giovedì, luglio 24, 2014

 

Si prega in Libano per la pace in Iraq e per i cristiani di Mosul

By Baghdadhope*

.. verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio.
(Giov. 16:2)
Le parole di Giovanni, quanto mai descrittive di ciò che sta succedendo ai cristiani di Mosul, aprono la lettera con la quale la diocesi caldea di Beirut (Libano) annuncia per domenica 27 luglio la celebrazione di una Santa Messa nella cattedrale caldea dedicata all'Arcangelo Raffaele.
Durante la Messa, che sarà guidata dal vescovo Mons. Michael Kassarji, si pregherà per la pace in Iraq e specialmente a Mosul da dove la gente è stata costretta a fuggire per salvarsi dall'oppressione, dalla tirannia e dalla morte violenta.
اعلان "تأتي ساعةٌ يظنُّ فيها كلُّ من يقتُلكم أنّه يقدّم عبادةً للّه"
  (يوحنا 16/1-2)

يوم الأحد 27/7/2014، يحتفل سيادة المطران ميشال قصارجي رئيس الطائفة الكلدانية في لبنان بالقداس الإلهي على نية السلام في العراق ولا سيّما في الموصل التي يتهجَّر أهلُها بكثافةٍ كبرى الى أصقاع الأرض هرباً من الظلم والاستبداد والموت الزؤام، وذلك في كاتدرائية الملاك رافائيل الكلدانية في بعبدا – برازيليا عند العاشرة والنصف صباحاً بمشاركةٍ رسميةٍ وشعبيةٍ. إننا إذ نأمل حضوركم ومشاركتكم، نسألُكم أن تتحدوا معنا في الصلاة على هذه النيّة راجين أن يمنَّ علينا إله السلام والمصالحة بنعمه الوافرة ويبلُغ بنا سريعاً الى فجر القيامة التي طالت مسيرةُ جُلجلتها... 

 أمانة سر مطرانية بيروت الكلدانية

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Iraq, il patriarca Sako scrive all'Onu: basta indifferenza verso i cristiani


In Iraq rimane critica la situazione dei cristiani, mentre è di almeno sessanta morti il bilancio di un attacco di un commando armato a un pullman di detenuti, nei pressi di Baghdad. Intanto il patriarca dei caldei, mons. Louis Sako ha lanciato un appello alle Nazioni Unite affinchè il Consiglio di sicurezza non rimanga un semplice osservatore delle continue atrocità commesse contro i cristiani”, cacciati dal nord del Paese dagli islamisti dello “Stato Islamico”. Sul piano politico si terrà oggi la seconda seduta del parlamento dedicata all’elezione del capo dello Stato, dopo il nulla di fatto di ieri, mentre potrebbe essere istituita una commissione proprio per vigilare sulla minoranza cristiana. Ma sentiamo le parole di mons. Sako, al microfono di Michele Raviart:
Mille famiglie hanno lasciato Mosul, dopo la pubblicazione dell’ordine dell’Isis. Sono nei villaggi cristiani della Piana di Ninive e anche nelle città curde. Il Kurdistan e la Chiesa caldea hanno aiutato un poco queste famiglie, ma finora non sono state prese misure per aiutarle o per trovare una soluzione politica per loro. La gente, dunque, ancora è nel panico. Ieri hanno sentito dei bombardamenti vicino ad un villaggio e hanno lasciato le loro case. Io ho incontrato ieri il capo del Kurdistan e, tornando a Baghdad, ho incontrato il presidente del Parlamento e tanti politici. Sto cercando, dunque, con loro, un aiuto umano, ma anche politico.
Cosa possono fare le istituzioni politiche irachene e che cosa chiede lei al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?
E’ triste vedere l’indifferenza del mondo intero verso ciò che il Medio Oriente sta vivendo. Sono perseguitati perché sono cristiani Sono pacifici. Sono innocenti, dunque. E questo è il grande scandalo. Il mondo intero deve muoversi per allontanare questi atti e chiedere a coloro, che finanziano questa gente – l’Isis -  di interrompere gli aiuti militari ed economici.
L’Onu ha parlato appunto di crimini contro l’umanità e lei ha usato le parole durissime di “pulizia etnica”...
Le parole e le condanne non bastano. Questi non capiscono! Bisogna fare pressione sui governi regionali. Noi siamo molto preoccupati anche del nostro patrimonio: ci sono chiese antiche a Mosul, dal V fino al X secolo, e queste chiese sono state bruciate, distrutte ed è tutto finito. Se esplode una nuova chiesa, ne possiamo costruire un’altra, ma questo patrimonio è storico e non lo è solo per i cristiani e per l’Iraq, ma per il mondo intero. Tutti devono agire e non solo guardare.
C’è un’emergenza umanitaria. Di che cosa hanno bisogno i cristiani che sono fuggiti da Mosul?
Sono stati cacciati e non hanno niente. Quelli di Isis sono entrati nelle loro case e hanno preso tutto. Non hanno un soldo! Noi, come Chiesa, diamo loro da mangiare, ma non basta, perché hanno altri bisogni. Domani ci sarà una marcia a Lione, come ha scritto il cardinale Barbarin, e questa marcia, questa vicinanza, ci dà la forza per non perdere la fiducia ed anche la speranza, altrimenti la gente lascerà, andrà via, e il Paese resterà vuoto. 
 

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Patriarca siro-ortodosso, "Mosul deve essere ripresa"


"Mosul deve essere ripresa". E' l'appello lanciato ieri dal patriarca siro-ortodosso Ignazio Ephrem II che ha denunciato nel corso di una conferenza stampa l'epurazione religiosa condotta dallo Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isil) in tutta la Piana di Ninive.
Una settimana dopo l'appello del patriarca della Chiesa cattolica caldea, Louis Sako, per i cristiani di Mosul, cacciati dalle loro case e spogliati dei loro beni, Ignazio Ephrem II ha chiesto che gli Stati che finanziano quei gruppi cessino di farlo e ha annunciato che illustrerà la situazione all'Onu e in alcune capitali mondiali.
Il patriarca dei siriaco-ortodossi ha parlato dalla sede patriarcale di Atchaneh (Metn-Nord), davanti a una appassionata platea di personalità religiose ortodosse e cattoliche. Tra loro, mons. Michel Kassarji, vescovo caldeo del Libano, padre Michel Jalkh, segretario generale del Consiglio delle Chiese del Madio Oriente, oltre al pastore degli assiri orientali in Libano, padre Batroun Coliana e l'ambasciatore dell'Iraq in Libano, Raad Alloussi.
La conferenza stampa è stata preceduta dalla riunione plenaria della Chiesa siro-ortodossa del Libano. All'inizio dell'incontro, il patriarca Ignazio Ephrem II ha ricevuto una chiamata del ministro degli esteri Gebran Bassil al quale ha chiesto di far giungere alla comunità internazionale la voce dei cristiani perseguitati in Iraq.
Appelli alla solidarietà sono giunti ad Atchaneh anche da parte dei patriarchi maronita e greco-ortodosso.
"L'espulsione programmata dei cristiani di Mosul (...) è un atto barbarico, senza precedenti nella storia dei rapporti tra cristiani e musulmani in questa regione" ha detto innanzi tutto l'esponente religioso, sul viso del quale si potevano  leggere segni di indignazione e di collera. "Condanniamo con la massima energia - ha proseguito - questi atti e insistiamo sul fatto che tale comportamento non è quello dell'islam che noi conosciamo, che incontriamo e col quale viviamo da più di 13 secoli".
"Croci abbattute, icone bruciate..."
Per il Patriarca, l'islam che ispira i jihadisti dello Stato islamico "è in contraddizione con il testo coranico". "Croci abbattute e icone bruciate non è l'islam che conosciamo. Invitiamo i nostri fratelli musulmani e i loro leader a prendere chiaramente posizione contro queste azioni", ha ammonito, mentre appariva scoraggiato dal silenzio internazionale e dalla ritrosia delle condanne espresse finora.
Nella fierezza nazionale propria delle comunità ortodosse, il Patriarca ha aggiunto: "Questa ingiustizia (...) non ci spingerà, sotto qualsiasi pretesto, a chiedere l'aiuto o la protezione di qualche Stato occidentale (...) perché noi sappiamo di essere il sale di questa terra e i testimoni per sempre della Risurrezione, ma noi chiediamo ai nostri concittadini di essere fedeli ai valori umani e di civiltà che ci sono comuni".
Egli ha chiesto che la solidarietà si manifesti al di là delle parole e si traduca in un appello chiaro "ai regimi che appoggiano, armano e finanziano lo Stato islamico e altri gruppi simili, perché smettano di farlo, in quanto questo fanatismo e questi atti ricadono inevitabilmente, a breve o a lungo termine, su coloro che li appoggiano".
Sarcasmo verso l'Onu
"Da parte nostra - ha detto ancora, in tono di trasparente sarcasmo - contiamo di ricorrere alle Nazioni Unite e alla Commissione dei diritti dell'uomo e chiedere loro di essere coerenti con la Carta che pretendono di rispettare". "Noi non chiediamo all'Occidente nient'altro che il rispetto dei principi della Carta e di non applicarla in modo selettivo, a seconda degli Stati e dei gruppi sociali".
Ciò che avviene a Mosul "è un crimine contro l'umanità". "L'espulsione di una popolazione sulla base dell'appartenenza religiosa, che sia cristiana o musulmana, è un crimine contro l'umanità e chi ne è responsabile deve essere punito".
"Ci sono prove - dirà più tardi, rispondendo a domande dei giornalisti - che questi gruppi sono appoggiati da Stati, come dice anche la stampa, ma noi pensiamo che avranno vita breve".
L'aiuto del Kurdistan
In conclusione, il Patriarca ha lanciato un appello alle autorità irachene perché "difendano i diritti dei cristiani dell'Iraq" e ha anche chiesto l'aiuto del Kurdistan, confermando anche l'esistenza di un coordinamento pratico tra i vescovi siro-ortodossi e le autorità curde.
"Chiediamo ai nostri fratelli curdi, nostri concittadini, di aiutarci a proteggere questa presenza cristiana nel rispetto della diversità e del suo valore storico e culturale", ha aggiunto, prima di annunciare la convocazione, al più presto, di un congresso dei patriarchi orientali allo scopo di formare una delegazione che si recherà all'Onu e in altre sedi, per sollecitare la causa delle popolazioni spogliate.
Sul piano interno libanese, il patriarca Ignazio Ephrem II ha chiesto che un notiziario unitario di informazione sulla tragedia di Mosul sia coordinato a Beirut, così come si fa per ciò che accade a Gaza.

AINA: Assyrian Patriarch Ignatius Aphrem II Delivers Message on Crisis in Mosul

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mercoledì, luglio 23, 2014

 

Un flashmob et une pétition de soutien pour les Chrétiens d'Irak

By Aleteia

La solidarité des Français commence à se répandre, non seulement via les réseaux sociaux, mais aussi dans la rue : mardi soir, un flashmob un mobilisation éclair, s'et tenu hier derrière l'Assemblée Nationale, à Paris. Une centaine de personnes se sont réunies, chacune portant une feuille où était inscrite la lettre  "ن" Objectif :  appeler legouvernement à agir enfin pour contribuer à sauver les Chrétiens d'Irak !
Face à des représentants des forces de l'ordre paisibles, pendant près de deux heures l'ensemble des présents ont constitué un grand "ن", différents députés s'étant arrêtés pour les saluer, voire s'associer à la mobilisation, tel Hervé Mariton.
C'est un premier pas, dans un crescendo qui, espérons-le, amènera la classe politique à se soucier enfin un tant soit peu du sort des chrétiens d'Irak. D'autres initiatives fleurissent ces jours ci, entre une journée de prières et jeûne de demain, des manifestations à Paris et Lyon samedi, ainsi que les prières universelles prévues pour les célébrations de dimanche.
Par ailleurs, Aleteia s'associe à une pétition de soutien "Sauvons les chrétiens d'Irak" qui vient d'être lancée au niveau international. Son but: inciter tant l'ONU que la Ligue Arabe à intervenir au plus vite pour mettre
fin aux exactions commises par l'EI et à l'éradication systématique des chrétiens d'Irak.Face à de tels maux, les mots ne sont rien, il faut désormais agir sans attendre pour rendre un espoir, un avenir, un toit aux chrétiens d'Irak.


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Ninive, l'ultima «isola» dei cristiani

Camille Eid

«La nostra gente è in preda al panico », lamenta un sacerdote caldeo della Piana di Ninive, a est di Mosul. Tra gli abitanti della fertile zona stretta tra il Tigri e il Grande Zab circolano storie sugli orrori subiti daicristiani di Mosul, oraaccolti nelle loro case. Qualcuno ritiene certi racconti «esagerati», come quello relativo al suicidio di un padre per evitare di assistere allo stupro della figlia. «Ma è difficile per noi, continua il prete, rassicurarli e chiedere loro di mantenere il sangue freddo». L’ordine intimato domenica dall’Isis ai monaci di Mar Behnam di «andar via e lasciare le chiavi» non è certo un buon segnale. Nella località di Qaraqosh, a pochi chilometri dal monastero violato, l’ultimatum ha accresciuto ulteriormente lo stato di allarme. La cittadina aveva subito, lo scorso 25 giugno, un bombardamento nel corso di scontri che hanno opposto l’Isis alle milizie curde. L’indomani, la maggioranza dei 50mila abitanti è partita verso località più remote: Erbil, Dohuk, Aqra, Alqosh e Kirkuk. Lo stesso clima di terrore regna nelle altre località. La Piana di Ninive, considerata dai cristiani iracheni come il proprio “homeland”, è di fatto diventata la prima linea di confine a ridosso dell’autoproclamato Califfato islamico. Una piccola avanzata dell’Isis nella zona significa per i cristiani la fine della loro bimillenaria presenza. La linea verticale che corre a est di Mosul è, infatti, costituita esclusivamente da località cristiane: da Qaraqosh (detta anche Baghdida), a sud, fino ad Alqosh, sulla via per Dohuk, passando per Karamless, Bartela, Baashiqa, Bahzana, Telkaif (Tel Kepe), Batnaya, Tellsqof e Sharfieh. La zona ha accolto, in diverse ondate, dal 2003, centinaia di migliaia di cristiani scappati dall’orrore delle autobomba a Baghdad. I fedeli pensavano di trovarvi un’oasi tranquilla e soprattutto un’alternativa all’emigrazione verso Paesi lontani. La Piana è, inoltre, estremamente ricca di chiese e monasteri, dove ora si rischia il ripetersi di atti vandalici e profanazioni già registrati in altri luoghi di culto cristiani finiti nelle mani dei jihadisti.
«La polizia e l’esercito di Maliki (il premier iracheno, ndr) ci hanno deluso», si sente ripetere a Bartela, a mezz’ora di macchina da Mosul.
Per evitare di essere colti di sorpresa, i 4mila abitanti hanno deciso, dopo l’occupazione di Mosul da parte dei jihadisti di al-Baghdadi, di formare una propria forza di autodifesa, “Hirasa” in arabo. Circa 600 giovani hanno indossato la divisa bianca, ma solo uno su due possiede un kalashnikov. «I nostri uomini non possono fermare da soli i jihadisti, dice il 24enne Saba, ma in caso di necessità interverranno i peshmerga», cioè i miliziani curdi. Questi ultimi hanno già da tempo istituito un check-point all’ingresso della cittadina, mentre i giovani di Hirasa stazionano intorno alla chiesa dedicata alla Vergine Maria e ad altri luoghi di culto, oppure accompagnano il sacerdote e le suore nelle loro visite alla comunità.
Si materializza così – al costo di tante tragedie e vite umane – l’antico progetto di “ghettizzazione” dei cristiani nella Piana di Ninive, come preludio all’effettiva tripartizione dell’Iraq tra curdi, sunniti e sciiti. Un progetto definito qualche anno fa da un prelato iracheno «un miraggio irrealizzabile ». Si tratta di un vero dilemma per i cristiani, che si trovano ora intrappolati, loro malgrado, tra i vari belligeranti. La gerarchia ecclesiastica irachena ha sempre ritenuto l’idea di una “zona autonoma” per i cristiani «un progetto pericoloso per il futuro della Chiesa irachena».
La missione della Chiesa, si sottolineava, è invece «quella di essere un ponte fra le diverse culture in un Paese fondato su principi civici, non in un Iraq diviso e ripiegato su se stesso». Ancora nel 2010, quando a Mosul si era verificata una prima campagna di terrore e migliaia di cristiani erano stati obbligati all’esodo, si era alzata la voce dei pastori contro la strumentalizzazione politica del dramma. Allora, un esperto caldeo aveva affermato che creare un’enclave nella Piana di Ninive porterà solo a delle complicazioni nel Paese perché, nel migliore dei casi, essa diventerà una zona cuscinetto tra arabi e curdi. Basta oggi sostituire «arabi» con «jihadisti» per capire che la previsione si è purtroppo verificata.

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