giovedì, febbraio 04, 2016

 

Iraq, nei villaggi fantasma sul fronte bombardati dall'isis, i cristiani tornano solo a seppellire i morti

By Corriere della Sera
Riccardo Bicicchi
 

 
«Qui non c’è più nessuno, non c’è pace neanche per i morti» dice uno dei ragazzi che assistono al funerale, «ma non lasciamo che i terroristi ci tolgano anche il diritto di far riposare i nostri cari nel villaggio dove sono nati».  Adel faceva l’insegnante, ha dovuto abbandonare tutto per mettersi in salvo con la famiglia, allarga le braccia sconsolato in mezzo ad una strada completamente vuota. «E’ una città di fantasmi». A nord di Mosul, in una fascia profonda alcuni chilometri lungo il fronte, i villaggi sono stati completamente abbandonati, per via dei continui bombardamenti da parte delle milizie dell’Isis che martellano le posizioni dei Peshmerga schierati a difesa.
«Abbiamo dovuto impedire alla gente di venire qui», dice il Generale Tariq Hreinne, al comando di una vasta area del fronte, «arrivano missili in continuazione, è troppo pericoloso». La linea del fronte è a poche centinaia di metri. In un paesaggio surreale di case abbandonate in fretta e furia, le erbacce che già tornano a crescere nelle strade deserte, i militari sono l’unica presenza, a guardia di centri abitati sospesi in una dimensione di oblio.
Dai villaggi cristiani pochi chilometri alle spalle del fronte, appena fuori dalla portata delle artiglierie, dove la popolazione è sfollata, quando muore qualcuno un corteo improvvisato si dirige verso il cimitero di Tels’kuf, l’ultimo paese prima delle linee, per celebrare con padre Aram l’antico rito funebre della Chiesa caldea. Un breve ritorno nella città dei fantasmi, sotto la protezione dei Peshmerga che pattugliano la zona, in un silenzio irreale nel cimitero bombardato risuonano i canti in aramaico, la gente passa ancora una volta per un attimo davanti alla propria casa abbandonata ormai dall’estate di due anni fa, bisogna fare in fretta, nessuno sa quando cadrà la prossima bomba.

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mercoledì, febbraio 03, 2016

 

Iran: Riapre il monastero caldeo di Maria Vergine a Teheran

By Fides
 
 Alla vigilia dell'incontro in Vaticano tra il Presidente iraniano Hassan Rohani e Papa Francesco, è stato possibile riaprire a Teheran il monastero caldeo della Congregazione delle Figlie di Maria. Lo riferiscono le fonti ufficiali del Patriarcato caldeo, ricordando che il monastero era rimasto chiuso dal 2013.
“La nostra congregazione” riferisce all'Agenzia Fides suor Luigina Sako, superiora della casa romana delle Suore caldee Figlie di Maria, “è presente a Teheran dal 1963. Prima della Rivoluzione islamica tenevamo aperta anche una scuola. Il monastero è annesso alla parrocchia dedicata alla Vergine Maria. Adesso, dopo una sospensione di più di due anni, le suore potranno riprendere il lavoro pastorale tra la gente, nelle parrocchie”.
Il monastero per ora ospiterà due religiose, suor Batul e suor Liliana, che già prima del periodo di chiusura faceva parte della comunità di Teheran da molti anni. L'Arcieparchia caldea di Teheran, che nel 2014 contava 6 parrocchie e 2500 battezzati, è attualmente retta dall'Arcivescovo Ramzi Garmou.

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Vescovo caldeo: con Barzani, per un referendum sul futuro del Kurdistan indipendente

By Asia News

Uno Stato civile, multi-confessionale, che non guarda alle differenze di religione ma è capace di valorizzare le ricchezze di un popolo. Per rilanciare l’economia e lo sviluppo di un territorio da troppo tempo vittima di guerre e abusi, ma che ha saputo dimostrare nella storia recente di saper resistere alla barbarie jihadista.
Partendo da queste premesse, mons. Rabban al-Qas, vescovo caldeo di Amadiya e Zakho, nel Kurdistan irakeno, nell’omonimo governatorato al confine con Turchia e Siria, è pronto a sostenere l’iniziativa promosso in queste ore da Massud Barzani. Il leader curdo ha affermato che “è giunto il tempo” per indire un referendum sull’autonomia dello Stato, separato e indipendente rispetto a Baghdad. 
“È giunto il tempo e sono maturate le condizioni - ha affermato Barzani - perché il popolo prenda le decisioni che gli competono, mediante un referendum sul suo futuro”. Esso non dovrà portare “per forza a una dichiarazione immediata di indipendenza e alla nascita di un nuovo Stato”, ha precisato il leader curdo, quanto piuttosto per conoscere “il volere del popolo del Kurdistan in merito a proprio futuro”. 
I peshmerga curdi sono un alleato chiave degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato islamico (SI) nel nord dell’Iraq e, essi soli, per diverso tempo hanno rappresentato l’unico argine contro l’avanzata inarrestabile dei miliziani jihadisti.
La questione del referendum sull’indipendenza e delle aree che il nuovo Stato dovrebbe coprire - in ballo vi sono zone ricche di petrolio e gas naturale - sono fonte di tensione fra Erbil e il governo centrale di Baghdad, contrario alla nascita di una nazione curda. Uno dei nodi irrisolti riguarda l’area di Kirkuk, ora in maggioranza sotto il controllo dei peshmerga. Negli ultimi tempi sia Baghdad che la regione curda sono attraversate da una profonda crisi economico-finanziaria, acuita dal crollo dei prezzi del petrolio che rappresenta la grande maggioranza degli introiti. 
Interpellato sulla vicenda da AsiaNews mons. Rabban afferma che “è maturato il tempo” per la nascita di una realtà curda autonoma. “Il Kurdistan oggi non è un paradiso - afferma - ma certo qui si vive meglio che altrove… Qui possiamo e dobbiamo aiutare chi è in difficoltà, mentre Baghdad non ha mai aiutato davvero questa regione, sebbene oggi vi siano in maggioranza arabi, in special modo a Erbil e Dohuk”. 
Nella regione hanno trovato riparo centinaia di migliaia di cristiani fuggiti dalla piana di Ninive, per l’arrivo dello Stato islamico. E su queste basi può e deve nascere una nuova realtà, secondo il vescovo. “Serve uno Stato curdo - prosegue mons. Rabban - che possa far convivere tutti, non separato e confessionale, ma con una base laica, la cittadinanza, una Costituzione di tutti e per tutti, con uguali diritti e doveri per musulmani, cristiani, yazidi”. 
Il prelato non risparmia critiche al governo centrale di Baghdad, che non ha saputo tutelare l’interesse del popolo irakeno e ha permesso l’esodo massiccio dei cristiani a causa delle violenze, delle persecuzioni, degli abusi. Sebbene in questi anni la Chiesa irakena abbia sempre promosso l’unità del Paese, ora per il prelato i tempi sono cambiati.
“È giusto promuovere questo referendum per decidere sulla separazione, per conoscere chi siamo - conclude - e credo anche che le grandi potenze come gli Stati Uniti spingono in questa direzione. Uno Stato curdo che non sia contro Baghdad, ma che sappia essere un centro di libertà e convivenza… e con buona pace della Turchia che dovrà accettare tutto questo. Barzani non vuole certo fare la guerra ai turchi”.

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Quaresima: Aiuto alla Chiesa che Soffre lancia un progetto a settimana per i cristiani rimasti in Iraq

By Aiuto alla Chiesa che Soffre

Sei progetti per sei settimane di Quaresima, tutti dedicati a sostenere i 250mila cristiani iracheni. È la campagna lanciata da Aiuto alla Chiesa che Soffre nei 40 giorni di preparazione alla Pasqua.
I progetti promossi sono di diverso tipo, ma con un unico obiettivo: aiutare i cristiani rimasti in Iraq a vivere dignitosamente e a mantenere una fede viva.
La prima settimana è dedicata ai 46 alunni dell’asilo di Aqra gestito dalle Suore Domenicane di Santa Caterina da Siena. Nonostante molte delle religiose siano state esse stesse costrette a lasciare Mosul e la Piana di Ninive a causa dello Stato Islamico, una volta giunte nel Kurdistan iracheno si sono immediatamente spese per aiutare i rifugiati cristiani, occupandosi in particolar modo dell’istruzione e della formazione alla fede dei bambini. Non mancano poi aiuti umanitari, come quelli in favore delle 182 famiglie cristiane rifugiate a Kirkuk (seconda settimana) e delle 135 famiglie cristiane del campo profughi “Vergine Maria” di Bagdad (quinta settimana), che grazie ad ACS riceveranno cibo, acqua, medicine e generatori elettrici.
Aiuto alla Chiesa che Soffre non ha ovviamente tralasciato il sostegno alla pastorale e all’assistenza spirituale, ed in questa Quaresima chiede ai suoi benefattori di aiutare il Centro di Studi Biblici di Ankawa (terza settimana). Prima dell’avanzata di Isis il Centro si trovava a Mosul, dove negli ultimi 15 anni sono stati formati oltre 450 studenti. Ora i 60 alunni costretti a fuggire in Kurdistan hanno bisogno di un sostegno per poter proseguire i loro studi. Al tempo stesso ACS ha promesso di finanziare quattro campi di formazione cristiana per oltre 1100 giovani cristiani che ad Erbil frequenteranno dei corsi tenuti da 25 sacerdoti e 65 suore (quarta settimana).
Infine l’ultima settimana di Quaresima è dedicata al Villaggio Padre Werenfried, il villaggio intitolato al fondatore di ACS perché composto dalle 150 strutture prefabbricate donate tra fine 2014 e inizio 2015 dalla fondazione pontificia a 175 famiglie di rifugiati cristiani. Nate per rispondere all’emergenza, le abitazioni mancavano di adeguate strutture. Ecco perché in questa Quaresima ACS desidera donare agli abitanti del villaggio ulteriori docce e servizi igienici, adatti anche a persone con disabilità.
Dal giugno 2014 ad oggi Aiuto alla Chiesa che Soffre ha realizzato progetti in favore della popolazione irachena per un totale di oltre 15milioni e 100mila euro.
Oltre al sostegno economico la fondazione pontificia mostra la propria vicinanza ai cristiani d’Iraq attraverso numerose iniziative di preghiera. Come la giornata mondiale di preghiera e digiuno per la Pace in Siria e in Iraq, che ACS ha lanciato per il prossimo 10 febbraio, in occasione del mercoledì delle ceneri. L’iniziativa porta il titolo: «Porterai la loro Croce per un giorno? Nel mercoledì delle ceneri prega e digiuna per Iraq e Siria» ed è possibile aderirvi anche attraverso i social network, utilizzando gli hashtag #fastandpray #carrythecross e #AshWednesday.

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martedì, febbraio 02, 2016

 

On the Run From ISIS, Iraqi Assyrians Trying to Save Their Heritage

By Vice News
Benedetta Argentieri
 
The international community is struggling to come up with a strategy to defeat the Islamic State (IS) -- but on the ground in northern Iraq, a Roman Catholic priest has found his own way to fight the jihadists.
Father Gabriel Tooma is not going after them with weapons. He is not involved with any of the several Christian militias that have taken it upon themselves, in Iraq and neighboring Syria, to defend their villages against IS onslaught. What he is doing, he says, is even more important to the Christian minority's fate in northern Iraq: He is rounding up ancient manuscripts and relics and hiding them in secure locations around Kurdistan, hoping to save them from the iconoclastic fury of the terror insurgency.
"If Daesh burns down a church we can rebuild it, but the manuscripts are our history. They trace back our roots, they are part of our civilization," he said, using the Arabic acronym for the group. "If they get destroyed, then we are lost, and our culture will be forgotten."
The 55-year old priest, a Jesuit-like Pope Francis, spoke during a meeting late last year at a monastery in al Qosh, in the Nineveh Plain.
His words took on a new, urgent meaning on Wednesday, when news broke that IS fighters had done exactly what he had said. The extremist militants had razed the oldest Christian church in Iraq, the 1,400-year old St. Elijah Monastery in Mosul, about 30 miles (50 km) from al Qosh.
In the face of this threat, Father Gabriel is trying to save what he can, including manuscripts dating back as far as the 11th Century. They are mainly liturgical books, but there are also Old Testament stories, books on medicine, and miniatures drawn by monks. "These books have an inestimable value," he said. He has been at work for four years on scanning and saving them in digital format, with the help of the Italian NGO Un Ponte Per and funds from the Italian Episcopal Conference.
The manuscripts are delicate objects, handled carefully by an Italian art restorer, Irene Zanella, who trains Iraqis on how preserve ancient books from her base in Erbil, the capital of Iraq's autonomous Kurdistan. Zanella and her staff first dust the books with a soft brush, then each page is photographed, rather than scanned. "This technique avoids squashing the pages and preserves the pages and the ink," she said. Her work is part of a larger project to save the cultural heritage of Iraq, started in 2004 in Baghdad and then expanded throughout the country, as it plunged into a civil war that often overlaps with religious and sectarian divisions.
Iraq has a Shiite Muslim majority, now in power, and a Sunni minority that was in charge until the toppling of Saddam Hussein's regime. A small Christian minority, about three percent of the population, is made up mostly of Chaldean Catholics like Father Gabriel.
Along with the Yazidis, who practice a pre-Islamic religion and are also targeted by IS, the Christian heritage is in grave danger in Iraq. But it has been for years, since well before IS began its campaign of cleansing from the territory it controls anybody who is not a Sunni Muslim in 2014.
In 2006, a wave of terrorist attacks hit the Iraqi Christian community. At least three archbishops and dozens of priests were killed; hundreds of the faithful died in church bombings. As a result, the Jesuits ordered Father Gabriel, and eight other priests, to leave Baghdad immediately. "We left just one person behind to guard the monastery of St. Anthony, and I was told to go to al Qosh," he said.
Father Gabriel was also told to take with him the most ancient and precious manuscripts, which had been in the monastery for centuries. But he was afraid the Iraqi Army would confiscate the books at checkpoints and try to sell them. So he decided to smuggle them: "We stored the manuscripts in boxes, covered by blankets. We hoped for the best." He traveled more than 300 miles (500 km) in a four-vehicle convoy, passing by his count through 63 checkpoints. "They never stopped us," he said. "We arrived safely in al Qosh."That adventurous move, it turned out, bought Father Gabriel and his books -- and many Iraqi Christians -- just a few years of safety.
On August 6, 2014, IS launched a major operation in the Nineveh plain, taking most of it in just a few days. It encountered no resistance from the Iraqi security forces, which fled before the militants' advance. As the militants approached al Qosh, Christians there panicked.
"As soon as we heard they were coming, I thought everything was lost. So I encouraged everybody from the village to flee. We knew what happened to the Yazidis and didn't want to meet the same fate," said Father Gabriel, referring to the religious minority's near-extermination by the Islamic State just a few months earlier. "I took the most important manuscripts with me and hoped for the best."
But al Qosh was spared. The IS advance stopped a few kilometers away. Father Gabriel went back to retrieve what he had left behind --1,000 manuscripts, which he scattered in remote locations in Kurdistan, the autonomous region of Iraq. "I will not say where they are, it's not safe. Just I and another priest know where they are," he said, smoking a thin cigarette, a habit he picked up in Italy, where he lived for almost ten years while in training for the priesthood. The waves of violence he experienced since Saddam's fall, he said, made him extremely wary of strangers.
Al Qosh, under the gaze of an eighth-century monastery built on the mountain overlooking the town, is the last remaining Christian village in the whole plain of Nineveh, but its situation is precarious. The front line in the battle with IS is just six miles (10 km) away, and Mosul, the largest Iraqi city occupied by the extremists, is 28 miles (50 km).
The 7,000 people of al Qosh are protected by both the Kurdish peshmerga army and a militia of Assyrian Christians, but their de facto leader is the local priest -- Father Gabriel himself, who also manages a school and the local orphanage.
It is he who decides who can and can not live in the town. Yazidis on the run from IS are welcome, he said, and so are other refugees, but on one condition: They must not be Muslim. The Christian mandate to help one's neighbor does not extend to Muslims in al Qosh. "They can go to many other villages around here, where there are no Christians," Father Gabriel said. "Al Qosh is the last place in the area where we can live our faith in peace. And many of them are also ISIS [an alternative acronym for IS] collaborators. I don't want them here."
He does, in fact, see himself as a sort of religious warrior, fighting to save Iraqi Christians with a righteous zeal. "There was a Christian boy who lost his parents in Baghdad, and the local mosque wanted to raise him," he said. "I couldn't allow that." So he organized a convoy to get him and bring him to al Qosh, he said, so that the boy would not be raised as a Muslim. The other 34 children at the orphanage have similar stories. Most of them lost their parents in the conflict; in some cases, families lost everything and left them with the priest, so they could eat and have a roof on their head.
He is not the only Christian religious figure in the area with such harsh views of Muslims. "I can tell you Islam doesn't have peaceful messages," said Friar Najeeb Michaeel, a 50-year old Dominican monk in Erbil, who fled the IS advance on the town of Qaraqosh, about 18 miles (30 km) from Mosul. His views of Islam may have been shaped by the 1996 killing in Algeria by Islamist militants of the priest who he said had ordained him, French Archbishop Pierre Claverie.
He, too, is involved in saving ancient manuscripts, which he began working to preserve at his first post in a monastery in Mosul in the 1980s. In 2007, he got death threats from groups affiliated with al Qaeda in Iraq, and moved to Qaraqosh, with some of the ancient books.
On August 7, 2014, he had to escape again. IS was coming. "It was 5.30am when I saw Daesh coming with their cars and the black flags waving. They were trying to cut in front of us to kill men and kidnap women. I gave everybody the last rites, I thought it was finished for us," he recalled. Instead, the people fleeing Qaraqosh found a checkpoint on the road to Kurdistan open, and got through -- but had to leave their vehicles behind.
"Thousands of people were trying to flee. We had several manuscripts in the cars with us. So I asked everybody, young and old, to carry at least ten at a time to the other side of the border. We had to make several trips, but we made it." Qaraqosh remains in IS hands.
Now his collection includes over 5,000 manuscripts and scrolls, he said, but he was also able to save paintings, statues and relics. Like Father Gabriel, he keeps them hidden in a secret place. "What they try to destroy we protect. This is how we can really defeat IS," he said.
In Erbil, protected by the Kurdish peshmerga, he bought a building with the help of American Benedictine monks and private donations. About 60 families from Qaraqosh live there, but most of them are trying to leave the country and head for Europe.
"The situation is very hard. Most of these families were middle class, they had everything they needed, but now they have nothing and they can't really accept this," he said, describing a massive exodus of Christian families trying to get to Europe.
According to Emily Fuentes, coordinator for Open Doors, an American NGO focusing on persecuted Christians around the world, the Iraqi Christian community has shrunk to 200,000, compared to a million people in 2003.
"The numbers are diminishing daily. More and more people are trying to leave," she said. Most of the remaining community found shelter in Kurdistan, but adapting to life there its very difficult. "It is a completely different culture, the language is different. Technically they are still [in Iraq], but it almost feels like a different country."
Even Father Gabriel doubts there will ever be peace for Iraq's Christians. "I have no idea what will happen to us. The future is gloomy. Take what happened in Paris, those terrorist attacks. I am afraid to say this is just the start," he said, in a phone conversation after VICE News visited him in al Qosh. But he is hanging on to hope: "We will continue to oppose terrorism, in our own way."

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Due preti stanno mettendo in salvo i manoscritti dallo Stato Islamico in Iraq

Benedetta Argentieri 
 
La comunità internazionale sta facendo fatica a individuare una strategia per sconfiggere l'autoproclamato Stato Islamico (IS). Eppure un prete che si trova nella zona settentrionale dell'Iraq ha iniziato una sua personale crociata contro i jihadisti.
Padre Gabriel Tooma non li combatte con le armi. E non si è nemmeno unito a una delle numerose milizie cristiane che, in Iraq e in Siria, si sono organizzate autonomamente per difendere i propri villaggi dall'avanzata di IS. Quello che sta facendo, afferma il prete, è perfino più importante per il futuro della minoranza cristiana nel nord dell'Iraq: raccogliere manoscritti e cimeli antichi per nasconderli in zone sicure del Kurdistan, sperando così di risparmiargli la furia iconoclastica dei terroristi.
"Se IS da fuoco a una chiesa possiamo ricostruirla, ma i manoscritti fanno parte della nostra storia. Risalgono alle nostre origini, sono parte della nostra civilizzazione," ha raccontato Padre Tooma. "Se vengono distrutti siamo persi, la nostra cultura sarà dimenticata," ha spiegato il prete nel corso di un incontro tenuto nel monastero di al Qosh sulla pianura di Ninive.
Gesuita come Papa Francesco, il discorso del 55enne è riecheggiato questo mercoledì, quando i combattenti di IS hanno commesso quelle stesse le atrocità che il prete aveva predetto. Gli estremisti hanno raso al suolo la più antica chiesa cristiana dell'Iraq: il monastero di St. Elijah a Mosul, a 50 chilometri di distanza da al Qosh.A dispetto di questa continua minaccia, Padre Gabriel sta cercando di salvare tutto ciò che riesce, compresi manoscritti che risalgono all'undicesimo secolo. Per la maggior parte si tratta di libri liturgici, ma tra le opere si contano anche storie del Vecchio Testamento, libri di medicina, e miniature disegnate dai monaci.
"Questi libri hanno un valore inestimabile," dice il prete. Da quattro anni si occupa di scannerizzare i documenti e salvarli in formato digitale grazie all'aiuto dell'ONG italiana, Un Ponte Per, e del finanziamento della Conferenza Episcopale Italiana.
Oggetti delicati come i manoscritti devono essere trattati da mani esperte. Di questo compito si occupa Irene Zanella, una restauratrice d'arte italiana, che insegna agli iracheni come preservare libri antichi nel suo ufficio di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno.
Zanella e il suo staff spolverano i libri con una spazzola morbida, dopo di che ogni singola pagina viene fotografata, invece di essere scannerizzata. "Questa tecnica evita che le pagine si schiaccino e le preserva insieme all'inchiostro," spiega Zanella. Il suo lavoro fa parte di un progetto più ampio per salvare il patrimonio culturale dell'Iraq, partito nel 2004 a Baghdad e poi esteso a tutto il paese, mentre sprofondava in una guerra civile che spesso si interseca con divisioni religiose e settarie.
L'Iraq si divide tra una maggioranza di musulmani sciiti, che al momento stanno al governo, e una minoranza sunnita che aveva comandato fino alla caduta del regime di Saddam Hussein. La ristretta minoranza cristiana, che rappresenta circa il tre per cento della popolazione, è composta principalmente da cattolici caldei come Padre Gabriel.
Il patrimonio dei cristiani si trova in grave pericolo in Iraq. A condividere la stessa minaccia ci sono anche gli Yazidi, un gruppo che professa una religione pre-islamica finito nel mirino di IS. Sono anni che devono affrontare questo problema, molto prima che nel 2014 IS desse il via al suo tentativo di cacciare chiunque non fosse un sunnita dai territori sotto il suo controllo.
Nel 2006 la comunità cristiana irachena è stata colpita da un'ondata di attacchi terroristici. Almeno tre arcivescovi e una dozzina di preti sono stati uccisi; centinaia di fedeli sono morti nei bombardamenti delle chiese. Dopo questi episodi i Gesuiti ordinarono a Padre Gabriel, e a altri otto sacerdoti, di abbandonare Baghdad immediatamente. "Lasciammo una sola persona a sorvegliare il monastero di St.Anthony e a me fu detto di andare a al Qosh," racconta il prete.
A Padre Gabriel fu anche detto di portare con sé i manoscritti più antichi e preziosi che erano custoditi nel monastero da secoli. Ma aveva paura che l'esercito iracheno potesse confiscare i libri ai checkpoint per cercare di venderli. Quindi decise di trafugarli: "Riponemmo i manoscritti in alcune scatole sotto delle coperte. Speravamo per il meglio." Il sacerdote percorse più di 500 chilometri con un convoglio di quattro veicoli, superando 63 checkpoint. "Non ci fermarono mai," ha detto. "Arrivammo ad al Qosh in tutta sicurezza.Grazie a questa audace operazione, Padre Gabriel, i suoi libri e molti cristiani iracheni si sono guadagnati qualche anno di pace.
Il 6 agosto 2014 IS lanciò un'operazione militare sulla pianura di Ninive, assumendo il controllo del territorio in pochi giorni. La resistenza delle forze di sicurezza irachene, fuggite prima dell'avanzata della milizia, fu nulla. Appena i combattenti si avvicinarono ad al Qosh, i cristiani entrarono nel panico.
"Ho seriamente creduto che tutto fosse ormai perso. Quindi, esortai tutti ad abbandonare il villaggio. Eravamo a conoscenza di quello che era successo agli Yazidi, e non volevamo fare la stessa fine," racconta Padre Gabriel riferendosi al quasi totale sterminio della minoranza religiosa avvenuto qualche mese prima per mano dello Stato Islamico. "Presi con me i manoscritti più preziosi sperando che tutto sarebbe andato per il meglio."
Ma al Qosh fu risparmiata. L'avanzata di IS si fermò a pochi chilometri di distanza. Padre Gabriel tornò indietro a recuperare ciò che aveva abbandonato—mille manoscritti che aveva sparpagliato in zone difficilmente accessibili del Kurdistan, la regione autonoma dell'Iraq. "Non dirò dove si trovano, non è sicuro. Solo io e un altro prete sappiamo dove sono," dice Padre Gabriel mentre fuma una sigaretta sottile, un'abitudine presa in Italia, dove aveva vissuto per quasi dieci anni ai tempi del seminario. L'ondata di violenza che ha visto con i suoi occhi dopo la caduta di Saddam lo ha reso diffidente nei confronti degli estranei.
Collocato ai piedi di una montagna sulla quale si trova un monastero dell'ottavo secolo, al Qosh è l'ultimo villaggio cristiano sopravvissuto nella pianura di Ninive. La sua situazione attuale però è molto precaria. Il fronte del conflitto con IS si trova a soli dieci chilometri di distanza, e Mosul, la più grande città irachena in mano agli estremisti, è 50 chilometri più a Sud.
La protezione dei 7.000 abitanti di al Qosh è garantita sia dai peshmerga curdi che dai una milizia di cristiani assiri. Ma il loro leader di fatto è Padre Gabriel, il quale si occupa anche dell'amministrazione della scuola e dell'orfanotrofio locali.
È lui che decide chi può vivere nel paese. Gli yazidi in fuga da IS e gli altri rifugiati sono benvenuti, spiega il sacerdote, ma a una condizione: non devono essere musulmani. Ad al Qoah il precetto cristiano di aiutare il proprio vicino non si estende ai musulmani.
"Possono andare in tanti altri villaggi qui intorno dove non ci sono cristiani," dice Padre Gabriel. "Al Qosh è l'unico posto che rimane in questa zona dove possiamo vivere la nostra fede in pace. E molti di loro sono collaboratori di IS. Non li voglio qui."
Padre Gabriel si vede come una sorte di combattente religioso che lotta per salvare i cristiani iracheni con un fervore giustificato. "C'era un bambino cristiano che aveva perso i suoi genitori a Baghdad, e la moschea di zona voleva prendersene cura," racconta Padre Gabriel. "Non ho potuto permettere che accadesse." La sua soluzione fu quella di organizzare un convoglio per recuperarlo e portarlo ad al Qosh, così che non sarebbe diventato un musulmano. Gli altri 34 bambini che occupano l'orfanotrofio hanno storie simili. La maggior parte di loro hanno perso i genitori nel corso del conflitto; in alcuni casi, i bambini sono stati affidati al prete perché le famiglie avevano perso tutto e non potevano garantire un pasto caldo o un tetto sopra la testa.
Padre Gabriel non è l'unico personaggio religioso della zona con delle opinioni così dure nei confronti dei musulmani. "Ti dico che l'islam non porta un messaggio di pace," sostiene Friar Najeeb Michaeel, un monaco dominicano 50enne di Erbil, fuggito dall'avanzata di IS verso la città di Qaraqosh, a 30 chilometri di distanza da Mosul. Questa sua visione dell'islam potrebbe essersi formata in seguito all'uccisione del prete che lo aveva ordinato, l'arcivescovo francese Pierre Claverie, avvenuta nel 1996 in Algeria per mano di estremisti islamici.
Anche lui si preoccupa di salvaguardare i manoscritti antichi; un opera che iniziò ai tempi del suo servizio presso il monastero di Mosul negli anni Ottanta. Nel 2007 il monaco subì minacce di morte da gruppi affiliati ad al Qaeda in Iraq e si trasferì a Qaraqosh, portando con sé alcuni libri antichi.
Il 7 agosto 2014 gli è toccato mettersi di nuovo in fuga. IS stava arrivando. "Erano le 5.30 quando vidi lo Stato Islamico arrivare con le sue macchine e le sue bandiere nere al vento. Cercavano di tagliarci la strada per uccidere gli uomini e rapire le donne. Diedi a tutti l'estrema unzione. Pensavo fosse finita per noi," ricorda Friar. Però la gente in fuga da Qaraqosh trovò un checkpoint aperto sulla strada per il Kurdistan e si salvò - anche se fu costretta ad abbandonare i propri veicoli.
"Migliaia di persone cercavano di fuggire. Avevamo diversi manoscritti nelle nostre auto. Quindi chiesi a tutti, giovani e vecchi, di portarne almeno dieci alla volta fino all'altro versante della frontiera. Fummo costretti a fare diversi viaggi ma alla fine fu un successo." Qaraqosh rimane oggi nelle mani di IS.Oggi la sua collezione comprende più di 5.000 manoscritti e pergamene, ma il monaco ha anche avuto modo di salvare quadri, statue e cimeli. Come Padre Gabriel, li tiene nascosti in un posto segreto. "Proteggiamo quello che cercano di distruggere. È così che possiamo veramente sconfiggere IS," afferma Friar Najeeb Michaeel.
A Erbil, città protetta dai peshmerga curdi, il monaco ha comprato un edificio grazie al sostegno dei monaci benedettini americani e a donazioni private. Una sessantina di famiglie originaria di Qaraqosh vivono lì, ma la maggior parte di loro sta cercando di lasciare il paese e dirigersi in Europa.
"È molto dura. Molte di queste famiglie erano benestanti, avevano tutto quello di cui potevano aver bisogno, ma ora non hanno niente e non sono in grado di accettarlo," spiega il monaco, descrivendo un gigantesco esodo di famiglie cristiane che provano a raggiungere l'Europa.
Secondo Emily Fuentes, coordinatrice di Open Doors, una ONG americana che si occupa dei cristiani perseguitati in giro per il mondo, la comunità dei cristiani iracheni si è ridotta a 200.000 unità rispetto al milione di persone presenti nel 2003.
"I numeri diminuiscono ogni giorno. Sempre più persone cercano di andarsene," spiega Fuentes. La maggior parte della comunità rimanente ha trovato rifugio in Kurdistan, ma adattarsi alla vita lì è molto difficile. "Si tratta di una cultura completamente diversa, la lingua è diversa. Tecnicamente si trovano sempre [in Iraq], ma sembra quasi di essere in un paese diverso."
Anche Padre Gabriel dubita che ci possa mai essere pace per i cristiani in Iraq. "Non so che cosa ci succederà. Il futuro è buio. Prendi quello che è successo a Parigi, con gli attacchi terroristici. Mi dispiace dover dire che questo è solo l'inizio," ha detto il sacerdote raggiunto al telefono dopo che VICE News l'aveva visitato ad al Qosh. Tuttavia non abbandona un filo di speranza: "Noi continueremo a opporci al terrorismo, a nostro modo."

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lunedì, febbraio 01, 2016

 

Mercoledì delle Ceneri: Aiuto alla Chiesa che Soffre accetta l'invito dei patriarchi di Siria ed Iraq e lancia la giornata di preghiera e digiuno per la pace

By Aiuto alla Chiesa che Soffre

«Aiuto alla Chiesa che Soffre è come una madre per noi cristiani di Siria e Iraq. Senza di voi, molti di noi sarebbero morti o sarebbero già emigrati. Abbiamo estremo bisogno del vostro aiuto, ma quello che vi chiediamo ora è la misericordia. Pregate e digiunate affinché il Signore abbia misericordia di noi».
È l’accorato appello giunto ad Aiuto alla Chiesa che Soffre dal patriarca caldeo Louis Raphael I Sako che assieme al patriarca melchita Gregorios III Laham, invita benefattori, volontari, dipendenti e collaboratori delle 21 sedi di ACS nel mondo a pregare e a digiunare per la pace «nelle nostre amate nazioni».

Ecco perché in questo mercoledì delle ceneri, il 10 febbraio, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha deciso di promuovere una giornata mondiale di preghiera e digiuno per la Pace in Siria e in Iraq, invitando tutti i cristiani del mondo ad aderire all’iniziativa che porta il titolo: «Porterai la loro Croce per un giorno? Nel mercoledì delle ceneri prega e digiuna per Iraq e Siria». È possibile prendere parte alla campagna anche attraverso i social network, utilizzando gli hashtag #fastandpray #carrythecross e #AshWednesday.
Dall’inizio della crisi siriana nel marzo 2011, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha realizzato progetti a sostegno della popolazione di Siria e Iraq per un totale di 27milioni e 670mila euro.
«Da cinque anni ormai continuiamo a camminare nel deserto – scrive il patriarca Gregorios IIIed il vostro costante aiuto è stato per noi come la manna che il Signore ha fatto scendere dal cielo per gli Israeliti». Il patriarca pone l’accento sulla drammatica situazione in cui versano la sua comunità e l’intero popolo siriano. «Assistiamo alle atroci sofferenze dei bambini, all’agonia dei loro genitori e siamo costantemente circondati dall’odio e dalla morte. L’unico nostro desiderio è di tornare a vivere in pace».Il prelato siriano chiede a tutti i cristiani del mondo di pregare e digiunare per aiutare i loro fratelli nella fede mediorientali. «In questa Quaresima, portate la nostra Croce come Simone di Cirene ha fatto con Gesù».
Un appello cui si unisce il patriarca Sako, denunciando la sofferenza della sua comunità. «Chi poteva lasciare l’Iraq lo ha già fatto. Milioni di bambini nei campi profughi hanno fame, ma hanno soprattutto sete di futuro: vogliono una scuola ed una casa. Avete fatto tanto per noi, ora vi chiedo: pregate e digiunate perché possiamo rimanere nella nostra amata patria e perché chi l’ha già lasciata possa farvi ritorno. Così che in questa Pasqua, nella terra di Abramo, i cristiani possano finalmente, risorgere dalle ceneri».

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sabato, gennaio 30, 2016

 

In fuga da Daesh: viaggio tra i rifugiati iracheni in Giordania

By Arab Press
Maddalena Goi

 
La Giordania è uno dei tanti paesi a subire le dirette e drammatiche conseguenze create dai conflitti e dalle persecuzioni mondiali. La posizione geografica del regno, al confine con Iraq e Siria da una parte e i Territori Palestinesi dall’altra, la rende particolarmente sensibile agli influssi di un alto numero di rifugiati e richiedenti asilo. Tuttavia, il paese è molto povero di risorse naturali: le sue risorse idriche sono tra le più scarse al mondo e la sua struttura produttiva è poco diversificata. Questi fattori incidono in maniera significativa sulle sue capacità di accoglienza.
Le più alte concentrazioni di rifugiati si ritrovano alloggiate nelle grandi città come Amman, Irbid, Mafraq e Zarqa, mentre solo il 25% vive nei campi profughi.
La Giordania, prima fra tutti, è stata il santuario di salvezza dei rifugiati palestinesi scappati dalle loro terre in seguito alla nascita dello stato di Israele nel 1948. Ma i profughi più numerosi sono i siriani giunti sin dall’inizio della guerra civile. Secondo le stime realizzate dal governo, attualmente, sono un milione e 400mila i siriani accolti nel regno di cui solo 635.324 registrati all’ONU. Circa il 20% di questi ultimi vive nei campi profughi di Azraq e Zaatari, il resto risiede nei centri urbani. Su appena 6milioni e mezzo di abitanti giordani, i rifugiati siriani costituiscono il 21% della popolazione giordana totale.
I profughi iracheni hanno invece iniziato a giungere nel regno a partire dal 2003, a seguito dell’ultima Guerra del Golfo in cui almeno due milioni di iracheni hanno abbandonato il loro paese. L’esodo iracheno continua ancora oggi con la migrazione forzata di molti per fuggire all’offensiva del sedicente Stato Islamico. Si tratta per lo più delle comunità cristiane siriache oggi perseguitate da Daesh (ISIS). Secondo le stime dell’UNHCR i rifugiati iracheni attualmente registrati in Giordania sarebbero almeno 58mila, mentre gli iracheni cristiani sono 8.500.
A partire dall’agosto 2014, quindici diverse chiese hanno aperto le loro porte in tutta la Giordania per accogliere i profughi iracheni. Molti di questi sono sostenuti e aiutati dalla Caritas giordana di Amman che si occupa di fornire loro i servizi fondamentali fra cui cibo su base regolare, cure mediche e assistenza umanitaria. La maggior parte dei rifugiati proviene dalle città di Mosul e Qaraqosh e, dopo più di un anno, la situazione per loro è rimasta pressoché immutata: molti, infatti, vivono ancora all’interno di queste residenze provvisorie.
Grazie all’aiuto della Caritas giordana è stato possibile visitare tre di queste strutture di accoglienza dedicate ai profughi cristiani iracheni e queste sono le storie raccolte.
(Le foto e le interviste risalgono al periodo di giugno 2015 e sono state realizzate in collaborazione con Telepace Holyland TV, un’emittente italiana attiva in modo stabile in Terra Santa sin dal 2004).

Per rispetto della privacy i nomi sono inventati.
“Mi chiamo Nivin, da Mosul, sono sposata con due bambini. Siamo stati costretti a lasciare Homs a causa di Daesh, siamo fuggiti solo con i nostri vestiti addosso, non potevamo tornare alle nostre case per prendere qualcosa… Siamo fuggiti verso il Kurdistan, ad Erbil e siamo stati lì per qualche giorno poi siamo riusciti ad ottenere un visto e venire in Giordania grazie all’aiuto di un prete. Siamo in dieci persone, due famiglie in una sola stanza. Quando siamo giunti qui credevamo che l’UNHCR ci avrebbe mandato a vivere in un altro paese, non credevamo che saremmo rimasti qui così tanto tempo, è quasi un anno ormai. Quando abbiamo chiamato l’UNHCR per chiedere informazioni, ci hanno detto di aspettare e che ci avrebbero chiamati loro. Ma siamo qui da un anno senza ricevere nessuna comunicazione. Ora mia sorella soffre di cuore e di crisi di panico per quello che ha passato a causa di Daesh. Chiediamo di essere aiutati. Non possiamo tornare in Iraq. È impossibile. Abbiamo perso tutto, le nostre case, la nostra sicurezza, le nostre proprietà… ci hanno preso tutto. Tutti sono scappati. Quelli che sono rimasti a Mosul sono stati costretti o a convertirsi o a pagare la jizya, altrimenti vengono uccisi. Gli altri cristiani sono fuggiti.”

Sono Raid. Mosul è caduta il 10 giugno, dopo sono caduti anche altri territori come Sinjar dove ci sono cristiani e yazidi. Gli uomini di Daesh li hanno uccisi e derubati. Le ragazze invece sono state rapite e violentate, la maggior parte di loro sono giovani tra i 12 e i 25 anni. Centinaia sono finite così e le hanno vendute a Raqqa, in Siria, e a Mosul a prezzi irrisori: 500$ ognuna. Abbiamo lasciato tutto per preservare la nostra anima e la nostra fede. Siamo partiti solo con i vestiti addosso, non abbiamo preso nient’altro. Abbiamo impiegato 15 ore per giungere a Ein Qawa perché c’erano tantissime persone in fuga. Anche la città di Ein Qawa era piena di gente. Siamo rimasti per tanti giorni a dormire sui marciapiedi, per strada o nei giardini.”
Il cristianesimo in Iraq risale a quasi 2000 anni fa. Mosul e le città circostanti sulla piana di Ninive rappresentano il cuore della religione cristiana ma oggi, i cristiani come del resto altre minoranze, non sono altro che una popolazione in fuga.

“Mi chiamo Rita e vengo da Qaraqosh. Siamo scappati dal nostro paese senza nulla, viviamo ora dentro dei caravan. Durante l’inverno siamo morti di freddo, durante l’estate si muore di caldo. Fino a quando dovremo rimanere in queste condizioni? Forse voi potete aiutarci ad uscirne. Io non riesco a camminare, dovrei comprare delle medicine, ognuna costa 400 dinari giordani e avrei bisogno di due confezioni per ciascuna gamba. I nostri figli sono rimasti in Iraq, senza passaporto e senza soldi, e qui non possono venire. Fino a quando rimarremo così? I bambini non possono andare a scuola, non hanno niente da fare, tutti i giorni senza scuola. Dormiamo in 5/6 in un caravan. Non c’è il posto né di entrare né di muoversi. In Iraq abbiamo perso tutto. La comunità cristiana (60mila cristiani siro-cattolici) è in Iraq da lunghissimo tempo. Abbiamo 10 chiese a Qaraqosh ma non ci sono chiese simili nel mondo. E ora tutte le nostre chiese sono state distrutte, tutte. Il nostro cuore si infiamma per le nostre chiese. Ma la cosa che più mi fa male è che hanno distrutto le croci e le icone della Vergine Maria. Tutti sono in lacrime. Non possiamo parlare delle nostre chiese senza che il cuore dentro ci bruci ogni volta
.”
Vivere da profughi non è semplice, le giornate trascorrono nella trepidazione dell’attesa per una chiamata che li trasferisca altrove. I bambini che sono rimasti privati dei loro spazi, della loro istruzione e dei loro affetti nel giro di pochissime ore, non hanno accesso all’istruzione e spesso manifestano il senso del disadattamento e della fuga comportandosi in maniera aggressiva. I profughi godono di uno status temporaneo nel paese, non sono considerati cittadini giordani quindi non sono autorizzati a lavorare né a percepire un salario.

“Siamo una famiglia con due bambine e veniamo da Mosul. Qui non facciamo niente tutto il giorno ma è molto difficile vivere così, ci sono tante famiglie. Vogliamo mandare a scuola i nostri bambini, qui da noi la vita si è fermata, è sospesa. Noi eravamo abituati a lavorare ogni giorno, perché quando lavori nutri la tua personalità, ma qui non c’è lavoro. Ringraziamo le persone che ci hanno accolto, ma chiediamo agli Stati di aiutarci perché riusciamo andare all’estero per ricominciare a vivere e ricreare noi stessi. Non abbiamo un futuro. Siamo usciti da una casa per andare a vivere in una stanza usata come camera, come mensa… Anche la nostra anima è stanca. Non possiamo rimanere così. Abbiamo notizie che ci giungono dall’Iraq e ci comunicano che la situazione è sempre peggio e non pensiamo mai di ritornarci. Ho chiamato un amico di Mosul che ci ha detto che la mia casa ora è abitata da quelli di Daesh, vivono nelle nostre case. Siamo arrivati qui solo coi vestiti addosso. Una migrazione di persone fuggita in queste condizioni, in pochissimo tempo. È impossibile per i cristiani avere un futuro. Ci hanno cacciati dal nostro paese dopo tanti anni. Tutti i nostri sogni sono svaniti e abbiamo perso le nostre case. Le chiese sono esplose così come i resti dell’antichità. Come possiamo tornare? Il bambino che vede la violenza davanti ai suoi occhi che futuro può avere? Il cristianesimo non deve sparire dal Medio Oriente, ma se noi torniamo ci uccidono. Perché non posso andare in un paese che mi rispetta?

Vengo da Qaraqosh e ho 25 anni. Qui non facciamo nulla, pensiamo tutto il giorno. Andiamo in chiesa, stiamo qui, niente… Non c’è nient’altro che possiamo fare. Siamo qui da 10 mesi ed è sempre la stessa situazione, non abbiamo niente da fare. In Iraq andavo all’università di meccanica.  Mi mancavano solo tre esami per finire e per prendere la mia laurea ma non ho potuto fare questi esami perché sono fuggito e ho interrotto gli studi. Non ho nessun progetto per il futuro, voglio solo vivere in una situazione di sicurezza.”
Le minoranze in Medio Oriente continuano ad essere minacciate e perseguitate. Non solo cristiani ma anche yazidi e tutti coloro che rendono “impuro” il califfato, siano essi minoranze religiose o etniche. La Giordania, in questo delicato contesto, rimane un’importante valvola di sfogo per i rifugiati provenienti dai confini limitrofi ed è la diretta testimone del peggioramento della crisi umanitaria dovuta ai conflitti in corso. Ma la monarchia hashemita non solo funge da rifugio per l’alto afflusso di profughi che, altrimenti, si riverserebbero in maniera ancora più evidente e drammatica sulle coste europee, ma la stabilità politica di cui gode la regione la rende un baluardo fondamentale contro il disordine regionale.

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The Fourth Anniversary of my Election as Patriarch of Babylon for the Chaldeans (The complete text)

By Chaldean Patriarchate
Louis Raphael I Sako
 
I
Photo by Chaldean Patriarchate
I thank God for everything; for the accelerated painful incidents that took place in the past three years, determining the fate of our people; for all their consequences; difficulties and challenges we faced; for the agony that came along with it. However, these struggles did not kill us since it did not take away our hope, which we are sure it will realized. I would like also to thank all those who encouraged me to go on with determination and potency, especially my two dear auxiliary bishops as well as other bishops, Priests, Nuns and friends inside and outside the country.
 As you know, the Church has named this year as a “Year of Mercy” and I have to be the first one to live and practice mercy. Therefore, I forgive sincerely all those who criticized me and tried to stop our progress to proceed; and I would like to take this occasion to ask everyone who felt that I hurt him/her to accept my apology, although there should be no confusion between administration and personal relationships.
 I utterly realize that my cross is heavy, but I have to carry it with faith, confidence and happiness to serve my Chaldean Church, all Christians in Iraq, and my country as a whole. With the help of those who have the good will, I promise to do my best in; protecting our identity and our presence in this land; rejecting all forms of injustice; supporting peace; promoting the dialogue and coexistence language. I promise also to carry this burden on my weak shoulders, asking God for strength and to enlighten my way, so I can keep giving and scarifying in order to achieve the spirit of my motto in “Authenticity, Unity, and Renewal”.

The list below shows some of our achievements during the past three years:
 1. Adoption of the Synod’s decision in ordaining six Bishops based on their spiritual depth, leadership, open-minded education, and clear vision (so, to have the right person at the right place). I thank God for that.
 2. Reformation the liturgy of serving the Chaldean Mass, Baptism, Wedding etc. so as to maintain its’ Eastern originality that suits the mentality and education of today’s believers, which will help them to live their liturgy on daily basis. Besides, the current circumstances are appropriate for such changes in order to get rid of all strange traditions that are not in line with what the Bible teaches and with our reality (as recommended by Pope Francis in 22 January 2016). The Chaldean Church and other churches worked together to help the displaced families and to relief them.
 3. Activation of the laws to achieve justice among members of Clergy as much as we could, stressing on spirituality, willingness to serve, and unity inside the church to work with each other as one apostolic team . Also thanks to Finance Committee that seized the accounts from corruption.
 4. Enhancement and strengthening of the role-played by the Patriarchate in Iraq, as we believe that the future of our church is on its’ land, without neglecting our churches abroad.
 I am not claiming the ability to do miracles, because God only is capable to do that, and it is not important for me to harvest the fruit of my effort, but is essential that everything is anchored on a solid humanitarian and evangelical base. I believe that the truth will be revealed one day and will emancipate, in spite of all criticism. This situation reminds me of a famous saying state that (a person whose hand is in fire is not like the one whose hand is in water).
 It hurts me to see our beloved country has been torn apart with thousands of wounded and murdered innocent people, millions of displaced and the horrific demolition everywhere. It is time to renew our commitment to the land and to each other as members of the ONE Iraqi family, in spite of our differences. I trust that the existence of enlightened people together with the country’s intellectual and economical wealth will help to rebuild Iraq and enjoy a secure and peaceful life for years to come.
 It is painful that Christians are scattered and dispersed in such “rigid” national and inactive parties, as small apostolic churches that has the name but ineffectual and whose people are trapped by Evangelical incomers. However, I believe that the day will come when they become mature enough to unite in one shining and witness Church, because Christians have no other choice but to build on the ancient history and ennobled mission of the church. As we all know, unity is a special spiritual, humanitarian, social, and political power. Unity also enhances the bonds between us without marginalizing others. As Christians, we are responsible ethically about what is happening to our targeted and overwhelmed people. I hope that this seriousness and bitterness of the reality will push us to unite.
 Displacement and brain drain worries me as it threatens our heritage, language, tradition and our historical existence in this land, which is ours. Therefore, we need an actual support from our brothers and sisters abroad and from the international society to contribute urgently in the process of rescuing our region to help displaced families returning to their homes. We need actions not speeches and promises.
 To overcome this heavy historical burden, and to leave this past behind, we need prayers, big hearts, modesty, and the ability to read, think and analyze “the signs of the times”. We need to respect the other who is different without having decisions and orders, and to be capable to live with our differences. The most important thing is to be with God’s word, live it at home and work. This kind of integration will make the diversity of our ethnical groups and churches a ladder for our unity, knowing that unity is a dream of every Christian, a hope of the church and Jesus’ commandment.
 Finally and based on my experience, fateful indicators, I renew my appeal of 16 January 2016 to form a “Unified Christian Ecumenical Gathering” to act as a political reference for Christians, to deliver a true image of the current situation and to submit a master plan with a practical mechanism for implementation. This Gathering may compete in the upcoming election with a single list of candidates who have the efficiency and courage to serve in a way that the Christians can play their national role in this country and in decision-making. It is an excellent opportunity for us especially that we are living today in an unprecedented situation that threatens our presence. As soon as possible, I will invite Christian Politicians and religious authorities to discuss the project.
 I would like also to call my Chaldean sons and daughters to join the Chaldean League and provide the “Chaldean Home” at this crucial stage, which will ultimately contribute to consolidating our steps toward unity.
 The Lent is at hand, I take this occasion to call on everyone to fasting and prayer as much as possible until the end of our sufferings - our Passover overflowing to the resurrection of life, peace and blessing.
Thank you for your prayers

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Mar Sako, tre anni da patriarca: unità e servizio per il futuro della Chiesa in Iraq

By Asia News

 L’ordinazione di sei nuovi vescovi; la riforma della liturgia della messa caldea, del battesimo, dei matrimoni, per “mantenere la peculiarità e l’originalità orientale” e “sbarazzarsi delle strane tradizioni” che “non sono in linea con ciò che insegna la Bibbia”; nuove leggi per “raggiungere la giustizia” fra i membri del clero, rafforzando il lavoro spirituale, il desiderio di servire, l’obiettivo di unità; rafforzare il ruolo del patriarcato in Iraq, perché “il futuro della nostra Chiesa è qui, nella nostra terra”. Sono questi gli obiettivi principali raggiunti dalla Chiesa irakena in questi tre anni, dalla elezione a Patriarca caldeo, il 31 gennaio 2013, di Mar Louis Raphael I Sako e che sua beatitudine ha illustrato in una lettera pastorale diffusa in queste ore.

Nato il 4 luglio del 1948 a Zakho, nel nord dell'Iraq, è stato ordinato sacerdote il 1 giugno del 1974. Da arcivescovo di Kirkuk, egli ha più volte denunciato l'esodo dei cristiani dal Paese - la popolazione è pressoché dimezzata negli ultimi anni - e lanciato appelli ai vertici della Chiesa e della politica locale, oltre che alla comunità internazionale, per garantire loro un futuro. Nel 2008 ha ricevuto il premio Defensor Fidei e, due anni più tardi, il riconoscimento internazionale Pax Christi.
Nel testo, inviato ad AsiaNews, il patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena vuole “ringraziare Dio per tutti”, per “le difficoltà e le sfide che abbiamo affrontato” e per “l’agonia che è derivata”; tutte queste sofferenze, aggiunge, “non sono però riuscite ad annientarci” e “non hanno spazzato via la nostra speranza”.
Nella lettera pastorale mar Sako ricorda che, quest’anno, la Chiesa universale celebra l’Anno giubilare della misericordia e, per questo, “io stesso sono il primo a dover vivere e praticare la misericordia”. Il patriarca caldeo vuole “approfittare di questa occasione per chiedere a quanti sono stati feriti e offesi di accettare le mie più sincere scuse”, anche se invita a non fare confusione “fra amministrazione pastorale e relazioni personali”. Il riferimento è ai contrasti, in parte rientrati, con parte del clero caldeo della diaspora, in particolare una diocesi negli Stati Uniti.
“La mia croce è pesante, ma voglio portarla con fede, fiducia e felicità - aggiunge il primate - per servire la mia Chiesa caldea, tutti i cristiani in Iraq e il mio Paese per intero”. Con il contributo delle persone di buona volontà, aggiunge, “prometto di fare del mio meglio per proteggere la nostra identità […] sostenendo la pace, promuovendo un linguaggio di dialogo e coesistenza reciproca”.
Mar Sako auspica che l’opera per la Chiesa e i fedeli sia ancorata a una solida “base umana ed evangelica”, anche se “fa male vedere il mio amato Paese fatto a pezzi, con migliaia di persone innocenti ferite o uccise, milioni di sfollati e terribili demolizioni ovunque”. Per questo è giunto il momento di “rinnovare il nostro impegno verso la nostra terra e verso il prossimo, in qualità di membri di un’unica famiglia irakena”, a dispetto delle differenze.
Infine, il patriarca Sako torna sulle divisioni - soprattutto politiche - che affliggono i cristiani, che ne vanificano gli sforzi, “L’unità è un potere speciale - ricorda - a livello spirituale, umano, sociale e politico”. Vi è bisogno di azione, non “di discorsi e di vane promesse” che deve concretizzarsi nela nascita di un movimento cristiano unificato che agisca in qualità di referente politico, già a partire dalle prossime elezioni. L’ultimo richiamo è al digiuno e alla preghiera “per il periodo di Quaresima”.

Patriarcato caldeo:
The Fourth Anniversary of my Election as Patriarch of Babylon for the Chaldeans

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giovedì, gennaio 28, 2016

 

Patriarca Younan: per i cristiani l'Iraq e la Siria non devono diventare come la Turchia

By  Aiuto alla Chiesa che Soffre

«Il nostro incubo, la nostra più grande angoscia è che in Iraq e in Siria possa accadere quanto avvenuto in Turchia, dove non possiamo quasi più parlare di una presenza cristiana».

Esprime tutta la sua preoccupazione il Patriarca siro-cattolico Ignace Youssif III Younan, durante la conferenza stampa organizzata questa mattina da Aiuto alla Chiesa che Soffre presso l’Associazione stampa estera.
Il prelato siriaco denuncia il dramma dei tanti siriani che oggi muoiono per mancanza di cibo e assistenza medica, notando come «il popolo paghi il prezzo più alto del conflitto».Il Patriarca ricorda quanti cristiani abbiano già lasciato la Siria e l’Iraq e parla con emozione di Qaraqosh, l’enclave cristiana della Piana di Ninive oggi in mano allo Stato Islamico, fino al 2014 abitata principalmente da siro-cattolici.
«Anche in Siria il numero di cristiani è diminuito drasticamente. Negli anni ’50 eravamo circa il 19% ed ora appena il 5%. Molti hanno già lasciato il paese e tanti altri continuano a partire rischiando la morte in mare».
A proposito delle tante tragedie avvenute nel Mar Mediterraneo, il Patriarca Younan ha auspicato la realizzazione di corridoi umanitari e denunciato una cattiva gestione del fenomeno migratorio.
«Molti dei profughi siriani erano in Turchia già da tre anni, si doveva programmare meglio la loro emigrazione. Non si deve abbandonare questa gente, servono nuove e più giuste soluzioni».
Il prelato esprime profonda gratitudine per tutte le realtà caritative occidentali «che come Aiuto alla Chiesa che Soffre hanno sostenuto e sostengono il nostro popolo. Invito tutti a continuare ad aiutarci attraverso queste istituzioni». Tuttavia il Patriarca Younan accusa i paesi occidentali di aver anteposto i propri interessi geopolitici alla sorte dei cristiani mediorientali. «Ormai anche nei media non si parla quasi più di noi – ha affermato – e mi ferisce profondamente l’indifferenza per la sorte di tanti innocenti».Interrogato su quale possa essere una possibile soluzione militare, il Patriarca siro-cattolico ha risposto che «i bombardamenti aerei per mezzo di droni non sono sufficienti. Se davvero si vuole distruggere Daesh serve un’azione di terra coordinata con gli eserciti nazionali di Siria e Iraq». Il Patriarca preferisce utilizzare l’acronimo arabo con cui è noto lo Stato Islamico e rifiuta espressamente di utilizzare il nome Isis. «È un nome che ricorda un fiore delicato e non può essere usato per dei barbari che uccidono, violentano, schiavizzano e rapiscono donne e bambini». Il prelato ha inoltre notato come l’intervento della Federazione Russa abbia avuto effetti positivi sulle condizioni della popolazione.Younan si rivolge quindi alla comunità islamica e in particolar modo ai leader religiosi musulmani, affinché giunga una chiara ed inequivocabile condanna dei crimini compiuti dagli uomini del Califfato. «Non possono limitarsi a dire che è peccato uccidere i loro fratelli musulmani. Devono condannare anche chi uccide i cristiani e gli appartenenti alle altre minoranze religiose in nome dell’Islam. Ma purtroppo nessuno si è ancora espresso chiaramente in tal senso».
Dall’inizio della crisi in Siria nel marzo del 2011, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha realizzato progetti a sostegno della popolazione siriana per un totale di oltre 10milioni e 380mila euro. Di questi, 6milioni e 200mila euro (circa il 60% del totale) sono stati donati nel solo 2015, con particolare attenzione alle città maggiormente colpite dalla guerra, come Homs, Aleppo e Damasco.

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mercoledì, gennaio 27, 2016

 

Aiuto alla Chiesa che Soffre ospita il patriarca siro-cattolico Ignace Youssif III Younan

By Aiuto alla Chiesa che Soffre

Domani 28 gennaio alle ore 11.00 Aiuto alla Chiesa che soffre, in collaborazione con l’Associazione Stampa Estera, ospiterà la testimonianza del patriarca siro-cattolico, Ignace Youssif III Younan, nel corso di una conferenza stampa dal titolo: «Cristiani di Siria: tra guerra, fame, persecuzione e l’indifferenza dell’Occidente».
Dall’inizio della crisi in Siria nel marzo del 2011, ACS ha realizzato progetti a sostegno della popolazione siriana per un totale di oltre 10milioni e 380mila euro. Di questi, 6milioni e 200mila euro (circa il 60% del totale) sono stati donati nel solo 2015, con particolare attenzione alle città maggiormente colpite dalla guerra, come Homs, Aleppo e Damasco.Tra i numerosi progetti, moltissimi sono di natura umanitaria – viveri e beni di prima necessità – senza tuttavia tralasciare il sostegno alla pastorale della Chiesa siriana, che in diverse aree del paese rappresenta l’unico punto di riferimento non soltanto dei cristiani, bensì dell’intera popolazione.Il Patriarca Younan ha più volte richiamato l’attenzione della comunità internazionale sulle drammatiche condizioni in cui vivono i suoi fedeli. «Quello che accade ai cristiani in Siria è sicuramente un genocidio. Chiediamo ai nostri fratelli in Occidente dell’Europa, specialmente ai cattolici, ai veri cattolici, di pensare ai loro fratelli e sorelle del Medio Oriente che stanno sopportando queste persecuzioni», ha dichiarato recentemente il prelato siriano.La conferenza stampa avrà luogo alle ore 11 presso l’Associazione Stampa estera, in via dell’Umiltà 83/C a Roma.Ai saluti iniziali del direttore di ACS-Italia, Alessandro Monteduro, e del presidente dell’associazione stampa estera, Tobias Piller, seguiranno l’intervento del Patriarca Ignace Youssif III Younan ed il dibattito moderato dalla portavoce di ACS-Italia, Marta Petrosillo. Concluderà l’incontro l’intervento del presidente di ACS-Italia, Alfredo Mantovano.

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Iraqi Christians in Czech Republic amid EU tensions over refugees

 
Officials say the first of a total of more 153 Iraqi Christians who have been offered asylum in the Czech Republic have arrived in the capital Prague, after neighboring Slovakia also agreed to host Christians. It comes amid by European Union concerns however that it is being is overwhelmed by migrants fleeing war and poverty, most of them Muslims.The Czech government says it approved the Iraqi Christians request for help because they were threatened by the aggression of Islamic State group militants.
Ten of the 153 Christians granted asylum already landed at Prague's international airport Sunday and were to be taken to a hotel near the central city of Jihlava, where they will spend several months.
They originally used to live near Mosul in Iraq.
In December last year neighboring Slovakia agreed to grant asylum to a group of 149 Christians who live in the same troubled region and face extremism there.
American transport
They have been transported by a fund linked to American television and radio personality Glenn Beck who spoke about the operation to safe Christians who he said had been targeted by the so-called Islamic State group.   
"We are taking to bring Iraqi Christians out of the Middle East with something called the Nazarene Fund," he said.
"We have raised about 12 million dollars to do it. Our vetting is by far superior to that of the United States, the United Nations or the European Union. And we are thrilled that they are safe and they are actually going to a Mass to celebrate the blessings that Christ has given them."     
Yet the arrival of Christians in Slovakia and the Czech Republic comes amid mounting tensions between the European Union and several Eastern European countries over a plan to divide as many as 160,000 refugees among member states.
Slovakia and Hungary, both predominantly Roman Catholic countries have even launched legal challenges against the plan.
Catholic support
However a Hungarian Catholic diocese said recently it had offered to take in 1,000 Christian refugees from Syria, but also added that the targeted group had never managed to reach the EU's passport free Schengen border. 
Amid these difficulties, the European Commission says it wants the European Union's Frontex border control organization to help Macedonia screen refugees trying to reach the EU.
German weekly newspaper Bild am Sonntag said the Commission, the EU's executive, supports a proposal of the Slovenian Prime Minister Miro Cerar for strengthening surveillance and that it would be the first time that Frontex goes to work in a country that is not an EU member.
Yet there isn't much time left: Austrian Interior Minister Johanna Mikl-Leitner warned Sunday that the country's newly introduced cap on the number of refugees allowed into the country will likely be reached within a few months.
Key nation
Austria is a key country for refugees as it borders the notorious Balkans route. 
Mikl-Leitner told Germany's Welt am Sonntag that the maximum number of 37,500 refugees would probably be reached before the summer.
The Austrian minister warned that once the cap had been reached the country would either refuse to accept further asylum application or reject refugees on the border.
More than 1 million people from countries like Syria, Iraq or Afghanistan entered Europe last year in what has been called the biggest migration to the continent since World War II.

venerdì, gennaio 22, 2016
Attesi domenica nella Repubblica Ceca i primi 30 dei 153 profughi cristiani iracheni che vi troveranno rifugio

venerdì, dicembre 11, 2015
149 profughi cristiani iracheni arrivati in Slovacchia


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venerdì, gennaio 22, 2016

 

Da Mosul ad Amman per sfuggire a Daesh. La lenta agonia dei cristiani iracheni

By SIR
Daniele Rocchi
 
Nei racconti dei rifugiati iracheni di Mosul si ritrova la disperazione di aver perso tutto e la paura per un futuro che non promette nulla di buono. Oggi l'unica ricchezza è la fede che dona speranza. Speranza anche di avere presto un visto per gli Usa, Canada e Australia. "In Iraq - dicono in coro - non c'è più posto per i cristiani". L'impegno di assistenza di Caritas Giordania e delle parrocchie locali. Una gara di solidarietà che non si ferma. Oggi tutti gli 8.500 cristiani iracheni e le poche centinaia di siriani alloggiano in centri e appartamenti ad affitto agevolato trovati per loro dalla Caritas e dalla Chiesa locale.
 
Non aveva ancora compiuto 18 anni Naeel, quando le milizie nere del Califfato sono entrate, senza sparare nemmeno un colpo di kalashnikov, nel giugno del 2014 a Mosul. La sua vita, dice, e quella della sua famiglia si è fermata in quel momento. Di fede siro ortodossa, Naeel è fuggito lasciandosi dietro i suoi sogni di giovane di belle speranze, studente in procinto di iscriversi all’università, magari seguire le orme paterne, ingegnere meccanico, sposarsi, avere una famiglia, vivere nella sua città natale. Sogni e speranze condivisi con tantissimi altri giovani, come lui costretti a fuggire dal Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Dall’estate del 2014 Naeel, con suo padre e il resto della famiglia, in tutto 5 persone, vivono nel Centro “Nostra Signora della Pace” di Amman, gestito dalla Caritas Giordania, che opera in seno al Patriarcato Latino di Gerusalemme e che complessivamente assiste circa 8500 cristiani iracheni in tutto il regno Hashemita. Naeel passa le sue giornate facendo qualche lavoretto per il Centro, ma nulla di stabile, studiando un po’. Ma le giornate sono lunghe, soprattutto per un giovane di appena 18 anni con tanta voglia di fare.
“Nel Califfato non c’è spazio per i cristiani, per le minoranze. Non potevamo restare in città. La scelta era tra convertirsi all’Islam, pagare la tassa di protezione o essere uccisi. Non abbiamo rinunciato alla nostra fede e siamo fuggiti con quel poco che siamo riusciti a portare via”.
Della sua casa, di ciò che era la sua vita prima dell’Isis non sa più nulla. “Tramite internet riesco a contattare qualche amico musulmano rimasto a Mosul. Mi dicono che sono stati costretti a seguire le regole imposte da Daesh (acronimo arabo per Stato Islamico n.d.r.) farsi crescere la barba, indossare abiti come tuniche. Dicono che la loro vita  è cambiata. Qualcuno vorrebbe fuggire ma non è possibile, il rischio è troppo grande”.
Naeel è in attesa di un visto per lasciare la Giordania, “gli Usa, l’Australia sono le mete privilegiate”, salvo poi ammettere che “qualunque Paese dove ci sia sicurezza e stabilità andrebbe bene”. Non certo l’Iraq, la sua terra. Quella pare essere stata cancellata quel giorno di giugno di un anno e mezzo fa. “Oggi non c’è più posto per i cristiani in Iraq. Ritornare a Mosul non è possibile. È accaduto altre volte di fuggire, dopo il 2003, con lo scoppio di scontri settari e la presenza di milizie di Al Qaeda. Siamo sempre tornati. Ma stavolta è finita davvero”.
E poco importa se “la comunità internazionale si è mossa tardi, se l’esercito iracheno si è sfaldato e ora ha ricominciato a combattere come si è visto con la riconquista di Ramadi”. Per Naeel e la sua famiglia, come per decine di migliaia di altri cristiani, il tempo è scaduto. Ora è in Giordania.
Speranza in un visto.

Nel centro lavorano anche Yousif, Yaqoob, caldei, e Kamel, siro ortodosso. I primi due vengono da piccoli villaggi della Piana di Ninive, Kamel da Mosul. Tutti sposati con figli piccoli. Non vivono al Centro poiché dalla Caritas hanno ricevuto in affitto agevolato un piccolo appartamento ad Amman e vengono al “Nostra Signora della Pace” per lavorare. In Iraq erano carpentieri e hanno deciso di continuare la loro professione in Giordania. Nel Centro hanno avuto la possibilità di mettere su una piccola falegnameria e da diversi mesi producono cassette per bottiglie di vino pregiato, compostiere in legno, oggetti artigianali che poi vendono.
“Siamo fuggiti perché Daesh uccide i cristiani” spiegano i tre portando la mano sulla gola per mimare il gesto dello sgozzamento. “Abbiamo figli piccoli, che futuro avrebbero avuto in Iraq? Nessuno. Qui non siamo a casa nostra ma viviamo sicuri. I nostri figli possono studiare e la Caritas ci aiuta in tutto. Vorremmo poter lavorare di più, ma andiamo avanti”.  Anche per loro la speranza è quella di un visto, “in Nord Europa dove abbiamo qualche parente già emigrato”.
In Usa vorrebbe andare Amina, 75 anni di Mosul. Nella fuga dalla città ha perduto quattro familiari, tutti uccisi. Con il marito è in fila per prendere il suo pacco. Una stufa alogena, delle coperte e un po’ di generi alimentari. “La mia città è solo un ricordo – dice con rassegnazione – mi è rimasta solo una figlia che vive negli Usa dove è andata prima che scoppiasse la tragedia del Daesh. Sono cristiana ortodossa e mi avrebbero uccisa se non mi fossi convertita all’Islam. Ma io non rinuncio alla mia fede e sono scappata” conclude sorridendo.
Le famiglie irachene continuano ad arrivare: dal vicariato caldeo di Amman stimano che nell’ultimo mese siano arrivate dai campi di accoglienza di Erbil (Kurdistan iracheno) almeno 50 famiglie. Anche per loro stessa procedura: richiesta di visto per Usa, Canada o Australia dove vivono nutrite comunità caldee e un lungo tempo di attesa – senza poter  fare nulla – per ottenerlo. Si passa il tempo sperando in una chiamata.
I giochi dei bambini.
Mentre gli adulti prendono i loro pacchi, il grande piazzale del Centro si riempie di bambini. Hanno ricevuto una busta con un giocattolo. Tuttavia sembrano preferire un vecchio pallone. Lo rincorrono vocianti tutti insieme, anche le bambine. Non ci sono squadre a contrapporsi. Spunta un volontario della Caritas a richiamarli. Bashar, il volontario, racconta che quasi tutti i bambini sono qui da almeno un anno, qualcuno anche di più. “Sono spensierati, almeno in apparenza, anche se ci chiedono quando potranno tornare ai loro giochi e alle loro case in Iraq. Difficile rispondergli”. Il volontario rimette in gioco il pallone e i bambini tornano a giocare. Spensierati, senza sapere fino a quando

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