo, a diversi fattori, non da ultimo la strumentalizzazione del sito a scopi politici, economici, militari.
Abbiamo intervistato Paolo Brusasco, archeologo e docente di Storia del vicino oriente antico all’Università di Genova, nonché autore del libro "Babilonia. All’origine del mito", il cui titolo del primo capitolo è eloquente: "Autopsia di un disastro".
Ci può raccontare quali danni hanno provocato le truppe internazionali che nel 2003 hanno “occupato” il sito dell’antica Babilonia?
Come suggerito dal rapporto finale Unesco del 26 giugno 2009 e dal mio personale ricordo del sito, i danni causati dalla base militare alleata (statunitense e polacca) Camp Alpha sono molto gravi per estensione e impatto sull’archeologia dell’antica capitale.Dall’aprile del 2003 alla fine del 2004, la base, che contava almeno 2000 soldati, ha condotto le seguenti operazioni, tutte assolutamente invasive:
a) nel cuore stesso della città interna ove giacciono i resti più monumentali - il palazzo di Nabucodonosor II ( 604-562 a.C.) e la Porta di Ishtar – si è spianato addirittura con bulldozer un’area archeologica di ben 300.000 metri quadrati, il tutto ricoperto di ghiaia trattata chimicamente per limitare la polvere durante le operazioni militari e il passaggio di blindati;
b) i fragili resti in mattoni della Porta di Ishtar, cosi come il Palazzo Reale Sud, i templi di Ninmakh, di Ištar, di Nabu e le case babilonesi – già ristrutturati in età saddamiana - hanno fortemente patito per le vibrazioni causate dalla vicina presenza di un grande eliporto, costruito nelle vicinanze direttamente sugli strati delle dinastie partico-sasanidi (II sec. a.C. – VII sec. d.C.);
c) dalla Porta di Ishtar, 9 pregiati mushkhush - i draghi-guardiani, simbolo del dio poliade Marduk, realizzati in mattoni a rilievo – sono stati gravemente danneggiati da razziatori verosimilmente interni alla base che hanno asportato parte dei fregid) molto esteso anche il danno alla Via delle Processioni, il tragitto rituale dove avvenivano le celebrazioni della Festa del Nuovo Anno babilonese, la cui pavimentazione in cotto risulta in più punti distrutta dal passaggio di blindati, camion, veicoli militari e la collocazione di barriere di cemento;
e) la creazione di infrastrutture militari di vario tipo, quali caserme, aree di rifornimento di carburante, trincee di difesa, barriere protettive create con contenitori HESCO (a maglie metalliche e tela), ha alterato la stratigrafia del sito; gli HESCO, in particolare, sono stati colmati con terreno archeologico di Babilonia e di altri antichi siti satellite, contaminando per sempre l’integrità dell’archeologia.
Oltre ai danni provocati in loco, sembra che diversi reperti siano stati trafugati e portati illegalmente fuori dal paese: cosa ci può dire in proposito?
Ciò purtroppo è accaduto, ma non solo a Babilonia. Sin dalla Prima Guerra del Golfo del 1990-91, la maggior parte delle migliaia di siti archeologici dell’Iraq continua a subire la più grande spoliazione di tesori archeologici della storia.
E la razzia non si è arrestata. Una mia recente indagine, unitamente a quella di Neil Brodie della Stanford University, ha messo in evidenza una preoccupante rete di trafficanti, dai tombaroli locali ai ricettatori alle grandi case d’asta e siti web di antichità, sino ai fruitori euroamericani e giapponesi.
Un traffico illegale di centinaia di migliaia di dollari che si affianca, non senza connessioni, a quello della droga. A patire di più sono le migliaia di tavolette cuneiformi, di sigilli cilindrici e di amuleti vari che l’Interpol sta intercettando alle frontiere di molti stati occidentali, compreso l’Italia.Per aggirare la legge che vieta il commercio di antichità irachene (UNSCR 1483), si utilizzano, in luogo di “Iraq”, fuorvianti definizioni geografiche circa la provenienza dei reperti (i.e. East Mediterranean, East Asia, Syria, ecc.); inoltre, attraverso astute triangolazioni con paesi mediorientali confinanti con l’Iraq gli oggetti vengono piazzati nei mercati internazionali.
Ma le truppe internazionali non si erano sistemate sul sito di Babilonia proprio per proteggere le rovine e i reperti?
Questo è quello che hanno sostenuto a loro difesa - nelle parole del loro portavoce, il colonnello John Coleman, capo-missione a Babilonia - come ho scritto nel mio libro.
Ma è evidente che una cosa è proteggere Babilonia con pattugliamenti esterni al sito, e ciò sarebbe stato sufficiente a garantirne una adeguata tutela; altra cosa è impiantare una base militare sulle rovine stesse del sito.
A livello simbolico, ritiene che l’occupazione e la devastazione del sito di Babilonia abbia leso l’immagine delle forze internazionali?
Non lo ritengo solo io, ma tutta la comunità archeologica internazionale. Anche da parte americana, persino i neoconservatori più convinti, come l’allora sottosegretario alla Difesa Fred Iklé, riconoscono l’ingenuità del gesto e la conseguente perdita di prestigio.
Babilonia, in effetti, ha una forte valenza simbolica, non solo agli occhi degli iracheni ma per gli stessi Occidentali che la connotano come la patria del diritto, della scienza, della letteratura…, la prima città cosmopolitica della storia. Decostruire questo simbolo è stato un po’ come tranciare le proprie radici culturali, offendendo al contempo il popolo iracheno, e mostrandosi al cospetto del mondo come i nuovi barbari, emuli del famigerato re elamita Shutruk-Nakhunte che l’aveva razziata nel 1150 a.C.
Non avevano forse gli Stati occidentali e il Consiglio di Sicurezza dell'Onu a suo tempo deprecato le distruzioni dei Buddha di Bamiyan da parte del governo talebano dell’Afghanistan, tacciandole di oltraggio al patrimonio culturale?
Un martirio, quello di Babilonia, che inizia ben prima del 2003: dai primi scavi archeologici ai pesanti interventi di Saddam Hussein.
Certamente. La martoriata storia della riscoperta della città passa dagli scavi colonialisti di fine Ottocento diretti dal tedesco Robert Koldewey che, per conto della Deutsche Orient-Gesellschaft (Società Orientale tedesca), ha ricostruito al Vorderasiatisches Museum di Berlino gli spettacolari fregi della Porta di Ishtar e della Via delle Processioni, fino ai faraonici interventi negli anni Ottanta del Novecento dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein.
Questi vedeva nella città il luogo ideale, con la sua storia millenaria, per coniugare la sua propaganda politica di matrice baathista socialisteggiante col panarabismo guidato dal genio del grande Iraq, in un filo sottile che legava Saddam agli illustri antenati babilonesi Hammurabi e Nabucodonosor II.Le ricostruzioni saddamiane – il Palazzo Sud, la Porta di Ishtar, il teatro greco, e vari templi cittadini – per quanto non filologiche e frutto del sogno megalomane di un dittatore, rendono comunque almeno in parte giustizia allo splendore che doveva rappresentare la città antica, purtroppo assai deteriorata dall’urto del tempo.
Nel suo libro, parla di “strumentalizzazione politica del patrimonio archeologico iracheno”: cosa intende con questa espressione?
Proprio quello che ho detto prima: la città in quanto simbolo intriso di profondi significati è stata via via utilizzata dai vari interlocutori politici che ne sono venuti in contatto – i tedeschi, i governi iracheni e per ultimi gli americani – per mettere in atto un piano di autocelebrazione propagandistica, mirata più all’appropriazione del passato che a un suo effettivo rispetto e riqualificazione nel presente.
Nemmeno il presente sembra promettere bene: quali pericoli minacciano oggi il sito di Babilonia?
Già, nuovi e continui pericoli minacciano il sito. Recentemente la costruzione di un nuovo oleodotto che attraversa le mura urbiche – una delle sette meraviglie del mondo antico - è davvero sconcertante, e non lascia ben sperare per il futuro.
Ma oltremodo dannoso è il rilancio di un turismo indiscriminato da parte dell’attuale governo di maggioranza sciita e del suo nuovo ministero del Turismo che sta soppiantando l’autorità del vecchio Dipartimento di Antichità (State Board of Antiquities and Heritage, SBAH), di matrice sunnita, l’unico legalmente preposto alla tutela della città. Inoltre, va purtroppo registrata la continua edificazione di giardini, aree da picnic….., e la crescente presenza di aree residenziali allocate agli impiegati della locale municipalità.
Quali azioni, a livello sia governativo che internazionale, sono state intraprese a difesa del sito?
Di notevole interesse è il progetto “Futuro di Babilonia”, sotto l’egida dell’UNESCO, finanziato a partire dal 2009 con 700.000 dollari dell’ambasciata americana, in collaborazione con lo SBAH e il Fondo mondiale per i monumenti.
Anche se la collaborazione col Getty Museum lascia seri dubbi (viste le sue passate acquisizioni di antichità di provenienza illegale), il progetto è quanto meno apprezzabile poiché finalizzato all’attuazione di un piano per la tutela del sito e per lo sviluppo di un turismo controllato.
Un risultato che tuttavia pare ancora molto lontano, e non privo di ombre, dal momento che sembra ostacolato dagli immediati interessi economici legati al turismo e al petrolio.
L’eventuale inclusione di Babilonia nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco potrebbe aiutare a proteggere il sito? In che modo?
Sarebbe un passo fondamentale per offrire a Babilonia il tipo di finanziamento economico e la protezione, costante nel tempo, di cui necessita un sito di tale importanza culturale.Ma prerequisito di tale iscrizione è la messa a punto di un efficace piano di tutela, col ripristino delle strutture monumentali, la cessazione di attività costruttive invasive e la limitazione del turismo.
Per attuare in tempi rapidi tutto ciò, a mio parere, sarebbe anche necessario un più forte coordinamento centrale da parte delle autorità irachene dello SBAH.
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mercoledì, maggio 16, 2012
Incontri di amicizia e di pace.Un nuovo "diario di viaggio" dalle terre del Kurdistan iracheno
By Peacelink 15 maggio 2012
di Andrea Misuri
Il cielo lattiginoso dei primi giorni, per la polvere sollevata dalla terra arida, ha lasciato il posto a raffiche gelate di pioggia e di vento - che depositano sui vestiti una sottile lamina giallognola - poi, nei giorni successivi, a una trama leggera di neve farinosa che ci ha accompagnato per un lungo tratto, nel ritorno all’aeroporto di Erbil. Al check point al passo di Taslwja, i giovani peshmerga, kalashnikov in mano, sono intabarrati nei giacconi, con le sciarpe alzate fin sotto gli occhi e i copri orecchi a proteggere dal freddo di una primavera che tarda ad arrivare. Scendiamo a valle. Il paesaggio ora è piatto e brullo. Passiamo vicino a piccoli villaggi: Bazian, Takia, Qara-Hanjeer, prima di costeggiare l’enclave di Kirkuk e le cime innevate della catena montuosa sulla nostra sinistra, mentre la strada corre verso nord. Improvvisamente tutto scompare. “Nebbia in Val Padana” scherziamo tra noi. Una nebbia ben strana, però, di un colore ocra sospetto che ci fa subito propendere per quello che realmente è, un muro impalpabile di sabbia che ci accompagna fino alle porte di Erbil.
“Finché esistono le montagne, non abbiamo paura di niente” è un proverbio curdo degli anni della guerra. Lo racconta Arsalan Baiz presidente del Parlamento regionale, per spiegarci la determinazione con la quale i curdi hanno combattuto per la loro libertà. “A quel tempo costruivamo le case ad almeno cinquanta metri l’una dall’altra, per evitare che una bomba potesse colpire entrambe le abitazioni.” Oggi il Parlamento di Erbil è l’espressione del caleidoscopio etnico e religioso che convive in questa regione nel nord dell’Iraq. Dare voce a tutte le istanze e riportarle nel comune consesso istituzionale è un percorso obbligato che trova risposta in qualche numero: centoundici parlamentari, dei quali trentacinque dell’opposizione; quarantadue donne elette; cinque rappresentanti della minoranza turcomanna; sei di quella caldea.
Il cielo lattiginoso dei primi giorni, per la polvere sollevata dalla terra arida, ha lasciato il posto a raffiche gelate di pioggia e di vento - che depositano sui vestiti una sottile lamina giallognola - poi, nei giorni successivi, a una trama leggera di neve farinosa che ci ha accompagnato per un lungo tratto, nel ritorno all’aeroporto di Erbil. Al check point al passo di Taslwja, i giovani peshmerga, kalashnikov in mano, sono intabarrati nei giacconi, con le sciarpe alzate fin sotto gli occhi e i copri orecchi a proteggere dal freddo di una primavera che tarda ad arrivare. Scendiamo a valle. Il paesaggio ora è piatto e brullo. Passiamo vicino a piccoli villaggi: Bazian, Takia, Qara-Hanjeer, prima di costeggiare l’enclave di Kirkuk e le cime innevate della catena montuosa sulla nostra sinistra, mentre la strada corre verso nord. Improvvisamente tutto scompare. “Nebbia in Val Padana” scherziamo tra noi. Una nebbia ben strana, però, di un colore ocra sospetto che ci fa subito propendere per quello che realmente è, un muro impalpabile di sabbia che ci accompagna fino alle porte di Erbil.
“Finché esistono le montagne, non abbiamo paura di niente” è un proverbio curdo degli anni della guerra. Lo racconta Arsalan Baiz presidente del Parlamento regionale, per spiegarci la determinazione con la quale i curdi hanno combattuto per la loro libertà. “A quel tempo costruivamo le case ad almeno cinquanta metri l’una dall’altra, per evitare che una bomba potesse colpire entrambe le abitazioni.” Oggi il Parlamento di Erbil è l’espressione del caleidoscopio etnico e religioso che convive in questa regione nel nord dell’Iraq. Dare voce a tutte le istanze e riportarle nel comune consesso istituzionale è un percorso obbligato che trova risposta in qualche numero: centoundici parlamentari, dei quali trentacinque dell’opposizione; quarantadue donne elette; cinque rappresentanti della minoranza turcomanna; sei di quella caldea.
Prendiamo ad esempio la comunità caldea, concentrata in gran parte a Erbil, nel quartiere di Ankawa. Oltre ventimila abitanti che aumentano costantemente, per lo stillicidio di arrivi da Baghdad e dalle città del sud dell’Iraq, dove i muri alzati per separare i diversi quartieri e i rispettivi gruppi etnici, niente possono contro le quotidiane minacce che colpiscono i credenti cristiani. Per chi arriva, ci sono i problemi della casa e del lavoro. Per quest’ultimo, nel Parlamento regionale si sta cercando una soluzione legislativa. In un Paese dove i dipendenti pubblici rappresentano la maggioranza dei lavoratori, potrebbero ottenere una sorta di trasferimento, per alleviare i disagi di una fuga dalle città d’origine. A Sulaimaniya, la collettività è estremamente esigua. La chiesa cattolica caldea di St. Joseph, una costruzione moderna affiancata da un campanile stilizzato, è posta di lato alla Direzione del Ministero della Cultura. Al cancello, una garitta e un soldato armato ricordano come non sia possibile abbassare la guardia dal pericolo fondamentalista. Il vasto interno circolare dell’edificio è ingentilito da bianche colonne e dalle pareti fasciate di legno chiaro.
Padre Ayman Aziz Hermiz, trenta anni, proviene da Kirkuk. Ha l’espressione attenta e gioviale; una barba nera e ben curata gli incornicia il mento. Ci accoglie con cordialità. La comunità è composta da duecentocinquanta famiglie, novecento fedeli in tutto, in una metropoli di oltre un milione di abitanti. Un isolamento che percepisco nello sguardo e nella voce di padre Ayman. “La strada della convivenza è l’unica percorribile –ci dice sorridendo – Musulmani e cristiani torneranno a vivere insieme”. Tutti i pomeriggi alle cinque, la messa officiata da padre Ayman è l’occasione quotidiana per riunire la comunità di fedeli intorno a questo giovane prete.
Padre Ayman Aziz Hermiz, trenta anni, proviene da Kirkuk. Ha l’espressione attenta e gioviale; una barba nera e ben curata gli incornicia il mento. Ci accoglie con cordialità. La comunità è composta da duecentocinquanta famiglie, novecento fedeli in tutto, in una metropoli di oltre un milione di abitanti. Un isolamento che percepisco nello sguardo e nella voce di padre Ayman. “La strada della convivenza è l’unica percorribile –ci dice sorridendo – Musulmani e cristiani torneranno a vivere insieme”. Tutti i pomeriggi alle cinque, la messa officiata da padre Ayman è l’occasione quotidiana per riunire la comunità di fedeli intorno a questo giovane prete.
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martedì, maggio 15, 2012
Mons. Lingua (Apostolic Nuncio to Iraq): "Unity in love and respect"
By Baghdadhope*
Baghdadhope publishes Mons. Lingua’s homily (Italian, English and Arabic) delivered during the celebration of the seventh year of Benedict XVI’s pontificate (click here) and his speech to the Chaldean priests gathered in Alqosh (Italian and Arabic) (click here)
The Apostolic Nuncio to Jordan and Iraq, Monsignor Giorgio Lingua, on early May made a tour in northern Iraq that first led him into the city of Mosul where, accompanied by the Chaldean Archbishop of the city, Monsignor Emil Shimoun Nona, met the Syriac Orthodox bishop of Mosul, Mor Nicodemus Dawood Sharaf and the retired bishop, now a patriarchal counselor, Mor Gregorious Saliba Shamoun. The meeting ended with an ecumenical prayer in the cathedral dedicated to St. Ephrem the Syriac. In Mosul, Mons. Lingua visited also the Chaldean Cathedral of Santa Meskinta, the Chaldean monks’ monastery, various religious communities, the old patriarchal seminary of St. Peter and had a public meeting in the church of Saint Paul crowded with worshippers.
From Mosul Mons. Lingua reached Telkeif, a small village of long Christian tradition where he visited the church of Mart Shmona that belongs to the Assyrian Church of the East, a non-catholic autocephalous church that in Iraq has many faithful, less in any case to those living abroad, and attended the opening ceremony of the liturgical center of the Chaldean Sisters of the Daughters of the Sacred Heart.
In Erbil Mons. Lingua delivered the homily during the Mass celebrated by the Chaldean Archbishop Mons. Bashar M. Warda dedicated to the seventh anniversary of Benedict XVI’s pontificate whose life has been retraced through a multimedia presentation prepared by Father Rayan P. Atto. In Ankawa the Apostolic Nuncio spent a day in the Chaldean seminary of St. Peter and in Alqosh he finally met a group of Chaldean priests.
UNITY IN LOVE AND RESPECT
Mons. Lingua’s short tour in northern emphasizes the importance of the celebration of Pope Benedict XVI’s seventh year of pontificate as a mark of the strong bond of Iraqi church with the papacy but what’s more emphasizes the importance of Christian unity.
Not only Mons. Lingua visited Catholic and non-Catholic churches, but he made of unity the central topic of the homily he delivered during the celebration in honor of the Pope held in Erbil and of the meeting he had with the Chaldean priests in the convent of the Redemptorists in Alqosh.
The position of Mons. Lingua is frank: Christians are "unfortunately" divided and this "gives a negative testimony" as Jesus' prayer was that " that they may all be one so that the world may believe." (Jn 17.21 )
Recalling the various Christian traditions that make up the Iraqi mosaic Mons. Lingua recalled how it is not such diversity that creates division that instead means wealth, but rather "criticism, envy, suspicion" that must be overcome by love and mutual esteem.
The church in Iraq will "bloom again" if all its children will love each other "as Christ loves each one of us" and if with "courage" they will put aside the divisions that are evidence of "weakness".
Even more precise is the call for unity in Mons. Lingua’s address to the Chaldean priests to whom, recalling "the high mission and the great responsibility" given to them by the Church in their being "called and consecrated to represent Christ on earth" the Nuncio recalls that priesthood does not mean power, but service. Being priests is a privilege for Christians, a gift, because everyone is called by Baptism to live like Christ, but only some are chosen by the Church to continue His work in "dispense the sacraments of salvation."
This gift, however, means sacrifice too. The priest must be able to rejoice even in suffering keeping in mind that it hides Christ and therefore "every time we complain of what we have to endure, we complain about Him."
The priest, " man of joy," moreover, "as man chosen to bring God to men and men to God" should be "at any level" "instrument of unity and communion" and must follow some guidelines.
He must first of all reconcile with his bishop, a reconciliation that Mons. Lingua does not hesitate to describe as "difficult", even "heroic " but since being a priest "means to be ready to give one’s own life " and that first of all the priest must know how to give it "for his bishop" it should not weigh that much since "if one is ready to give his life must also be ready to give everything that is not life!"
Reconciliation with the bishops as well with the brethren to be "examples for the flock", and priest as an instrument of reconciliation in the community in all its components: family, parish, society, world.
The figure of the "reconciler" priest is for Mons. Lingua is "necessary today in Iraq" for "the moral reconstruction" of the country.
The reconciliatory process, however, is not only about the relationship between priests and the civil society and the ecclesiastical hierarchy but also, especially in the Iraqi Christian mosaic, about the ecumenical value and "the communion within the Catholic Church."
Recalling the final message of the Special Assembly for the Middle East held in Rome in 2010 Mons. Lingua cites the words of the Synod Fathers who spoke of a "same path" to cover with the Orthodox Churches and the Evangelical Communities "for the sake of Christians" and specifies how "despite the diversity of our churches" only through unity we can "accomplish the mission that God entrusted to all of us. "
For sure, says Mons. Lingua, "we still have a ,long way to cover" but we must be careful not to take shortcuts that do not respect our identities because although, for example, not to share communion as "the culmination of the celebration" with "our Orthodox brothers" is a "suffering" it is necessary "to avoid the false irenism and disregard for the rules of the Church" (Encyclical Ut Unum Sint). The division, it is true, brings sufferings but if "loved and respected it will bear fruits."
If this applies to relations among the sister but different churches it also applies to the "variety of rites within the Catholic Church."
To mix different rites as some priests do in Iraq "is not helpful either to protect one’s own identity neither to grow in communion" because this requires "mutual love through the respect of the other in his diversity" because, points out once again Mons. Lingua, "diversity is wealth, division is poverty."
Love and respect for unity but in the preservation of the identities. A strong call that of Mons. Lingua to the priests who in Iraq live "an exciting challenge" but who should not forget the choice they made to give their life for "God and brethrens" and indeed they must renew it every day.
Baghdadhope publishes Mons. Lingua’s homily (Italian, English and Arabic) delivered during the celebration of the seventh year of Benedict XVI’s pontificate (click here) and his speech to the Chaldean priests gathered in Alqosh (Italian and Arabic) (click here)
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Mons. Lingua (Nunzio Apostolico in Iraq): "Unità nell'amore e nel rispetto"
By Baghdadhope*
Il Nunzio Apostolico in Giordania ed Iraq, Mons. Giorgio Lingua, ha compiuto agli inizi di maggio un viaggio nel nord dell'Iraq che lo ha portato dapprima nella città di Mosul dove, accompagnato dall'Arcivescovo caldeo della città, Mons. Emil Shimoun Nona, ha incontrato il vescovo siro ortodosso della città, Mor Nicodemus Dawood Sharaf ed il vescovo emerito, ora consigliere patriarcale, Mor Gregorious Saliba Shamoun. Incontro che si è concluso con una preghiera ecumenica nella cattedrale dedicata a Sant'Efrem il Siro. Sempre a Mosul Mons. Lingua ha visitato la cattedrale caldea di Santa Meskinta, il monastero dei monaci caldei, varie comunità religiose, ed il vecchio seminario patriarcale di San Pietro per finire con un incontro pubblico nella chiesa di San Paolo gremita di fedeli.
Da Mosul Mons. Lingua ha raggiunto Telkeif, un piccolo villaggio di lunga tradizione cristiana dove ha visitato la chiesa di Mart Shmona che appartiene alla chiesa Assira dell'Est, chiesa autocefala non cattolica che in Iraq ha molti fedeli, inferiori comunque a quelli che vivono in diaspora, ed ha presenziato all'inaugurazione del centro liturgico delle suore caldee Figlie del Sacro Cuore.
Ad Erbil Mons. Lingua ha invece pronunciato l'omelia durante la Santa Messa celebrata dal vescovo caldeo Mons. Bashar M. Warda dedicata alla ricorrenza dei sette anni di pontificato di Benedetto XVI la cui vita è stata ricordata attraverso una presentazione multimediale preparata da Padre Rayan P. Atto. Ad Ankawa il Nunzio Apostolico ha trascorso una giornata nel seminario caldeo di San Pietro ed infine ad Alqosh ha incontrato un gruppo di sacerdoti caldei.
UNITA' NELL'AMORE E NEL RISPETTO
Il breve viaggio di Mons. Lingua nel nord dell’Iraq oltre che a rimarcare l’importanza della celebrazione del VII anno di pontificato di Papa Benedetto XVI a testimonianza del sempre forte legame della chiesa irachena con il soglio pontificio è servito a sottolineare l’importanza dell’unità per i cristiani.
Non solo Mons. Lingua ha visitato chiese cattoliche e non cattoliche quanto ha fatto dell’unità il tema centrale sia dell’omelia da lui pronunciata durante la celebrazione in onore del Papa tenutasi ad Erbil, sia nell’incontro da lui avuto con i sacerdoti caldei nel convento dei Redentoristi ad Al Qosh.
La posizione di Mons. Lingua sul tema è schietta: i cristiani sono “purtroppo” divisi e ciò "dà una testimonianza negativa” perché la preghiera di Gesù fu che “che tutti siano uno, perché il mondo creda”. (Gv 17,21)
Ricordando le diverse tradizioni cristiane che da sempre compongono il mosaico iracheno Mons. Lingua ha ricordato come non sia tale diversità a creare la divisione che invece significa ricchezza, quanto piuttosto “la critica, l’invidia, il sospetto” che devono essere superati dall’amore e dalla stima reciproci.
La chiesa in Iraq potrà “rifiorire” se tutti i suoi figli si ameranno l’un l’altro “come Cristo ci ha amati” e se con “coraggio” metteranno da parte le divisioni che altro non sono che prova di “debolezza”.
Ancora più puntuale è il richiamo all’unità nel discorso ai sacerdoti caldei ai quali, ricordando “ l’alta missione e la grande responsabilità” data loro dalla Chiesa nell’essere “chiamati e consacrati per rappresentare Cristo su questa terra” il Nunzio rammenta come il sacerdozio non significhi potere ma servizio. L’essere sacerdoti è per i cristiani un privilegio, un dono, perché ognuno grazie al Battesimo è chiamato a vivere come Cristo, ma solo alcuni sono scelti dalla Chiesa per continuare la Sua opera nel “dispensare i sacramenti della salvezza.”
Tale dono però vuol dire anche sacrificio. Il sacerdote deve essere capace di gioire anche nella sofferenza ricordando, ogni volta che si propone, come essa nasconda Cristo, e che quindi “ogni volta che ci lamentiamo di quanto dobbiamo sopportare, noi ci lamentiamo di Lui”.
Il sacerdote, “uomo della gioia”, inoltre, “perché scelto a portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio” deve essere a “tutti i livelli” “strumento di unità e comunione”, e per farlo deve seguire delle linee guida.
Deve per prima cosa riconciliarsi con il proprio vescovo, una riconciliazione che Mons. Lingua non esita a definire “difficile", addirittura “eroica” ma che visto che essere sacerdoti “significa essere pronti a dare la vita” e che prima di tutto occorre saperla dare “per i propri vescovi” non dovrebbe pesare più di tanto visto che “se uno è pronto a dare la vita deve essere disposto anche a dare tutto quello che è meno della vita!”
Riconciliazione con i vescovi quindi ma anche con i propri confratelli per essere “modelli del gregge” e sacerdote come strumento di riconciliazione nella comunità in tutte le sue componenti: famiglia, parrocchia, società, mondo.
La figura del sacerdote “riconciliatore” è insomma per Mons. Lingua “necessaria oggi in Iraq” per la “ricostruzione morale” del paese.
Il processo riconciliatorio però non riguarda solo i rapporti tra sacerdoti e società civile e gerarchie ecclesiastiche ma anche, soprattutto nel mosaico cristiano iracheno, valore ecumenico e di “comunione all’interno della Chiesa Cattolica.”
Ricordando il messaggio conclusivo dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente tenutasi a Roma nel 2010 Mons. Lingua cita le parole dei Padri Sinodali che hanno parlato di una “stessa strada” da percorrere con le Chiese Ortodosse e le Comunità evangeliche “per il bene dei cristiani” e specifica come “malgrado le diversità delle nostre chiese” solo con l’unità si può “compiere la missione che Dio ha affidato a tutti”.
Certo, spiega Mons. Lingua, “la strada è ancora lunga davanti a noi” ma bisogna fare attenzione a non prendere scorciatoie non rispettose delle proprie identità perché sebbene il non poter condividere la comunione come “culmine della celebrazione” con i “fratelli ortodossi” sia una “sofferenza” è necessario “evitare il falso irenismo e la noncuranza per le norme della Chiesa” (Enciclica Ut Unum Sint). La divisione, è vero, fa soffrire ma “se amata e rispettata porterà i suoi frutti.”
Se ciò vale per i rapporti tra le chiese sorelle ma diverse vale anche per la “varietà dei riti all’interno della Chiesa Cattolica.” Mescolare riti diversi come alcuni sacerdoti fanno in Iraq “non è utile né per salvaguardare la propria identità né per crescere nella comunione” che ha bisogno di “amore reciproco attraverso il rispetto dell’altro nella sua diversità” perché, ancora una volta Mons. Lingua lo sottolinea, “diversità è ricchezza, divisione è povertà.”
Amore e rispetto per l’unità quindi ma nella preservazione della propria identità. Un richiamo forte quello di Mons. Lingua ai sacerdoti che vivono in Iraq “una sfida entusiasmante ed avvincente” ma che non devono dimenticare la scelta operata di dare la propria vita per “il Signore e per i fratelli” ed anzi devono rinnovarla ogni giorno.
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Alqosh, 7 maggio 2012. Incontro del Nunzio Apostolico con i sacerdoti
By Baghdadhope*
Incontro del Nunzio Apostolico con i sacerdoti
Alquosh, 7 maggio 2012
Sono lieto di rivolgere la parola per la prima volta da quando sono arrivato in Iraq ad un gruppo di sacerdoti.
Ringrazio S.E. Mons. Warda e S.E. Nona per l’organizzazione di questo convegno che ritengo molto importante e S.E. Mons. Maqdassi per l’accoglienza.
Questo incontro mi offre l’opportunità di condividere con voi alcune riflessioni sul sacerdozio.
Come sapete il sacerdote continua il ministero di Cristo sulla terra. In questo senso si dice che è un altro Cristo.
Il Papa Benedetto XVI nell’omelia durante l’ordinazione sacerdotale di 10 diaconi della diocesi di Roma il 29 aprile scorso ha richiamato una delle domande che si fanno nel momento dell’ordinazione sacerdotale: «Volete essere sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stessi a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini?». E poi ha spiegato: “Il sacerdote è infatti colui che viene inserito in un modo singolare nel mistero del Sacrificio di Cristo, con una unione personale a Lui, per prolungare la sua missione salvifica. Questa unione, che avviene grazie al Sacramento dell’Ordine, chiede di diventare “sempre più stretta” per la generosa corrispondenza del sacerdote stesso” (Benedetto XVI, Omelia, 29 aprile 2012).
Come, oggi, essere un altro Cristo, qui in Iraq? In altre parole, come Cristo vuole che noi viviamo il nostro sacerdozio nelle nostre comunità, con i nostri problemi, con gli strumenti a nostra disposizione?
Abbiamo celebrato da poco l’anno sacerdotale ed il papa ha riproposto a tutti la figura di un sacerdote esemplare, il Santo Curato d’Ars. Confesso che la mia prima reazione è stata di sorpresa. Con tutta la stima che avevo per questo grande santo, mi sono detto: ma cosa può dire ai sacerdoti di oggi questo santo vissuto in un contesto ben diverso, con uno stile di vita difficilmente imitabile? Non aveva né auto per visitare le parrocchie, né video per trasmettere qualche buon documentario o film biblico, né computer per registrare i parrocchiani, né internet per trovare qualche idea per le sue omelie e neppure sussidi stampati in Libano per le catechesi!
Poi mi sono accorto che nel suo sacerdozio c’è qualcosa di universale. L’essere Cristo per Lui si esplicava in modo diverso da quello di oggi, il materiale a sua disposizione era certo limitato, ma la cosa essenziale non è la forma, non sono gli strumenti, bensì il contenuto. Non sono i tipi di sacrifici che faceva, ma il sacrificarsi. Non è il modo di parlare con Dio, ma era il suo parlare con Dio. Non come si donava, ma il fatto di donarsi, non come faceva la volontà di Dio, ma il fatto che cercava di compiere in tutto la volontà di Dio.
Quindi ecco la domanda: come Gesù vuole il suo rappresentante sulla terra oggi?
Innanzitutto dobbiamo riconoscere l’alta missione e la grande responsabilità che significa l’essere chiamati e consacrati per rappresentare Cristo su questa terra. Nel videomessaggio inviato ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale, che si è tenuto ad Ars dal 27 settembre al 3 ottobre 2009, durante l’anno sacerdotale - che il Papa Benedetto XVI ha voluto istituire anche per rispondere e rimediare agli scandali commessi da tanti sacerdoti - , il Santo Padre diceva: “Pensate al gran numero di messe che avete celebrato o che celebrerete, rendendo ogni volta Cristo realmente presente sull'altare. Pensate alle innumerevoli assoluzioni che avete dato e darete, permettendo a un peccatore di lasciarsi redimere. Percepite allora la fecondità infinita del sacramento dell'Ordine. Le vostre mani, le vostre labbra, sono divenute, per un istante, le mani e le labbra di Dio. Portate Cristo in voi; siete, per grazia, entrati nella Santissima Trinità. Come diceva il santo Curato: "Se si avesse la fede, si vedrebbe Dio nascosto nel sacerdote come una luce dietro un vetro, come un vino mescolato all'acqua".
Coerenza di vita nel sacerdote
Sabato scorso dicevo ai seminaristi e giovani in ricerca vocazionale riuniti ad Ainkawa che nessuno ha il diritto di essere sacerdote, poiché il sacerdozio è un servizio che si rende alla Chiesa. È la Chiesa, il Corpo di Cristo in terra, che sceglie i candidati al sacerdozio tra coloro che manifestano la loro disponibilità a servire Cristo nei fratelli. Questo cosa significa? Significa che mentre tutti i cristiani, in ragione del sacramento del Battesimo, sono chiamati ad essere un altro Cristo , a vivere come lui - in questo senso si parla di sacerdozio regale, di tutti i fedeli -, qualcuno è scelto per continuare l’opera di Cristo nel dispensare i sacramenti della salvezza, grazie al sacramento del sacerdozio. Per questo si parla di azioni che si compiono ex opere operato, cioè in virtù della consacrazione stessa. Se anche fossi in stato di peccato mortale e celebro la Messa quel pane e quel vino diventano corpo e sangue di Cristo, mentre nella mia vita Cristo è morto, è crocifisso! Compio un’azione sacerdotale senza vivere una vita sacerdotale. Per questo motivo posso anche andare all’inferno ma le azioni che io compio sono valide e io sono strumento di salvezza.
Anche in questo il Santo Curato d’Ars ci è d’esempio. Scriveva il beato Giovanni Paolo II in occasione del ritiro spirituale per i sacerdoti, i diaconi e i seminaristi nella cripta di Ars il 6 ottobre 1986: “Certo, i sacramenti devono la loro efficacia a Cristo e non alla nostra dignità. Noi siamo i suoi strumenti, poveri e umili, che non devono attribuirsi il merito della grazia trasmessa, ma strumenti responsabili, e, attraverso la santità del ministro, le anime sono meglio disposte a cooperare alla grazia. Vediamo esattamente nel curato d’Ars un sacerdote che non si è accontentato di compiere esteriormente i gesti della redenzione; egli vi ha partecipato nel suo stesso essere, nel suo amore di Cristo, nella preghiera costante, nell’offerta delle sue prove o delle sue mortificazioni volontarie”.
Va ricordato, infatti, che Gesù è sacerdote ed è vittima. Il momento in cui Cristo ha esplicitato il suo essere sacerdote è sulla croce, dove si è immolato per i nostri peccati. È sacerdote, dunque, perché offre il sacrificio, ma è pure vittima perché quel sacrificio è egli stesso! In quel momento egli si è offerto completamente al Padre, come uomo e in nome dell’umanità ha detto: “Tu sei tutto, io sono nulla”. Io offro la mia vita a te, per i peccati del mondo. Ma Gesù anche in quel momento non cessava di essere Dio e, come Dio, diceva agli uomini: “voi per me siete tutto, ed io do la mia vita per voi”. Ecco chi è il sacerdote: colui che dà la sua vita a Dio in nome degli uomini e dà Dio agli uomini offrendo sé stesso per loro.
Una vita sacerdotale è una vita donata, per questo il il sacerdozio non è un potere ma un servizio.
Il sacerdote uomo della gioia
Partecipare al sacrificio di Cristo, completare nella nostra carne quanto manca ai patimenti di Cristo, ecco cosa significa essere sacerdoti ieri e oggi. Lo diceva S. Paolo ai cristiani di Colossi: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).
Essere lieti nelle sofferenze. Questo richiede una mentalità nuova, diversa, eppure solo così possiamo essere autentici sacerdoti. Nelle sofferenze noi vediamo la possibilità di partecipare al sacerdozio di Cristo. Per questo, ogni volta che ci lamentiamo di quanto dobbiamo sopportare, noi ci lamentiamo di Cristo. È Lui, infatti, che ci viene incontro nel dolore. Che si nasconde sotto ogni sofferenza. Ma noi sappiamo che, come ebbe a dire il beato Papa polacco, “Abbracciando nelle prove quotidiane Gesù sofferente, ci si unisce immediatamente con lo Spirito del Risorto e la sua forza corroborante (cf. Rm 6,5; Fil 1,19)” (GP II, omelia, 30 aprile 1982).
La nostra vita, dunque, deve essere una vita gioiosa, espressione della risurrezione che segue la morte. La gioia deve caratterizzare la nostra esistenza. Un sacerdote triste, è un sacerdote che non crede o, meglio, che non vive il mistero pasquale, dove la morte lascia posto alla vita.
Nel già citato videomessaggio inviato ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale ad Ars, Benedetto XVI diceva ancora: “Il sacerdote, certamente uomo della Parola divina e del sacro, deve oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza. Agli uomini che non possono concepire che Dio sia puro amore, egli dirà sempre che la vita vale la pena di essere vissuta e che Cristo le dà tutto il suo senso perché Egli ama gli uomini, tutti gli uomini”.
Il sacerdote ministro della riconciliazione
Proprio perché scelto a portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio, il sacerdote ha il ministero della riconciliazione. È chiamato ad essere strumento di unità, di comunione. Quanto è necessario questo oggi, e quale compito vi è affidato!
Gesù, che è venuto a riconciliare gli uomini tra loro e con Dio, non l’ha fatto attraverso i miracoli, con un colpo di bacchetta magica, ma, ancora, attraverso la sua offerta sulla croce. È lì il Riconciliatore. Non dobbiamo pensare che la comunione si costruisce per la nostra capacità, ma per la nostra offerta.
Qui ci sarebbe tanto da dire: essere uomini di riconciliazione a tutti i livelli. Forse potremo approfondire questo argomento in una prossima occasione. Soltanto do alcuni titoli:
- essere riconciliati con i propri Vescovi. So che questa è una delle riconciliazioni più difficili da effettuare, forse più eroiche! Eppure se essere sacerdote significa essere pronti a dare la vita, prima di tutto occorre saper dare la vita per i propri Vescovi. Se uno è pronto a dare la vita, deve essere disposto anche a dare tutto quello che è meno della vita!
- essere riconciliati con i propri confratelli, per dare al mondo l’esempio della comunione vissuta con tutti i suoi frutti, che sono: pace, gioia, tranquillità, serenità, etc… infatti siamo invitati ad essere “modelli del gregge” anche in questo (cf. 1 Pt 5,3);
- essere strumenti di riconciliazione nella comunità, a tutti i livelli: nella famiglia, nella parrocchia, nella società, nel mondo. Quanto necessario tutto questo oggi in Iraq! Quale compito possono avere i sacerdoti per la ricostruzione morale della società irachena se sanno essere fedeli alla loro missione di riconciliatori!
Una parola in più vorrei spenderla, tuttavia, sull’aspetto ecumenico della riconciliazione e sulla comunione all’interno della Chiesa cattolica. Nel messaggio al termine dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, tenutosi a Roma dal 14 al 24 ottobre 2010, i Padri sinodali hanno scritto: “Salutiamo le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nei nostri paesi. Lavoriamo insieme per il bene dei cristiani, perché essi restino, crescano e prosperino. Siamo sulla stessa strada. Le nostre sfide sono le stesse e il nostro avvenire è lo stesso. Vogliamo portare insieme la testimonianza di discepoli di Cristo. Soltanto con la nostra unità possiamo compiere la missione che Dio ha affidato a tutti, malgrado la diversità delle nostre Chiese. La preghiera di Cristo è il nostro sostegno, ed è il comandamento dell’amore che ci unisce, anche se la strada verso la piena comunione è ancora lunga davanti a noi”.
Il messaggio riconosce che la strada è ancora lunga davanti a noi. Vorrei richiamare al dovere di non prendere scorciatoie che non rispettano le identità proprie, creano confusione e portano all’indifferenza e al relativismo. Può essere un dolore partecipare ad una liturgia dei fratelli ortodossi, in caso di un funerale, ad esempio, o di un matrimonio, e astenersi dalla comunione, cioè dal condividere il culmine della celebrazione. Ma là dove non è ancora possibile l’intercomunione, non bisogna fare confusione. Sarà una sofferenza, specie all’interno magari delle stesse famiglie con matrimoni misti. Non prendiamo scorciatoie, vi prego. “In questo coraggioso cammino verso l'unità - ammoniva la Lettera Enciclica Ut unum sint sull’impegno ecumenico, del Papa Giovanni Paolo II, al N. 79 -, la lucidità e la prudenza della fede ci impongono di evitare il falso irenismo e la noncuranza per le norme della Chiesa”. Quel sacrificio che fate, quella divisione che vi fa soffrire, se amata e rispettata porterà i suoi frutti.
Altro discorso, ma simile al primo, si può fare per quanto riguarda la varietà dei riti all’interno della Chiesa cattolica. Mi è stato riferito che alcuni sacerdoti “mescolano” riti diversi. Non è utile, né per salvaguardare la propria identità né per crescere nella comunione. Questa, infatti, si costruisce attraverso l’amore reciproco, attraverso il rispetto dell’altro nella sua diversità. Unità non significa confusione, ma rispetto, amore. “Ama il rito altrui come ami il tuo proprio”, si dovrebbe dire, e proprio per questo devi rispettare il tuo e l’altrui. La diversità è ricchezza, soltanto la divisione è povertà.
Concludendo, desidero ringraziarvi per quanto state facendo, per il prezioso servizio che rendete alle comunità indebolite e sfiduciate e per la testimonianza, spesso sofferta, che date. Siate modelli del gregge in tutto, e non perdetevi d’animo perché non dobbiamo avere paura, il Signore è Risorto ed è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo! (Mt 28,20). Essere sacerdote oggi in Iraq è una sfida entusiasmante ed avvincente. Importante è non dimenticare il momento in cui avete deciso di dare la vostra vita per il Signore e per i fratelli. È una scelta che va rinnovata ogni giorno, ricordando le esigenti parole di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25).
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Incontro del Nunzio Apostolico con i sacerdoti
Alquosh, 7 maggio 2012
Sono lieto di rivolgere la parola per la prima volta da quando sono arrivato in Iraq ad un gruppo di sacerdoti.
Ringrazio S.E. Mons. Warda e S.E. Nona per l’organizzazione di questo convegno che ritengo molto importante e S.E. Mons. Maqdassi per l’accoglienza.
Questo incontro mi offre l’opportunità di condividere con voi alcune riflessioni sul sacerdozio.
Come sapete il sacerdote continua il ministero di Cristo sulla terra. In questo senso si dice che è un altro Cristo.
Il Papa Benedetto XVI nell’omelia durante l’ordinazione sacerdotale di 10 diaconi della diocesi di Roma il 29 aprile scorso ha richiamato una delle domande che si fanno nel momento dell’ordinazione sacerdotale: «Volete essere sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stessi a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini?». E poi ha spiegato: “Il sacerdote è infatti colui che viene inserito in un modo singolare nel mistero del Sacrificio di Cristo, con una unione personale a Lui, per prolungare la sua missione salvifica. Questa unione, che avviene grazie al Sacramento dell’Ordine, chiede di diventare “sempre più stretta” per la generosa corrispondenza del sacerdote stesso” (Benedetto XVI, Omelia, 29 aprile 2012).
Come, oggi, essere un altro Cristo, qui in Iraq? In altre parole, come Cristo vuole che noi viviamo il nostro sacerdozio nelle nostre comunità, con i nostri problemi, con gli strumenti a nostra disposizione?
Abbiamo celebrato da poco l’anno sacerdotale ed il papa ha riproposto a tutti la figura di un sacerdote esemplare, il Santo Curato d’Ars. Confesso che la mia prima reazione è stata di sorpresa. Con tutta la stima che avevo per questo grande santo, mi sono detto: ma cosa può dire ai sacerdoti di oggi questo santo vissuto in un contesto ben diverso, con uno stile di vita difficilmente imitabile? Non aveva né auto per visitare le parrocchie, né video per trasmettere qualche buon documentario o film biblico, né computer per registrare i parrocchiani, né internet per trovare qualche idea per le sue omelie e neppure sussidi stampati in Libano per le catechesi!
Poi mi sono accorto che nel suo sacerdozio c’è qualcosa di universale. L’essere Cristo per Lui si esplicava in modo diverso da quello di oggi, il materiale a sua disposizione era certo limitato, ma la cosa essenziale non è la forma, non sono gli strumenti, bensì il contenuto. Non sono i tipi di sacrifici che faceva, ma il sacrificarsi. Non è il modo di parlare con Dio, ma era il suo parlare con Dio. Non come si donava, ma il fatto di donarsi, non come faceva la volontà di Dio, ma il fatto che cercava di compiere in tutto la volontà di Dio.
Quindi ecco la domanda: come Gesù vuole il suo rappresentante sulla terra oggi?
Innanzitutto dobbiamo riconoscere l’alta missione e la grande responsabilità che significa l’essere chiamati e consacrati per rappresentare Cristo su questa terra. Nel videomessaggio inviato ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale, che si è tenuto ad Ars dal 27 settembre al 3 ottobre 2009, durante l’anno sacerdotale - che il Papa Benedetto XVI ha voluto istituire anche per rispondere e rimediare agli scandali commessi da tanti sacerdoti - , il Santo Padre diceva: “Pensate al gran numero di messe che avete celebrato o che celebrerete, rendendo ogni volta Cristo realmente presente sull'altare. Pensate alle innumerevoli assoluzioni che avete dato e darete, permettendo a un peccatore di lasciarsi redimere. Percepite allora la fecondità infinita del sacramento dell'Ordine. Le vostre mani, le vostre labbra, sono divenute, per un istante, le mani e le labbra di Dio. Portate Cristo in voi; siete, per grazia, entrati nella Santissima Trinità. Come diceva il santo Curato: "Se si avesse la fede, si vedrebbe Dio nascosto nel sacerdote come una luce dietro un vetro, come un vino mescolato all'acqua".
Coerenza di vita nel sacerdote
Sabato scorso dicevo ai seminaristi e giovani in ricerca vocazionale riuniti ad Ainkawa che nessuno ha il diritto di essere sacerdote, poiché il sacerdozio è un servizio che si rende alla Chiesa. È la Chiesa, il Corpo di Cristo in terra, che sceglie i candidati al sacerdozio tra coloro che manifestano la loro disponibilità a servire Cristo nei fratelli. Questo cosa significa? Significa che mentre tutti i cristiani, in ragione del sacramento del Battesimo, sono chiamati ad essere un altro Cristo , a vivere come lui - in questo senso si parla di sacerdozio regale, di tutti i fedeli -, qualcuno è scelto per continuare l’opera di Cristo nel dispensare i sacramenti della salvezza, grazie al sacramento del sacerdozio. Per questo si parla di azioni che si compiono ex opere operato, cioè in virtù della consacrazione stessa. Se anche fossi in stato di peccato mortale e celebro la Messa quel pane e quel vino diventano corpo e sangue di Cristo, mentre nella mia vita Cristo è morto, è crocifisso! Compio un’azione sacerdotale senza vivere una vita sacerdotale. Per questo motivo posso anche andare all’inferno ma le azioni che io compio sono valide e io sono strumento di salvezza.
Anche in questo il Santo Curato d’Ars ci è d’esempio. Scriveva il beato Giovanni Paolo II in occasione del ritiro spirituale per i sacerdoti, i diaconi e i seminaristi nella cripta di Ars il 6 ottobre 1986: “Certo, i sacramenti devono la loro efficacia a Cristo e non alla nostra dignità. Noi siamo i suoi strumenti, poveri e umili, che non devono attribuirsi il merito della grazia trasmessa, ma strumenti responsabili, e, attraverso la santità del ministro, le anime sono meglio disposte a cooperare alla grazia. Vediamo esattamente nel curato d’Ars un sacerdote che non si è accontentato di compiere esteriormente i gesti della redenzione; egli vi ha partecipato nel suo stesso essere, nel suo amore di Cristo, nella preghiera costante, nell’offerta delle sue prove o delle sue mortificazioni volontarie”.
Va ricordato, infatti, che Gesù è sacerdote ed è vittima. Il momento in cui Cristo ha esplicitato il suo essere sacerdote è sulla croce, dove si è immolato per i nostri peccati. È sacerdote, dunque, perché offre il sacrificio, ma è pure vittima perché quel sacrificio è egli stesso! In quel momento egli si è offerto completamente al Padre, come uomo e in nome dell’umanità ha detto: “Tu sei tutto, io sono nulla”. Io offro la mia vita a te, per i peccati del mondo. Ma Gesù anche in quel momento non cessava di essere Dio e, come Dio, diceva agli uomini: “voi per me siete tutto, ed io do la mia vita per voi”. Ecco chi è il sacerdote: colui che dà la sua vita a Dio in nome degli uomini e dà Dio agli uomini offrendo sé stesso per loro.
Una vita sacerdotale è una vita donata, per questo il il sacerdozio non è un potere ma un servizio.
Il sacerdote uomo della gioia
Partecipare al sacrificio di Cristo, completare nella nostra carne quanto manca ai patimenti di Cristo, ecco cosa significa essere sacerdoti ieri e oggi. Lo diceva S. Paolo ai cristiani di Colossi: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).
Essere lieti nelle sofferenze. Questo richiede una mentalità nuova, diversa, eppure solo così possiamo essere autentici sacerdoti. Nelle sofferenze noi vediamo la possibilità di partecipare al sacerdozio di Cristo. Per questo, ogni volta che ci lamentiamo di quanto dobbiamo sopportare, noi ci lamentiamo di Cristo. È Lui, infatti, che ci viene incontro nel dolore. Che si nasconde sotto ogni sofferenza. Ma noi sappiamo che, come ebbe a dire il beato Papa polacco, “Abbracciando nelle prove quotidiane Gesù sofferente, ci si unisce immediatamente con lo Spirito del Risorto e la sua forza corroborante (cf. Rm 6,5; Fil 1,19)” (GP II, omelia, 30 aprile 1982).
La nostra vita, dunque, deve essere una vita gioiosa, espressione della risurrezione che segue la morte. La gioia deve caratterizzare la nostra esistenza. Un sacerdote triste, è un sacerdote che non crede o, meglio, che non vive il mistero pasquale, dove la morte lascia posto alla vita.
Nel già citato videomessaggio inviato ai partecipanti al ritiro sacerdotale internazionale ad Ars, Benedetto XVI diceva ancora: “Il sacerdote, certamente uomo della Parola divina e del sacro, deve oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza. Agli uomini che non possono concepire che Dio sia puro amore, egli dirà sempre che la vita vale la pena di essere vissuta e che Cristo le dà tutto il suo senso perché Egli ama gli uomini, tutti gli uomini”.
Il sacerdote ministro della riconciliazione
Proprio perché scelto a portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio, il sacerdote ha il ministero della riconciliazione. È chiamato ad essere strumento di unità, di comunione. Quanto è necessario questo oggi, e quale compito vi è affidato!
Gesù, che è venuto a riconciliare gli uomini tra loro e con Dio, non l’ha fatto attraverso i miracoli, con un colpo di bacchetta magica, ma, ancora, attraverso la sua offerta sulla croce. È lì il Riconciliatore. Non dobbiamo pensare che la comunione si costruisce per la nostra capacità, ma per la nostra offerta.
Qui ci sarebbe tanto da dire: essere uomini di riconciliazione a tutti i livelli. Forse potremo approfondire questo argomento in una prossima occasione. Soltanto do alcuni titoli:
- essere riconciliati con i propri Vescovi. So che questa è una delle riconciliazioni più difficili da effettuare, forse più eroiche! Eppure se essere sacerdote significa essere pronti a dare la vita, prima di tutto occorre saper dare la vita per i propri Vescovi. Se uno è pronto a dare la vita, deve essere disposto anche a dare tutto quello che è meno della vita!
- essere riconciliati con i propri confratelli, per dare al mondo l’esempio della comunione vissuta con tutti i suoi frutti, che sono: pace, gioia, tranquillità, serenità, etc… infatti siamo invitati ad essere “modelli del gregge” anche in questo (cf. 1 Pt 5,3);
- essere strumenti di riconciliazione nella comunità, a tutti i livelli: nella famiglia, nella parrocchia, nella società, nel mondo. Quanto necessario tutto questo oggi in Iraq! Quale compito possono avere i sacerdoti per la ricostruzione morale della società irachena se sanno essere fedeli alla loro missione di riconciliatori!
Una parola in più vorrei spenderla, tuttavia, sull’aspetto ecumenico della riconciliazione e sulla comunione all’interno della Chiesa cattolica. Nel messaggio al termine dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, tenutosi a Roma dal 14 al 24 ottobre 2010, i Padri sinodali hanno scritto: “Salutiamo le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nei nostri paesi. Lavoriamo insieme per il bene dei cristiani, perché essi restino, crescano e prosperino. Siamo sulla stessa strada. Le nostre sfide sono le stesse e il nostro avvenire è lo stesso. Vogliamo portare insieme la testimonianza di discepoli di Cristo. Soltanto con la nostra unità possiamo compiere la missione che Dio ha affidato a tutti, malgrado la diversità delle nostre Chiese. La preghiera di Cristo è il nostro sostegno, ed è il comandamento dell’amore che ci unisce, anche se la strada verso la piena comunione è ancora lunga davanti a noi”.
Il messaggio riconosce che la strada è ancora lunga davanti a noi. Vorrei richiamare al dovere di non prendere scorciatoie che non rispettano le identità proprie, creano confusione e portano all’indifferenza e al relativismo. Può essere un dolore partecipare ad una liturgia dei fratelli ortodossi, in caso di un funerale, ad esempio, o di un matrimonio, e astenersi dalla comunione, cioè dal condividere il culmine della celebrazione. Ma là dove non è ancora possibile l’intercomunione, non bisogna fare confusione. Sarà una sofferenza, specie all’interno magari delle stesse famiglie con matrimoni misti. Non prendiamo scorciatoie, vi prego. “In questo coraggioso cammino verso l'unità - ammoniva la Lettera Enciclica Ut unum sint sull’impegno ecumenico, del Papa Giovanni Paolo II, al N. 79 -, la lucidità e la prudenza della fede ci impongono di evitare il falso irenismo e la noncuranza per le norme della Chiesa”. Quel sacrificio che fate, quella divisione che vi fa soffrire, se amata e rispettata porterà i suoi frutti.
Altro discorso, ma simile al primo, si può fare per quanto riguarda la varietà dei riti all’interno della Chiesa cattolica. Mi è stato riferito che alcuni sacerdoti “mescolano” riti diversi. Non è utile, né per salvaguardare la propria identità né per crescere nella comunione. Questa, infatti, si costruisce attraverso l’amore reciproco, attraverso il rispetto dell’altro nella sua diversità. Unità non significa confusione, ma rispetto, amore. “Ama il rito altrui come ami il tuo proprio”, si dovrebbe dire, e proprio per questo devi rispettare il tuo e l’altrui. La diversità è ricchezza, soltanto la divisione è povertà.
Concludendo, desidero ringraziarvi per quanto state facendo, per il prezioso servizio che rendete alle comunità indebolite e sfiduciate e per la testimonianza, spesso sofferta, che date. Siate modelli del gregge in tutto, e non perdetevi d’animo perché non dobbiamo avere paura, il Signore è Risorto ed è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo! (Mt 28,20). Essere sacerdote oggi in Iraq è una sfida entusiasmante ed avvincente. Importante è non dimenticare il momento in cui avete deciso di dare la vostra vita per il Signore e per i fratelli. È una scelta che va rinnovata ogni giorno, ricordando le esigenti parole di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25).
لقاء السفير البابوي مع الكهنة
القوش، 7 آيار 2012
يسرني أن اتوجه بكلمتي وللمرة الاولى منذُ وصولي إلى العراق إلى مجموعة من الكهنة
اشكر سيادة المطرانين وردة ونونا لدعوتهما وسيادة المطران مقدسي لاستقباله.
يتيج لي هذا الاجتماع الفرصة لأطلعكم على بعض الأفكار المتعلقة بالكهنوت.
الكاهن هو مسيح آخر
كما تعلمون ان الكاهن يُكمل عمل المسيح على الارض بهذا المعنى يُقال انه مسيح آخر.
لقد لفت النظر البابا بندكتوس السادس عشر في عظته خلال الرسامة الكهنوتية لـ 10 شمامسة انجيليين لابرشية روما في الـ 29 من نيسان الماضي إلى إحدى الاسئلة التي تُسال في وقت الرسامة الكهنوتية: "هل تريدون ان تكونوا دوما أكثر وحدة مع المسيح، عظيم الكهنة، الذي قدم ذاته ذبيحة طاهرة للآب بدلاً عنا، مكرساً ذاته وانتم معه لله من اجل خلاص كل البشر؟". شارحاً ذلك بالقول: "بالحقيقة، الكاهن هو الشخص الذي يتم اشراكه بشكل فردي في سر ذبيحة المسيح، باتحاد شخصي معه، كامتداد لرسالته الخلاصية. هذا الاتحاد، الذي يتم من خلال سر الرسامة (الكهنوتية)، يُطلب منه ليكون "دوما اكثر التصاقاً ً" من أجل عطاءاً اكبر من الكاهن ذاته" (بندكتوس السادس عشر، عظة، 29 نيسان 2012).
كيف من الممكن اليوم، ان نكون مسيحاً آخر، هنا في العراق؟ بكلمات أخرى، كيف يريد المسيح ان نحيا كهنوتنا في جماعاتنا، بمشاكلنا، وبالوسائل المتاحة لنا؟
احتفلنا قبل فترة قصيرة بالسنة الكهنوتية، وقد قدم البابا لنا شخصية مثالية للكاهن، وهو القديس خوري آرس. اعترف باني قد تفاجات في البداية. رغم كل التقدير الذي كنت اكنه لهذا القديس الكبير، فقلت لنفسي: ماذا يمكن ان يقول لكهنة اليوم هذا القديس الذي عاش في ظروف مختلفة، ونمط حياة صعب التقليد؟ لم يمتلك لا سيارة لزيارة الخورنة، ولا جهاز فيديو ليقدم احدى الوثائق الرائعة أو فيلم عن الكتاب المقدس، لم يمتلك كمبيوتر لتسجيل ابناء الخورنة، ولا انترنيت للحصول على فكرة ما لكرازاته ولا حتى كتب مطبوعة في لبنان للتعليم المسيحي.
من ثم أدركت أن في كهنوته يوجد شيء جامع (يشمل الجميع). الكون "مسيح" بالنسبة له يتوضح باسلوب يختلف عن اسلوب اليوم، بالتاكيد الوسائل (التوضيحية) كانت محدودة له، ولكن الشيء الاساسي لم يكن الاُطر الخارجية، لم تكن الوسائل، وانما المحتوى (الصميم). لم تكن نوع الذبائح التي كان يقدمها، وانما الذبيحة الذاتية (تقديم نفسه كذبيحة). ليس اسلوب التكلم مع الله، وانما كلماته مع الله. ليس بالطريقة التي كان يعطي ذاته، وانما بحقيقة اعطاء ذاته، ليس بالاسلوب الذي كان يعمل أرادة الله، وانما بحقيقة انه كان يبحث ان يكمل ارادة الله في كل شيء.
بالتالي هذا هو السؤال: كيف يريد يسوع ان يكون ممثله على الارض؟
اولاً وقبل كل شيء، يجب ان نعرف الرسالة السامية والمسؤولية العظيمة (التي وكلت لنا)، ماذا يعني اننا مدعويين ومكرسين لنمثل المسيح على هذه الارض. في الرسالة التصويرية المُرسلة إلى المشاركين في الرياضة الروحية الكهنوتية الدولية، التي تمت في آرس في الـ 27 من أيلول ولغاية 3 تشرين الاول 2009، خلال السنة الكهنوتية – اراد البابا بندكتوس السادس عشر تنشئة و واعطاء رد لمعالجة الفضائح التي ارتكبها العديد من الكهنة – فقال الاب الاقدس: "تأملوا العدد الكبير من الذبائح الافخارستيا التي احتفلتم بها والتي ستحتفلون بها، والتي في كل مرة تجعلون المسيح حاضراً على المذبح. تأملوا عدد المرات التي لا يحص والتي بها اعطيتم او ستعطون الحلَّة (سر الاعتراف)، والسماح بذلك لخاطيء ان يقبل الخلاص. هكذا تدركون الخصوبة اللامتناهية لسر الرسامة (الكهنوتية). اياديكم، شفاهكم، تصبح في لحظة، ايادي وشفاه الله. تحملون المسيح في داخلكم؛ قد دخلتم وبفضل النعمة في الثالوث الاقدس. كما كان يقول قديس آرس: "لو كان لديك ايمان، لكنت رأيت الله المختفي في الكاهن، كنور يختفي خلف الزجاج، كما الخمر الممتزجة بالماء".
اتساق الحياة لدى الكاهن
السبت الماضي، قلت لطلاب الكهنوت والشباب اللذين في طريق البحث عن الدعوة المجتمعين في عينكاوا، انه، لا احد له الحق ان يكونَ كاهناً، لان الكهنوت هو خدمة للكنيسة. وانما الكنيسة، كجسد المسيح على الارض، هي التي تختار المرشحين إلى الكهنوت من بين اؤلئك اللذين يُظهرون استعدادهم لخدمة المسيح في الاخوة. ماذا يعني هذا؟ هذا يعني أنه في الوقت الذي كل المسيحيين، ومن خلال سر المعموذية، هم مدعويين ان يكونوا مسيح آخر، ان يعيشوا على مثاله – بهذا المعنى يتم التحدث عن كهنوت ملوكي، لكل المؤمنيين، البعض هو مُختار لمواصلة عمل المسيح من خلال اسرار الخلاص، والفضل يعود إلى سر الكهنوت. لهذا يتم التحدث عن الافعال التي تتم "ex opere operato"، بحكم التكريس نفسه (الرسامة). حتى لو كنت في حالة خطيئة مميتة واحتفلت بالذبيحة، فذلك الخبز وذلك الخمر يصبحون جسد ودم المسيح، في حين المسيح ميت في حياتي (الشخصية). لهذا السبب استطيع دخول الجحيم ولكن ما اقوم به هو فعَّال ولازلتُ أداةً للخلاص.
حتى في هذا، القديس خوري آرس هو مثال. فقد كتب الطوباوي يوحنا بولس الثاني، بمناسبة الرياضة الروحية للكهنة والشمامسة الانجيليين وطلاب الكهنوت في الكنيسة التحتية في آرس في الـ 10 من تشرين الاول 1986: "الاسرار المقدسة تستمد فاعليتها من المسيح وليس من كرامتنا. نحن ادواتها، فقراء ومتواضعين، لا ينبغي ان ننسب الينا الفضل في النعمة المنقولة، وانما ادوات مسؤولة، والتي ومن خلال قدسية السر،نُُعد النفوس للتعاون الافضل مع النعمة. نرى بالضبط في خوري أرس، كاهن لم يفرح فقط بان يُتكتمل ظاهرياً علامات الخلاص؛ وانما فقد شارك بها بكل كيانه، بحبه للمسيح، في الصلاة الثابتة، بتقديم كل ما تعرض له من تجارب واهانات طوعية".
يجب ان نتذكر ان يسوع هو كاهن وذبيحة. فالمسيح في اللحظة التي علق بها على الصليب قدم كيانه ككاهن بشكل واضح، هناك ضحى من اجل خطايانا. هو كاهن لانه يقدم الذبيحة، ولكنه ايضاً الذبيحة، لان تلك الذبيحة هي المسيح نفسه! في تلك اللحظة قدم هو نفسه بشكل كامل للآب، كانسان وباسم البشرية قائلاً: "انت كل شيء، وانا لا شيء". انا اقدم لك حياتي من اجل خطايا العالم. ولكن يسوع في تللك اللحظة لم يتوقف عن كونه الله، ومثل الله، قائلا لكل البشر: "انتم كل شيء بالنسبة لي، وانا اهب حياتي من اجلكم". هذا هو الكاهن: من يهب حياته لله باسم البشر ويعطي الله للبشر مانحاً ذاته لهم.
الحياة الكهنوتية هي حياة معطاءة، لهذا الكهنوت ليس سلطة بل خدمة.
الكاهن رجل الفرح
الاشتراك بذبيحة المسيح، واكمال في جسدنا ما ينقص من آلام المسيح، هذا ما يعني الكون كاهناً امس واليوم. كان يقوله القديس بولس إلى مسيحيي كولوسي: "وانا الان افرح بالالام التي اعانيها لأجلكم، فاكمل في جسدي ما نقص من آلام المسيح في سبيل جسده الذي هو الكنيسة" (كو 1: 24).
الكون فرحين بالالم. يتطلب عقلية جديدة، مختلفة، وبهذا الشكل فقط نستطيع ان نكون كهنة حقيقين. ففي بالالام نستطيع ان نرى امكانية المشاركة بالام المسيح. لهذا، كل مرة نتذمر بها من كل ما يجب ان نتحمل، فنحن نتذمر من المسيح. فهو بالحقيقة الذي ياتي للقائنا في الالم. هو الذي يختفي تحت كل ألم. ولكننا على علم، كما قال البابا البولوني: "احتضان يسوع المتألم في التجارب اليومية، يوحدنا مباشرة بروح القائم وقوته الحصينة (قارن روم 6: 5؛ فل 1: 19)" (يوحنا بولس الثاني، عظة، 30 نيسان 1982).
لذا، يجب ان تكون حياتنا، حياة مليئة بالفرح، تعبير عن القيامة التي تتبع الموت. الفرح يجب ان يميز كياننا. الكاهن الحزين هو الكاهن الغير المؤمن، او بالاصح الذي لا يحيا السر الفصحي، اينما يسمح للموت أن يترك اثاره على الحياة.
فيما تم ذكره انفاً، الرسالة التصويرية المُرسلة إلى المشاركين بالرياضة الروحية الدولية للكهنة في آرس، البابا بندكتوس السادس عشر قال ايضاً: "الكاهن، بالتاكيد هو رجل الكلمة الالهية والمقدس، يجب ان يكون اكثر من اي لحظة اخرى رجل الفرح والرجاء. إلى الاشخاص اللذين لا يستطيعون ان يدركوا ان الله هو محبة خالصة، هو سيقول دائماً، ان الحياة تستحق ان تُعاش والمسيح يعطيها معناها الكامل لانه يحب البشر، كل البشر".
الكاهن خادم المصالحة
بالذات لان (الكاهن) هو مختار لحمل الله إلى البشر والبشر إلى الله، فهو يمتلك صلاحية المصالحة. وهو مدعو ليكون اداة للوحدة، للاتحاد. كم أن هذا ضروري اليوم، واي دور عُهد اليه!
يسوع الذي جاء ليصالح البشر فيما بينهم ومع الله، لم يقم بذلك من خلال معجزات، او من خلال عصا سحرية، وانما من خلال هبته على الصليب. هناك قامت المصالحة. يجب علينا ألا نُفكر ان الوحدة تتم من خلال قدرتنا، وانما من خلال هبتنا.
هنا يوجد الكثير كيما يقال: كوننا رجال مصالحة على كل المستويات. ربما نستطيع التعمق بهذا الموضوع في مناسبة لاحقة. اعطى فقط بعض العناوين:
- متصالحين مع اساقفتنا. اعرف ان هذا المصالحة هي احدى اصعب المصالحات للتطبيق، ربما الاكثر بطولية! حتى لو ان يكون كاهن، يعني الاستعداد لبذل الحياة، قبل كل شيء يجب ان نعرف بذل الحياة من أجل اساقفتنا. اذا كان احدهم مستعداً أن يبذل الحياة، يجب ان يكون مستعداً ان يبذل كل ما هو أقل من الحياة.
- متصالحين مع اخوتنا (الكهنة). من اجل اعطاء مثال للعالم للوحدة المُعاشة بكل ثمارها، والتي تُمثل: السلام، الفرح، الهدوء، السعادة .... الخ بالحقيقة نحن مدعون أن نكون "مثالاً للقطيع" حتى في هذا (قارن 1بط 5: 3).
- أن نكون ادوات للمصالحة في مجتمعنا. بكل المستويات: في العائلة، في الخورنة، في المجتمع، في العالم. كم هي الحاجة ماسة لكل هذا، اليوم في العراق! اي دور ممكن ان يكون للكهنة في البناء الاخلاقي للمجتمع العراقي اذا ادركوا أن يكونوا امينين إلى رسالة المصالحة.
الوحدة والاختلاف
أود أن أضيف كلمة أخرى، حول الجانب المسكوني للمصالحة وحول الوحدة في داخل الكنيسة الكاثوليكية. في الرسالة المقدمة في ختام سينودس الاساقفة الخاص للشرق الاوسط، المنعقد في روما من الـ 14 ولغاية 24 من تشرين الاول 2012، فقد كتبوا أباء السينودس: "نُسلم على الكنائس الاوثوذكسية والجماعات الانجيلية في بلداننا. نعمل معاً من أجل خير المسيحيين، كيما يبقوا، ينموا ويزدهروا. نحن نسير في ذات الطريق. نواجه ذات التحديات ومستقبلنا واحد. نود أن ننقل شهادة رسل المسيح. بوحدتنا فقط نستطيع أن أن نُكمل الرسالة التي عهدها الله للكل، رغم الاختلاف بين كنائسنا. صلاة يسوع هي قوتنا، ووصية المحبة هي التي توحدنا، حتى لو أن الطريق نحو الوحدة الكاملة لازال طويل امامنا" رسالة، رقم 7.
الرسالة تعترف أن الطريق لا يزال طويل امامنا. أود أن الفت النظر بعدم أتخاذ الطرق المختصرة التي لا تحترم الهوية الخاصة، وتخلق ارتباكات وتحمل على اللامبالات والنسبية. من المؤلم المشاركة في أحدى ليتورجيات اخوتنا الاورثوذكس، كجناز مثلاً، أو زواج والامتناع عن التناول، أي بمعنى الامتناع عن مقاسمة قمة الاحتفال. ولكن هناك، حيث ليست الوحدة بعد ممكنة، لا يجب أن يكون هناك ارتباك. سيكون هناك الالم، وبشكل خاص لربما في داخل العائلة الواحدة بزواجات مختلطة. لذا يجب ان لا ناخذ بالاختصارات، رجاءاً. "في هذه المسيرة الجريئة نحو الوحدة، تحذر الرسالة "Ut unum sint" للبابا يوحنا بولس الثاني، حول الالتزام المسكوني، في العدد 79، الايمان الشفاف والحكيم يتطلب منا أن نتجنب البطولات الكاذبة والاهمال لقوانين الكنيسة". هذه الذبيحة التي تقومون بها، هذه المقاسمة التي تجعلكم تتالمون، اذا احببتم ستحمل ثمارها.
خطاب آخر شبيه بالاول، يمكن عمله فيما يخص الطقوس المختلفة، في داخل الكنيسة الكاثوليكية. تم التنويه لي أن كهنة معينين "يخلطون" طقوس مختلفة. من دون فائدة، لا من أجل حماية الهوية ولا من أجل الارتقاء بالوحدة. هذه (الوحدة) بالحقيقة، تُبنى من خلال المحبة المتبادلة واحترام الاخر في اختلافه. وحدة لا تعني خلط الامور، وانما الاحترام والمحبة. "أحبب طقوس الاخرين كما تُحب نفسك"، أجل يجب أن نقول هذا، ولهذا بالذات يجب أن تحترم طقسك وطقس الاخرين. الاختلاف هو غنى، فقط الانقسام هو فقر.
وختاماً، اود أن اشكركم لكل ما تقومون به، من الخدمة الجلية للجماعات الضعيفة والمرتابة وللشهادة التي تعطونها والتي غالباً ما تكون متالمة. كونوا مثالاً للقطيع المتكامل ولا تخور قلوبكم لاننا لا يجب أن نخاف، فالمسيح قام، وهو معنا كل الايام حتى انقضاء العالم (متى 28: 20). أن تكون كاهناً اليوم في العراق، هو تحدي مثير ومحفز. المهم هو ان لا تنسوا اللحظة التي قررتم بها بذل حياتكم للرب وللاخوة. انه اختيار يتجدد يومياً، ذاكرين كلمات يسوع المتطلبة: "من اراد أن يتبعني، فليزهد بنفسه ويحمل صليبه ويتبعني. لأن الذي يريد أن يخلص حياته يفقدها، وأما الذي يفقد حياته في سبيلي فإنه يجدها" (متى 16: 24- 25
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Erbil, 6 maggio 2012. Omelia del Nunzio Apostolico sul Vangelo di Giovanni 19
By Baghdadhope*
Omelia del Nunzio Apostolico sul Vangelo di Giovanni 19
Erbil, Domenica 6 maggio 2012
Dopo la crocifissione di Gesù gli apostoli sono tornati in Galilea. Erano delusi. Credevano di aver trovato il Messia, avevano lasciato tutto per seguirlo: il lavoro, la famiglia, il paese… ma dopo aver visto la fine che aveva fatto quello che credevano fosse il loro Salvatore, sono tornati alla vita di prima, al loro lavoro, alle loro case….
Nel brano che è stato letto, Pietro decide di andare a pescare: “io vado a pescare” e gli altri lo seguono: “veniamo anche noi con te”. Ma dopo una notte di lavoro faticoso, senza prendere nulla, un uomo gli si fa incontro e chiede qualcosa da mangiare. “Non abbiamo nulla!”, devono confessare con vergogna. Allora questo sconosciuto li invita a gettare le reti dalla parte destra della barca, lo fanno, e non riescono più a sollevarle tanto sono piene!
Quando vedono tutti quei pesci, riconoscono subito, Giovanni per primo, chi è quell’uomo, quell’esperto di pesca! “E’ il Signore”, sussurra Giovanni a Pietro. E Pietro si getta in mare per nascondere la sua vergogna, umanamente parlando, perché era nudo, ma soprattutto, direi, spiritualmente parlando, poiché si sentiva indegno per non aver riconosciuto il Maestro! Si butta in mare, come per nascondersi.
Gesù chiede quindi di portargli un po’ di pesce. È ancora Pietro che per primo sale sulla barca per prendere il pesce per Gesù. Dopo aver mangiato insieme, Gesù lo interroga: “mi ami più di costoro?”. Per tre volte Gesù fa a Pietro la stessa domanda. Sant’Agostino osserva che come Pietro aveva rinnegato Gesù per tre volte, ora Gesù gli chiede una triplice dichiarazione d’amore, che è allo stesso tempo una triplice professione di fede. E ad ogni risposta di Pietro, Gesù gli affida il suo gregge, d’altronde questo “esperto di pesca” quando aveva chiamato il pescatore di Galilea gli aveva promesso: “ti farò pescatore di uomini” (Lc 5,10).
Alcune riflessioni.
1) Siamo all’alba, la notte lascia spazio al giorno. Segno della vita che riprende, che c’è speranza. I discepoli stanchi, delusi, stanno per tornare a casa a mani vuote. È Gesù che si fa loro incontro, prende l’iniziativa, si avvicina e chiede da mangiare. Gesù non ci abbandona mai, neppure nella prova più lunga e deludente.
2) A volte nel nostro lavoro pastorale, nelle nostre catechesi, nella nostra vita cristiana, possiamo avere anche noi l’impressione di attraversare una notte lunga, stancante, senza frutti. Lavoriamo e non vediamo risultati. Possiamo essere tentati di guardare indietro, alle sicurezze del passato, agli anni tranquilli di una volta. Le nostre reti sono vuote. Qui in Iraq, in particolare a Baghdad e Mossoul da dove molti di voi provengono, abbiamo visto svuotarsi le nostre chiese, il disorientamento ha invaso molti cuori, la comunità si è fatta piccola, la paura ha preso il sopravvento. Il Vangelo di oggi ci invita a non perdere la speranza, perché Gesù non ha abbandonato i suoi discepoli, neppure quando sembrava assente. Li ha lasciati per un po’, li ha messi alla prova perché capissero che “senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5), come aveva insegnato.
3) Se vogliamo vedere l’alba di un giorno luminoso, di un futuro migliore per le nostre comunità a volte un po’ scoraggiate e disorientate, dobbiamo permettere a Gesù di avvicinarsi, dobbiamo chiedergli, con insistenza, di venire in mezzo a noi: è Lui che ci dà forza, speranza, vita, gioia. Certo non tarderà a venire, Lui che ha promesso di essere con noi “tutti i giorni fino alla fine del mondo!” (Mt 28,20). Lui che ci ha assicurati: “dove due o tre di voi sono uniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro!” (Mt 18,20).
4) Mi colpisce il fatto che i discepoli gettano le reti alla destra della barca ascoltando l’invito di uno “sconosciuto”. Non sapevano ancora, infatti, che era Gesù. Eppure si fidano di lui. Compiono un atto di umiltà e di amore. Loro, esperti pescatori, ascoltano l’ordine di uno straniero, che non sanno neppure chi sia, e per rispetto nei suoi confronti, per amore di questo forestiero, fanno lo sforzo di gettare le reti un’altra volta. È per la loro umiltà, unita alla loro carità, che vengono premiati. Sono questa umiltà e questo amore che aprono gli occhi prima di Giovanni e poi di Pietro. Giovanni, il discepolo dell’amore, è il primo a riconoscere Gesù, Pietro lo segue e conferma.
5) Possiamo vedere in Giovanni la figura della chiesa carismatica e in Pietro la chiesa come istituzione. Se vogliamo usare parole del Concilio Vaticano II possiamo dire anche che Giovanni rappresenta il popolo di Dio e Pietro la Chiesa gerarchica. Ricordate che Giovanni e Pietro sono i due discepoli che correvano insieme al sepolcro, “ma Giovanni corse più veloce di Pietro e vi giunse per primo. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò” (Gv 20,4-5) per lasciare a Pietro il compito di verificare per primo! Anche in questo brano è Pietro che sale sulla barca per primo, come per primo era entrato nel sepolcro, e costata l’abbondante pesca!
6) A Pietro spetta il compito di verificare e confermare, potremmo dire anche di correggere ed orientare. Ma Gesù non si accontenta di affidare a Pietro un compito istituzionale, di rigido controllo, vuole che la sua missione sia caratterizzata dall’amore. Per questo lo interroga a parte e gli chiede se lo ama più di tutti gli altri, persino di Giovanni. Gesù vuole che chi ha il compito di governare, di guidare, sia animato da un amore più grande, perché è appunto l’amore che fa vedere! Confermando a Pietro il compito di guidare il gregge, Gesù vuole assicurarsi che lo faccia animato dall’amore per Lui, non da interessi propri. Governare diventa così un atto di servizio e non di potere.
7) Certo non si può misurare, analizzare, l’amore, ma potremmo dire che quello di Giovanni, intuitivo e spontaneo, viene dal cuore, mentre quello di Pietro, riflessivo e sicuro, viene dalla ragione. La ragione può essere più lenta del cuore, ma garantisce l’autenticità e la fedeltà dei sentimenti.
8) Oggi vogliamo ricordare il VII anniversario dell’elezione al pontificato di Papa Benedetto XVI, 265° successore di Pietro. È lui che ha oggi il compito di confermare i suoi fratelli nella fede (cf. Lc 22,32). È lui che è invitato a pascere il gregge di Cristo, a radunare le sue pecorelle in un unico ovile. Oggi purtroppo vediamo che tante volte i cristiani sono divisi e questo fa male, e dà una testimonianza negativa prima di tutto ai deboli tra di noi e poi al mondo intero. Gesù infatti ha detto che le sue pecore “ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10, 16) ed ha pregato: “che tutti siano uno, perché il mondo creda” (Gv 17,21). Il mondo non può credere se non siamo uniti!
9) Il cammino verso l’unità è ancora lungo, ma non dobbiamo scoraggiarci. Dopo una lunga notte della Chiesa, dobbiamo credere nell’alba di un nuovo giorno, senza dimenticare, sia ben chiaro, che unità non significa uniformità. La diversità non è divisione. Qui in Iraq, ad esempio, si possono apprezzare tradizioni cristiane diverse, riti diversi, e all’interno della stessa chiesa cattolica abbiamo sensibilità, spiritualità, associazioni diverse. Importante è non essere divisi! La diversità è ricchezza, la divisione è debolezza! E che
cos’è che può unire coloro che sono diversi? È l’amore reciproco, è la stima reciproca. Al contrario, ciò che divide è la critica, è l’invidia, è il sospetto… Mi auguro che questo giorno in cui celebriamo l’anniversario dell’elezione del Papa Benedetto XVI al pontificato, che ha nella Chiesa il carisma dell’unità, sia per tutti l’occasione di rinnovare il nostro impegno ad amarci gli uni altri come Cristo ci ha amati, vedremo la Chiesa in Iraq rifiorire con quella vitalità dei primi cristiani che pur vivendo in un mondo a loro ostile, attraverso la loro testimonianza, vedevano che “Le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero ogni giorno” (At 16,5).
10) Coraggio dunque! Mettiamo via le nostre divisioni e chiediamo a Gesù di venirci incontro sulla spiaggia, mentre la notte sta per finire. Con Lui è l’alba di un giorno nuovo! Gettiamo la rete fidandoci di Lui, vedremo
il miracolo di una nuova abbondante pesca miracolosa!
Homily of the Apostolic Nuncio on the Gospel of John 19
Erbil, Sunday, May 6th, 2012
After the crucifixion of Jesus, the apostles returned to Galilee; they were disappointed. They believed to have found the Messiah; they had left everything behind to follow him: their job, their family, their country. But after having seen what had been done to the one that they had believed to be the Saviour, they have returned to their previous life; to their job, to their houses.
In the passage that has been read today, Peter decided to go fishing: “I am going to fish” and the others followed him: “We are coming with you”. But after a night of hard work without catching anything, a man appeared and asked for something to eat. “We do not have anything!” they had to confess with shame. So, the foreigner invited them to throw the nets from the right side of the boat. They did it and were not able to pull the nets in because of the amount of fish!
When they saw all the fish they had caught, they immediately recognized, who the man was, that “expert in fishing!”. John was the first: “It is the Lord”, he whispers to Peter. Then Peter jumped into the sea to hide his shame; humanly speaking, he was ashamed because he was naked, but also spiritually speaking, I would say, because he felt unworthy for not having recognized the Lord! He jumped into the sea as to hide himself. Jesus said to them to bring him some of the fish. Also this time Peter was the first to jump over the boat to take some fish for Jesus. After eating together, Jesus asked him: “Do you love me more than these”? Jesus asked Peter the same question for three times. Saint Augustine observed that as Peter had denied Jesus three times, Jesus now asked him a triple declaration of love, which was at the same time a triple profession of faith. After each Peter’s answer, Jesus entrusted to him his flock: feed my sheep. This "expert of fishing" when he had called the fisherman of Galilee he had promised him: “from now on you will be catching men” (Luke 5, 10).
Some reflections:
We are at the dawn, when a new day begins. Sign of the life that comes back, sign of hope. The disciples are tired, disappointed, they are about to return home empty handed. And Jesus, who meets them, takes the initiative to come near them and asks to eat. Jesus never leaves us alone, even in the longest and discouraging
We are at the dawn, when a new day begins. Sign of the life that comes back, sign of hope. The disciples are tired, disappointed, they are about to return home empty handed. And Jesus, who meets them, takes the initiative to come near them and asks to eat. Jesus never leaves us alone, even in the longest and discouraging
trials. Sometimes, in our pastoral job, in our catecheses, in our Christian life, we can also feel like going thru a long night, tiresome, without fruits. We work without seeing any result. We can be tempted to look back, to the safety of the past, the peaceful years of once. Our nets are empty. Here in Iraq, particularly in Baghdad and Mossoul from where many of you come, we have seen our churches empty, the disorientation has invaded many hearts, the community is shrinking, and fear seems to be taken the upper hand. Today's Gospel invites us not to lose hope, because Jesus has not abandoned his disciples, even when he seemed to be absent. He has left them for a while, he has tested them, so they could understand that "without me you cannot do anything" (Jn 15,5), as he taught them.
If we want to see the dawn of a bright day, of a better future for our communities sometimes a little bit discouraged and disorientated, we must allow Jesus to come near us, we must ask him, with perseverance, to come in our midst: it is Him that gives us strength, hope, life, joy. Certainly, he will not delay to come, He has promised to be with us "everyday until the end of the ages!" (Mt 28, 20). He has assured us: " For where two or three are gathered together in my name, there I am in the midst of them" (Mt 18, 20).
It strikes me the fact that the disciples threw the nets to the right side of the boat listening to the invitation of a "foreigner". They didn't know yet, in fact, that it was Jesus. Yet they trusted him. They acted out of humility and love. They, experienced fishermen, listen to the order of a foreigner, who they did not know who he was, and out of respect for his presence, out of love for this foreigner, they make the effort to throw the nets another time. It is for their humility, united with their charity, that they were rewarded. This humility and this love opened, first of all, the eyes of John and Peter. John the disciple of the love, is the first one to recognize Jesus, Peter followed him and confirmed.
We can see in John the figure of the charismatic church and in Peter the church as an institution. If we want to use the words of the II Vatican Council we can also say that John represents the people of God and Peter the hierarchical Church. Remember that John and Peter are the two disciples that ran together to the sepulchre, "but John ran faster than Peter and arrived at the tomb first. He bent down and saw the burial cloths there, but did not go in "(John 20,4 -5) in order to leave to Peter the duty and the honour to be the first to verify! Also in this passage, it is Peter who first jump on the boat, as he was the first who had entered the sepulchre, and verified the abundant catch.
Peter has the duty to verify and confirm, we could also say that he has the task of correcting and leading. But Jesus is not satisfied to only submit an institutional assignment to Peter, a duty of mere control; he wants that Peter’s assignment be characterized by love. For that reason, he questioned him apart and asked him if he loves him more than all the others, even more than John. Jesus wants that whoever has the assignment of governing, of guiding, be animated by a greater love, because it is love that helps in seeing! In confirming to Peter the task to lead the flock, Jesus wants to make sure that he does it out of love, not for personal interests. To govern, therefore, becomes an action of service and not of power.
Obviously, we cannot measure, analyze ‘love’, but if we could, we would say that the love of John is more intuitive and spontaneous; it comes from the heart, while that of Peter is reflexive and sure, it comes from reason. The reason can be slower than the heart, but it guarantees the authenticity and the fidelity of our feelings.
Today we want to remember the VII anniversary of the election of Pope Benedict XVI, 265th successor of Peter. It is him that has today the duty to confirm his brothers in the faith (cf. Lc 22, 32). It is him who has been invited to feed the flock of Christ, to gather Jesus’ sheep in one flock. Unfortunately we see today that many times Christians are divided and that hurts, and it gives a negative testimony to those who are wicker among us, but also to the whole world. Jesus in fact said that his sheep " will hear my voice, and there will be one flock, one shepherd" (Jn 10,16) and he prayed "that they may all be one so that the world may believe" (Jn 17, 21).
The world cannot believe if we are not united!
The path toward unity is still long, but we must not discourage. After a long night in the Church, we must believe in the dawn of a new day, without forgetting, it must be very clear, that unity doesn't mean uniformity. Diversity is not division. Here in Iraq, for instance, we can appreciate different Christian traditions, different rites, and inside the same Catholic church we have different sensibilities, spiritualities, associations. What it is important is not to be divided! Diversity is a richness, division is weakness! And how can be united people who are different? Thru mutual love, thru mutual respect. On the contrary, what divides us is criticism, it is envy, and it is suspicion… I wish that the occasion of celebrating the anniversary of Pope Benedict XVI’s election to the pontificate, who has in the Church the charisma of unity, be for all of us an occasion to renew our commitment to love one another as Christ loves each one of us, we will see the Church in Iraq to bloom again with that vitality of the first Christians who also lived in a world that was hostile to them, yet through their testimony, they saw that "day after day the churches grew stronger in faith and increased in number" (At 16,5).
Courage therefore! Let’s put aside our divisions and ask Jesus to come meeting us on the beach, while the night is about to end. With Him is the dawn of a new day! Let's throw the net, trusting Him; we will see a new abundant miraculous catch!
موعظة السفير البابوي حول انجيل يوحنا
ربيل ، السبت 6 آب 2012
بعد صلب يسوع عاد التلاميذ الى الجليل خائبين. لقد اعتقدوا انهم وجدوا المسيح؛ كانوا تركوا كل شيء وراءهم ليتبعوه: عملهم، اسرهم ، وبلادهم. لكنهم بعد ان شاهدوا ما صُنع بمن آمنوا انه هو المخلص، عادوا الى حياتهم السابقة؛ الى عملهم وبيوتهم.
وفي المقطع الذي قُرىء اليوم، قرر بطرس الذهاب الى الصيد: " ساذهب الى صيد السمك" وتبعه آخرون: " نحن ذاهبون معك". ولكن بعد ليلة من العمل الشاق دون صيد اي شيء، ظهر رجل وطلب شيئا يأكله. وكان عليهم ان يعترفوا خجلين : " لا شيء لدينا" . وهكذا طلب مهم الغريب ان يرموا شباكهم الى جهة اليمين من القارب. وفعلوا ولم يستطعيوا ان يسحبوا الشباك بسبب كثرة السمك!
وعندما رأوا كل السمك الذي صادوه، ادركوا حالا من هو الرجل ، خبير الصيد! " ذاك. وكان يوحنا الاول فقال لبطرس هامسا : " انه الرب". فقفز بطرس الى البحر ليخفي عورته لانه كان عريانا، بتبير البشر. لكنني اود القول انه شعر من الناحية الروحية ،انه تافه لاخفاقه في التعرف على الرب!لقد قفز الى البحر ليخفي نفسه.
وطلب مهم يسوع ان يأتوه بعض السمك. وهذه المرة ايضا كان بطرس او من قفز من القارب ليحمل بعض السمك الى يسوع. وبعد ان تناولوا الطعام معا، سأله يسوع : " اتحبونني اكثر من هذه" ؟ وسأل يسوع بطرس نفس السؤال لثلاث مرات. وقد لاحظ القديس اوغسطين ان بطرس كان انكر يسوع ثلاث مرات ، وطلب يسوع منه الان اعلانا بالايمان ثلاث مرات، والذي كان في الوقت ذاته اقرارا بالايمان لثلاث مرات. وبعد كل جواب من اجوبة بطرس عهد اليه يسوع القطيع: ارعى غنمي. وعندما دعا " خبير الصيد، صياد السمك الجليلي ، وعده قائلا له : " من الان فصاعدا ستصير صياد رجالا" (لوقا 5، 10).
نكون في الفجر عند بدء يوم جديد. انه علامة الحياة التي تعود، علامة الرجاء. التلاميذ تعبون، وخائبون، وهم على وشك العودة الى البيت وايديهم فارغة. ويسوع الذي يلقاهم، يبادر بالاقتراب منهم طالبا الطعام. يسوع لا يتركنا لوحدنا ابدا، حتى في اطول التجارب واكثرها تثبيطا.
ويمكن لنا ايضا ان نحس ، في عملنا الرعوي ، في تعليمنا المسيحي وفي حياتنا المسيحية ، اننا نمر بليل طويل متعب، دون جدوى. نعمل دون ان نجد اية نتيجة. ويمكن ان نُغرى بالنظر الى الوراء ، الى امان الماضي، الى سنوات مليئة الامان في يوم ما. شباكنا خالية. هنا في العراق ، في بغداد خاصة والموصل حيث ياتي اغلبكم، قد رأينا كنائسنا خالية، لقد غزا الارباك الكثير من القلوب، والجماعة تتقلص، ويبدو الخوف انه قد ساد. إن انجيل اليوم يدعونا ألا نفقد الرجاء ، لان يسوع لم يتخلى عن تلاميذه، حتى حين بدا انه غائب. لقد تركهم لبعض الوقت، لقد اختبرهم، بيحث يفهموا انه ، " من دوني لا تستطيعون فعل شيء" (يوحنا، 15، 5، ، مثلما علمهم.
إن اردنا ان نرى فجر يوم مشرق، ومستقبل افضل لجماعاتنا التي تُثبط وتربك قليلا احيانا، علينا ان نسمح ليسوع ان يقترب منا، علينا ان نطلب منه ، باصرار، لان ياتي في وسطنا: إنه هو من يعطينا القوة والرجاء والحياة الفرح . ولا شك انه لن يتأخر في المجيء الينا، لقد وعد ان يكون معنا " كل يوم حتى انقضاء الدهر!" (متى 28، 20). لقد اكد لنا: " حيثما يجتمع اثناء باسمي اكون ثالثهما" (متى 18، 20).
تدهشني حقيقة ان التلاميذ القوا بالشباك الى يمين القارب وهم يصغون الى دعوة " أجنبي". لم يكونوا يعرفون بعد انه في الحقيقة يسوع. لكنهم وثقوا به. لقد تصرف بدافع من التواضع والمحبة. انهم ، وهم صيادوا السمك المحترفون، استمعوا الى امر الغريب الذي ما كانوا يعفون من يكون، وبدافع الاحترام لحضوره ، وبدافع الحب لهذا الغريب، يقومون بجهد القاء الشباك مرة اخرى. وقد كوفئوا لتواضعهم الى جانب محبتهم. لقد فتح هذا التواضع والمحبة أولا عيني يوحنا وبطرس . ويوحنا تلميذ المحبة هو الاول من يتعرف على يسوع، وتبعه بطرس وثبته.
نستيطع ان نرى في يوحنا صورة الكنيسة المواهبية وفي بطرس الكنيسة كمؤسسة. وإن اردنا استخدام كلمات المجمع الفاتيكاني الثاني فإننا نستطيع ان نقول ايضا ان يوحنا يمثل شعب الله وبطرس السلطة الكنسية. تذكروا بان يوحنا وبطرس هما التلميذان اللذان ركضا معا الى الضريح " لكن يوحنا كان اسرع من بطرس ووصل القبر اولا. وانحنى فوجد الكتان موضوعا هناك ، لكنه لم يدخل " (يوحنا 20، 4-5) لاجل ان يترك لبطرس مهمة وشرف ان يكون الاول من يتأكذ! وبطرس هو ايضا الاول في هذا المقطع الي يقفر الى القارب مثلما كان الاول من دخل الضريح وتأكد من الصيد الوفير.
ويقع على تاتق بطرس ان يتأكد ويتحقق. ويمكن لنا ايضا ان نقول ايضا انه يقوم بمهمة التصحيح والقيادة. لكن يسوع ليس مقتنعا من يضع على عاتق بطرس مهمة مؤسساتية، وواجب سيطرة بحتة؛ انه يريد ان تكون مهمة بطرس ان تتسم بالمحبة. لذلك السبب، ساله لوحده إن كان يحبه اكثر من كل الاخرين، حتى اكثر من يوحنا. إن يسوع يريد ان يكون من قد عهدت اليه مهمة الحكم والقيادة ان يكون مدفوعا بحب اعظم ، لان المحبة هي التي تساعد في الرؤية! إن يسوع ، بإناطته لمهمة قيادة القطيع ببطرس يريد ان يتأكد من انه يفعل ذلك بدافع المحبة، وليس لمصالح شخصية. وعليه فإن الحكم يصبح عمل خدمة وليس سلطة.
ومن الواضح اننا لا نستطيع ان نقيس ‘المحبة’ او ان نقوم بتحليلها، ولكننا إن استطعنا، فإننا سنقول أن محبة يوحنا حدسية وعفوية اكثر؛ انها تنبع من القلب، بينمما محبة بطرس انعكاسية وأكيدة، انها تاتي من العقل. ويمكن للعقل ان يكون اكثر بطئا من القلب، لكنه يضمن صدق واخلاص مشاعرنا.
نريد ان نتذكر اليوم بان الذكرى السابعة لانتخاب البابا بندكتس السادس عشر ، الخليفة الـخامس والستين بعد المئة لبطرس ، فإنه هو الذي يقع على عاتقه اليوم ان يثبت اخوته في الايمان ( قارن لوقا 22، 32). إنه هو الذي قد دُعي لان يطعم قطيع المسيح، لان يجمع خراف يسوع في قطيع واحد. ومن المؤسف اننا نرى اليوم ان الكثير من المسيحيين منقسمون وذلك مؤلم، ويعطي شهادة سلبية لاولئك الذين هم الاضعق بيننا، بل ايضا الى العالم باسره. لقد قال يسوع في الحقيقة ان خرافه " ستسمع صوتي وسيكونون قطيعا واحدا وبراعي واحد" (يوحنا 10، 16) وصلى " لاجل ان يكونوا جميعا واحدا لكي يؤمن العالم" (يوحنا 17، 21). ولا يمكن للعالم ان يؤمن إن لم نكن واحدا.
ما زال الطريق الى الى الوحدة طويلا، لكن علينا ألا نفقد الهمة. علينا ، بعد ليل طويل في الكنيسة ، ان نؤمن بفجر يوم جديد، دون ان ننسى، كما يجب ان يكون من الواضح ، ان الوحدة لا تعني التماثل. إن التنوع لا يعني الانقسام. فهنا في العراق ، على سبيل المثال، نستطيع ان نعطي مختلف التقاليد الكنيسة والطقوس حق قدرها، ولنا داخل الكنيسة الكاثوليكية أحاسيس وروحيات و جمعيات مختلفة! والمهم هو ان لا نكون مقمسّين! فالتنوع غنى والانقسام ضعف!فكيف يمكن توحيد شعوب مختلفة؟ من خلال المحبة المتبادلة، والاحترام المتبادل. بل العكس ، فإن ما يقسمنا هو الانتقاد، والحسد والشك.. أتمنى ان تكون مناسبة الاحتفال بذكرى تنصيب البابا بندكتس السادس والعشرين ، في السدة البابوية ، الذي يملك في الكنيسة موهبة الوحدة، ان تكون لنا جميعا مناسبة لتجديد التزامنا بمحبة بعضنا بعضا مثلما يحب الميسح كل واحد منا، سنرى كنيسة العراق تزدهر مرة اخرى بتلك الحيوية التي كانت للمسحيين الاوائل الذين عاشوا ايضا في عالم كان معاديا لهم، ومع ذلك فإنهم وجدوا عبر شهادتهم، " ان الكنائس ازدات ايمانا وعددا يوما بعد آخر" (أعمال 16، 5).
لذا عليكم بالشجاعة! لنضع جانبا انقساماتنا ونطلب من يسوع لان يأتي ويجتمع بنا على الشاطىء والليل يكاد أن ينتهي . فمعه ياتي فجر يوم جديد! لنلقلي شباكنا، فإنن يقتنا به سنجد صيدا عجائبيا جديدا ووفيرا
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giovedì, maggio 10, 2012
Cristiani in Iraq, ipotesi di futuro
By Famiglia Cristiana, 9 maggio 2012
Annachiara Valle
Alla fine del 2011, al momento del ritiro delle truppe Usa, molti pensavano che l'Iraq sarebbe stato travolto da un'ondata di attentati e violenze. Il sangue è corso, in effetti, ma non molto più di prima. A esplodere, invece, è stata la situazione politica. A poche ore dalla partenza degli americani, infatti, il premier Nuri al Maliki, sciita, prima ha fatto arrestare il vice presidente Tareq al Hashemi, sunnita, accusandolo di terrorismo, e poi ha chiesto al Parlamento un voto per costringere alle dimissioni Saleh al Mutlak, il vice premier, un altro sunnita
.La frattura non si è mai ricomposta. Al Hashemi, accusato di aver partecipato all'organizzazione di almeno 150 attentati, non si è presentato al processo cominciato il 3 maggio, si è rifugiato in Turchia e da ieri, su richiesta del Governo iracheno, è ufficialmente ricercato dall'Interpol. Inutile sottolineare che dal dicembre 2011 le autobomba si sono succedute, in un Paese che peraltro non ha mai visto una reale cessazione degli attentati a sfondo etnico e settario
.La "crisi giudiziaria", però, non è che l'ultima, forse più grave evoluzione di un gran pasticcio politico partito l'indomani delle elezioni del marzo 2010, quelle che decretarono la vittoria a sorpresa di Iyad Allawi. Nessun partito era in grado, però, di formare un Governo e per quasi 9 mesi l'Iraq restò immerso nel limbo di un governo provvisorio. Poi, dopo una complessa mediazione del presidente siriano Assad tra Usa ed Iran, fu dato il via a un secondo Governo di Nuri al Maliki
.Questi dovette, naturalmente, pagare un prezzo alle altre formazioni e agli altri leader. Prezzo che fu formalizzato nei cosiddetti Accordi di Erbil, dal nome della città del Kurdistan dove fu siglato: una spartizione delle influenze e dei poteri così particolareggiata e complessa da non potere in alcun modo funzionare. E infatti ancora oggi, a più di due anni dall'accordo, Al Maliki e i suoi accusano gli altri di ricatto, mentre tutti gli altri accusano lui e i suoi di tradimento
.Ancora pochi giorni fa, il 28 aprile, i leader insoddisfatti si sono ritrovati nella stessa Erbil per rinnovare ad Al Maliki l'invito a rispettare i patti. C'erano il curdo Jalal Talabani, che è pur sempre il presidente dell'Iraq, il capo dell'ala sciita radicale Moqtada al Sadr, il presidente della regione autonoma del Kurdistan Massud Barzani, il leader del partito Iraqia, sostenuto dai sunniti, Iyad Allawi e lo speaker del Parlamento, il sunnita Osama al Nujaifi. Ma la risposta di Al Maliki è arrivata con il mandato internazionale d'arresto per al Hashemi.
Al Maliki si fa forte dell'appoggio degli Usa che, con l'Iran alle porte e il Medio Oriente in piena crisi, non sono certo disposti a smantellare quel poco ch'è stato finora costruito in Iraq. I sunniti iracheni, che sono minoranza, possono fare poco per rivendicare i propri diritti, veri o presunti.Il vero rischio, per il Governo di Baghdad, potrebbe arrivare dopo l'estate, quando il Kurdistan, già largamente autonomo, potrebbe decidere di scegliere l'indipendenza con il referendum già convocato. In questi mesi potrebbe succedere di tutto, dalla caduta del regime di Assad in Siria (detestato dai curdi ma non dal Governo di Baghdad) a un attacco israeliano contro le installazioni nucleari dell'Iran. Se il referendum si terrà regolarmente, toccherà agli Usa, da sempre protettori del Kurdistan, disinnescare anche questa mina.
"Le cose migliorano ma la sicurezza resta un grande problema."
Mons. Warduni, vescovo ausiliario di Baghdad, spiega la situazione dei cristiani.
Non enfatizza la situazione di particolare difficoltà dei cristiani. “I cristiani in Iraq sono prima di tutto iracheni e come tutta la popolazione patiscono la situazione che c’è. Se scoppia una bomba non chiede prima a quale fede si appartenga. La violenza raggiunge tutti”, spiega monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, a Roma per incontrare la Caritas italiana prima di partire per raggiungere le altre Caritas europee.
“La nostra situazione attuale è migliorata”, sottolinea il vescovo, “però non c’è sicurezza e stabilità. Questa è la nostra preoccupazione. Speriamo che ci sia la possibilità di andare avanti e di porre fine agli atti terroristici”. Violenza e povertà sono all’ordine del giorno. “Per questo la nostra delegazione è venuta in Europa”, aggiunge monsignor Warduni,“per chiedere a tutti gli uomini di buona volontà un sostegno. Non abbiamo vergogna di chiedere. Abbiamo molti progetti per gli handicappati, per i ragazzi rimasti orfani, per le vedove, per gli studenti. In particolare con i giovani cristiani e musulmani abbiamo un progetto di animazione per educare al dialogo, alla pace e alla fratellanza e per spingere i ragazzi a impegnarsi per la ricostruzione del Paese”.
Un Paese che ha bisogno del sostegno della comunità internazionale “a patto che sia un intervento che semini pace e che dia la possibilità che a ciascun uomo siano riconosciuti i diritti umani. Se la comunità internazionale interviene davvero per questo scopo e non con altri interessi allora può fare il bene e dare stabilità e pace. Occorre però che anche all’interno dell’Iraq non ci siano interessi e divisioni”.
Sorride, ma non tace le critiche il vescovo ausiliare di Baghdad: “Senza le discordie”, sottolinea, “il Paese potrebbe andare avanti anche da solo, ma temo che ci siano interessi a seminare divisioni. In troppi hanno interessi economici e politici perché l’Iraq resti in una situazione instabile. Questo facilita chi vuole fare i propri interessi e non quelli del nostro Paese. Se l’Iraq si lasciasse da solo, se i dirigenti agissero per il bene di tutti gli iracheni, sicuramente il Paese andrebbe avanti e si svilupperebbe di più e si potrebbe costruire un Iraq nuovo”.
.La frattura non si è mai ricomposta. Al Hashemi, accusato di aver partecipato all'organizzazione di almeno 150 attentati, non si è presentato al processo cominciato il 3 maggio, si è rifugiato in Turchia e da ieri, su richiesta del Governo iracheno, è ufficialmente ricercato dall'Interpol. Inutile sottolineare che dal dicembre 2011 le autobomba si sono succedute, in un Paese che peraltro non ha mai visto una reale cessazione degli attentati a sfondo etnico e settario
.La "crisi giudiziaria", però, non è che l'ultima, forse più grave evoluzione di un gran pasticcio politico partito l'indomani delle elezioni del marzo 2010, quelle che decretarono la vittoria a sorpresa di Iyad Allawi. Nessun partito era in grado, però, di formare un Governo e per quasi 9 mesi l'Iraq restò immerso nel limbo di un governo provvisorio. Poi, dopo una complessa mediazione del presidente siriano Assad tra Usa ed Iran, fu dato il via a un secondo Governo di Nuri al Maliki
.Questi dovette, naturalmente, pagare un prezzo alle altre formazioni e agli altri leader. Prezzo che fu formalizzato nei cosiddetti Accordi di Erbil, dal nome della città del Kurdistan dove fu siglato: una spartizione delle influenze e dei poteri così particolareggiata e complessa da non potere in alcun modo funzionare. E infatti ancora oggi, a più di due anni dall'accordo, Al Maliki e i suoi accusano gli altri di ricatto, mentre tutti gli altri accusano lui e i suoi di tradimento
.Ancora pochi giorni fa, il 28 aprile, i leader insoddisfatti si sono ritrovati nella stessa Erbil per rinnovare ad Al Maliki l'invito a rispettare i patti. C'erano il curdo Jalal Talabani, che è pur sempre il presidente dell'Iraq, il capo dell'ala sciita radicale Moqtada al Sadr, il presidente della regione autonoma del Kurdistan Massud Barzani, il leader del partito Iraqia, sostenuto dai sunniti, Iyad Allawi e lo speaker del Parlamento, il sunnita Osama al Nujaifi. Ma la risposta di Al Maliki è arrivata con il mandato internazionale d'arresto per al Hashemi.
Al Maliki si fa forte dell'appoggio degli Usa che, con l'Iran alle porte e il Medio Oriente in piena crisi, non sono certo disposti a smantellare quel poco ch'è stato finora costruito in Iraq. I sunniti iracheni, che sono minoranza, possono fare poco per rivendicare i propri diritti, veri o presunti.Il vero rischio, per il Governo di Baghdad, potrebbe arrivare dopo l'estate, quando il Kurdistan, già largamente autonomo, potrebbe decidere di scegliere l'indipendenza con il referendum già convocato. In questi mesi potrebbe succedere di tutto, dalla caduta del regime di Assad in Siria (detestato dai curdi ma non dal Governo di Baghdad) a un attacco israeliano contro le installazioni nucleari dell'Iran. Se il referendum si terrà regolarmente, toccherà agli Usa, da sempre protettori del Kurdistan, disinnescare anche questa mina.
"Le cose migliorano ma la sicurezza resta un grande problema."
Mons. Warduni, vescovo ausiliario di Baghdad, spiega la situazione dei cristiani.
Non enfatizza la situazione di particolare difficoltà dei cristiani. “I cristiani in Iraq sono prima di tutto iracheni e come tutta la popolazione patiscono la situazione che c’è. Se scoppia una bomba non chiede prima a quale fede si appartenga. La violenza raggiunge tutti”, spiega monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, a Roma per incontrare la Caritas italiana prima di partire per raggiungere le altre Caritas europee.
“La nostra situazione attuale è migliorata”, sottolinea il vescovo, “però non c’è sicurezza e stabilità. Questa è la nostra preoccupazione. Speriamo che ci sia la possibilità di andare avanti e di porre fine agli atti terroristici”. Violenza e povertà sono all’ordine del giorno. “Per questo la nostra delegazione è venuta in Europa”, aggiunge monsignor Warduni,“per chiedere a tutti gli uomini di buona volontà un sostegno. Non abbiamo vergogna di chiedere. Abbiamo molti progetti per gli handicappati, per i ragazzi rimasti orfani, per le vedove, per gli studenti. In particolare con i giovani cristiani e musulmani abbiamo un progetto di animazione per educare al dialogo, alla pace e alla fratellanza e per spingere i ragazzi a impegnarsi per la ricostruzione del Paese”.
Un Paese che ha bisogno del sostegno della comunità internazionale “a patto che sia un intervento che semini pace e che dia la possibilità che a ciascun uomo siano riconosciuti i diritti umani. Se la comunità internazionale interviene davvero per questo scopo e non con altri interessi allora può fare il bene e dare stabilità e pace. Occorre però che anche all’interno dell’Iraq non ci siano interessi e divisioni”.
Sorride, ma non tace le critiche il vescovo ausiliare di Baghdad: “Senza le discordie”, sottolinea, “il Paese potrebbe andare avanti anche da solo, ma temo che ci siano interessi a seminare divisioni. In troppi hanno interessi economici e politici perché l’Iraq resti in una situazione instabile. Questo facilita chi vuole fare i propri interessi e non quelli del nostro Paese. Se l’Iraq si lasciasse da solo, se i dirigenti agissero per il bene di tutti gli iracheni, sicuramente il Paese andrebbe avanti e si svilupperebbe di più e si potrebbe costruire un Iraq nuovo”.
Un contributo di cento mila euro per sostenere i progetti della Caritas irachena. La Caritas italiana si è impegnata su sei iniziative concrete che hanno visto mettere in piedi attività di sostegno ai bambini e alle famiglie, corsi di formazione dei giovani alla solidarietà e alla cittadinanza attiva, un programma di sostegno alle vittime della violenza e a persone in difficoltà, aiuti alle famiglie sfollate di Baghdad e del Nord del Paese, un progetto di pace e riconciliazione e uno di integrazione delle persone disabili.
In particolare, il sostegno ai bambini e alle famiglie si è concretizzato nell’avvio di 12 centri su tutto il territorio nazionale. Le strutture stanno seguendo i bambini malnutriti, le donne incinte, le mamme che allattano e le famiglie particolarmente povere. Oltre alla distribuzione di alimenti ad alto valore proteico, le attività si sono allargate anche in ambito agricolo e alimentare con 34 progetti di allevamento di pollame, di panifici, di confezionamento di prodotti alimentari fatti in casa. Per contribuire ai progetti si può effettuare un versamento attraverso il sito della Caritas www.caritasitaliana.it. Dalla home page si deve cliccare su “nel mondo” e poi sul Paese Iraq.
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