venerdì, marzo 27, 2015

 

Il Card. Filoni torna in Iraq per manifestare la vicinanza e l’affetto del Papa alle famiglie sfollate

By Fides

“E' costante la sollecitudine di Papa Francesco per la situazione delle famiglie cristiane e di altri gruppi vittime dell’espulsione dalle proprie case e dai propri villaggi, in particolare nella città di Mosul e nella piana di Ninive, molte delle quali si erano rifugiate nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. Il Papa prega per loro e auspica che possano ritornare e riprendere la propria vita nelle terre e nei luoghi dove, per centinaia di anni, hanno vissuto e intessuto relazioni di buona convivenza con tutti”.
Così afferma il comunicato diffuso oggi dalla sala stampa della Santa Sede.
Il testo prosegue: “Nella Settimana Santa ormai prossima, queste famiglie condividono con Cristo l’ingiusta violenza di cui sono fatte vittime, e partecipano al dolore di Cristo stesso. Volendo essere accanto alle famiglie, il Cardinale Fernando Filoni ritorna in Iraq in segno di vicinanza, di affetto, e in unione di preghiera con esse. Le famiglie della Diocesi di Roma, unite al loro Vescovo nei sentimenti di vicinanza e di solidarietà con quelle famiglie, attraverso una colletta speciale nelle parrocchie, inviano loro un dolce pasquale (colomba) per condividere la gioia della Pasqua e quale auspicio di bene basato sulla fede nella Risurrezione di Cristo”.
Il comunicato si conclude così: “Il Santo Padre, inoltre, si fa presente in modo concreto con un segno di tangibile solidarietà. E non volendo dimenticare la sofferenza delle famiglie del nord della Nigeria, il Sommo Pontefice ha inviato anche ad esse, tramite la locale Conferenza Episcopale, un segno di uguale solidarietà”.
Già nell’agosto scorso, in seguito alla grave situazione in Iraq, il Santo Padre aveva nominato il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, Suo Inviato Personale nel paese asiatico “per esprimere la Sua vicinanza spirituale alle popolazioni che soffrono e portare loro la solidarietà della Chiesa”

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Patriarca di Baghdad all’Onu: Nuove leggi contro Stati o singoli che sostengono i terroristi

By Asia News
di Louis Raphael I Sako*


Oggi al Consiglio di sicurezza Onu è in programma una sessione dedicata al dramma dei cristiani - e delle altre minoranze perseguitate - in Iraq e in tutto il Medio oriente. A promuovere l’iniziativa presso il massimo organismo delle Nazioni Unite è stata la Francia, presidente di turno, che ha chiesto un dibattimento sulla condizioni delle popolazioni vittime di violenze - dello Stato islamico e altri gruppi estremisti - nella regione, a causa della loro fede o appartenenza etnica. Si tratta del primo dibattito in assoluto dedicato alla persecuzione dei cristiani al Palazzo di Vetro di New York, sede dell’Onu.
Nel corso della speciale sessione è previsto l’intervento del patriarca caldeo Louis Raphael I Sako, che racconta il dramma dei profughi cristiani, centinaia di migliaia di persone cacciate dalle proprie case e, da mesi, costrette a sopravvivere in centri di accoglienza o dimore temporanee. Nel discorso, inviato per conoscenza ad AsiaNews, sua Beatitudine parla di un “impatto negativo” della Primavera araba, che non ha raggiunto gli obiettivi di “pace, stabilità e progresso”. Egli invoca il “pieno sostegno” della comunità internazionale al governo centrale di Baghdad e alle autorità curde di Erbil.
Infine, egli indica alcune proposte concrete per una convivenza futura fra persone di fede diversa, contrastando il fenomeno del fondamentalismo e del terrorismo di matrice religiosa. Fra questi: leggi che promuovano l’uguaglianza; toni moderati nei discorsi dei leader religiosi e lotta all’estremismo, cui deve affiancarsi la riforma del sistema educativo e l’esegesi dei testi secondo il criterio di “tolleranza zero” delle derive violente; leggi severe contro nazioni o singoli che finanziano o sostengono a vario titolo il terrorismo; promuovere l’opera delle organizzazioni pro diritti umani e della società civile.
Ecco, di seguito, il testo completo dell’intervento del patriarca Sako all’Onu inviato ad AsiaNews:
A nome dei cristiani delle diverse confessioni etniche e culturali, che in Medio oriente si trovano ad affrontare prove durissime e che non sembrano avere fine, voglio esprimere i miei più sentiti ringraziamenti al governo francese per aver promosso questa iniziativa umanitaria. E, in special modo, al ministro francese per gli Affari esteri Laurent Fabius. 
Gentili signore e signori, 

come credo tutti voi sappiate, quest’anno ricorre il centenario dei massacri contro i cristiani del 1915. Oggi, cento anni più tardi, stiamo vivendo una situazione catastrofica in tutto simile a quella, e che ha spinto diverse famiglie ad abbandonare il Paese. Si tratta di una enorme perdita per tutti. In tutta sincerità, la cosiddetta Primavera araba ha avuto un impatto negativo per noi. Se solo avessimo avuto l’opportunità di lavorare in armonia con il mosaico di religioni e gruppi etnici che compongono la nostra regione, avremmo visto prendere forma una forza capace di guidare la regione verso la pace, la stabilità e il progresso. 
Da questa tribuna, vorrei portarvi un messaggio ispirato ai valori spirituali e umanitari: la coesistenza secondo un’ottica positiva, basata sulla giustizia e sulla pace secondo lo spirito di amore e amicizia, dovrebbe rimanere uno degli obiettivi prioritari per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. 
Per quanto concerne il mio Paese, vi chiedo pieno sostegno al governo centrale e al governo regionale curdo nella liberazione di tutte le città irakene e, per quanto concerne in special modo noi cristiani, yazidi e Shabaks, la città di Mosul e tutte le cittadine e villaggi della piana di Ninive; è necessario garantire una protezione internazionale per i suoi abitanti, costretti con la forza ad abbandonare le loro case (una zona di sicurezza); e approvare una Legge sulla proprietà immobiliare che assicuri i loro diritti nella loro terra, e che permetta loro di rientrare nelle loro abitazioni e riprendere la propria vita in condizioni di normalità. Vi è anche una precisa responsabilità del governo centrale di garantire loro un risarcimento adeguato per i danni subiti. 
Il problema principale consiste nel comprendere i diversi elementi che caratterizzano lo Stato: religione, cittadinanza, individui, comunità, il ruolo della donna e dell’educazione nazionale, affinché si possa convivere all’insegna della pace e del rispetto reciproco. 
I gruppi estremisti islamici rifiutano di vivere accanto ai non-musulmani. Li stanno perseguitando e sradicando dalle loro case, stanno cancellando la loro storia (e la loro memoria). Siamo al cospetto di una gravissima crisi ideologica e di un tentativo di monopolizzare il potere, svuotando le istituzioni e restringendo la libertà. 
Questa orribile situazione ci porta a stabilire dei principi, basati sul diritto internazionale, volti a prevenire questa catastrofica discriminazione contro gli esseri umani e l’umanità intera. 
Al tempo stesso, è importante capire che questi atti terroristici non vanno generalizzati e associati, per esteso, a tutti i musulmani. Difatti vi è una maggioranza silenziosa e pacifica di musulmani che respingono una tale politicizzazione della religione; essi accettano di vivere una vita normale con gli altri, all’interno dello stato civile e seguendo i dettami del diritto. La pace e la stabilità non possono essere raggiunte solo grazie alle azioni militari; da sole, infatti, esse non sono in grado di smantellare questo modo totalizzante di pensare che distrugge esseri umani e pietre, in altre parola la civiltà. 
Questo implica che la comunità internazionale - ivi compresa la Lega araba e l’Organizzazione della cooperazione islamica - deve prendere azioni legali decise e misure definitive. Tutto questo può essere raggiunto attraverso risposte di tipo politico, culturale ed educativo. Queste soluzioni devono essere adeguate al fine di proteggere il mosaico nazionale che è formato da ciascun individuo, persona e gruppo, senza distinzioni di natura etnica o religiosa. È loro preciso compito quello di proteggere i diritti di tutti i cittadini e rafforzare le relazioni fra loro. 
Particolare attenzione deve essere dedicata anche a una minaccia ancora più grande. A milioni di bambini e di giovani è negato il diritto allo studio e la possibilità di frequentare la scuola. Milioni di rifugiati sono costretti a vivere nei campi profughi, senza le dovute cure e attenzioni. La crescente frustrazione, la disoccupazione e la povertà potrebbero presto favorire lo sviluppo di un’atmosfera caratterizzata da sentimenti di vendetta ed estremismo. Per questo è oggi ancor più necessario prendersi cura di questi rifugiati, fornire risposte concrete ai loro bisogni e alle loro crescenti sofferenze. 
Ecco dunque, di seguito, una via pratica e concreta per uscire da questo circolo vizioso.
  1. Chiedere, passando attraverso le Nazioni Unite, politiche governative basate sull’aggiornamento della Costituzione e delle leggi. Questo dovrebbe permettere una migliore promozione della giustizia, dell’uguaglianza e della dignità di tutti, in quanto cittadini, senza discriminare un gruppo a vantaggio di un altro. È indispensabile che i nostri Paesi possano usufruire di governi civili, in cui viene garantita l’uguaglianza fra tutti i cittadini. Questi governi sono responsabili della protezione di tutti gli individui e devono preservare i diritti legittimi di tutti i loro cittadini.
     
  2. Incoraggiare i leader religiosi ad adottare un tono moderato nei discorsi, che rafforzi il senso di cittadinanza fra gli individui. Essi devono adottare una cultura dell’appartenenza ai loro Paesi e non solo alle loro confessioni religiose o tribù. Un elemento necessario è la riforma dei programmi educativi, che possano favorire i principi del rispetto fra cittadini e la promozione della tolleranza e della comunicazione. Questo porterebbe a una condanna netta delle divisioni, dell’odio e dello spirito di vendetta. E tutto questo servirebbe anche a proteggere le generazioni future dalle conseguenze dell’estremismo, della violenza e del terrorismo. Per raggiungere questo obiettivo, le gerarchie religiose devono presentare una adeguata esegesi dei testi religiosi, secondo il principio della “tolleranza zero” nell’estrapolare i testi religiosi dai loro contesti.
     
  3. Approvare una legge che punisca nazioni e singoli individui che sostengono gruppi terroristi a livello finanziario, intellettuale o con le armi; renderli perseguibili e considerare i loro gesti come crimini contro la pace sociale.
     
  4. Promuovere lo sviluppo delle organizzazioni per i diritti umani e della società civile. Queste organizzazioni dovrebbero essere sostenute di modo che essere non abbiano solo un ruolo consultivo, ma anche attivo e su due diversi piani: regionale e internazionale. 
Vi ringrazio e vi rivolto i miei migliori auguri per la vostra missione umanitaria. 
* Patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena.

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giovedì, marzo 26, 2015

 

Chiesa Assira dell'Est: Morto il Patriarca Mar Dinkha IV

By Baghdadhope*

Si è spento negli Stati Uniti all'età di 80 anni il Patriarca della Chiesa Assira dell'Est Mar Dinkha IV.
Mar Dinkha IV era nato il 15 settembre 1935 ed era stato battezzato con il nome di Dinkha Khanania nella chiesa di Mar Qaryaqos a Darbandokeh, un piccolo villaggio nell'estremo nord dell'Iraq che si era popolato di cristiani originari della regione di Akkari in Turchia, dalla quale erano fuggiti al tempo delle persecuzioni ottomane, ma che dalla fine del XX secolo a causa delle emigrazioni forzate non ne ospitava già più. Figlio primogenito di Andrews Khanania e di Panna Khanania ebbe due fratelli minori, Ezaria e Victoria.  La prima istruzione gli fu impartita da suo nonno paterno, Padre Benyamin Soro, ed all'età di 11 anni fu affidato alle cure di Mar Yousip Khnanisho, Metropolita e rappresentante patriarcale in Iraq della Chiesa Assira dell'Est che nel 1947 lo inviò a studiare presso il seminario di Baghdad.
Il 12 settembre 1949, a tre giorni dal compimento del suo quattordicesimo anno, Dinkha Khanania fu ordinato diacono, ed il 15 luglio 1957 divenne sacerdote e fu destinato alla città di Urmia, in Iran, diventandone il quarto vescovo dell'ACOE (Assyrian Church of the East) ripristinando così la linea di successione che si era bruscamente interrotta quando il suo predecessore, Mar Dinkha era stato assassinato dalle truppe turche nel 1915.
Nel 1962 si trasferì da Urmia a Tehran dove, l'11 febbraio, fu ordinato vescovo nella chiesa dedicata a San Giorgio Martire dal Patriarca dell'ACOE Mar Eshai Shimun XXIII.
Dopo l'assassinio di quest'ultimo (6 novembre 1975, San Jose, California) la gerarchia dell'ACOE si riunì a Londra per eleggere il nuovo patriarca e la scelta cadde su quello che, consacrato il 17 ottobre nella chiesa di San Barnaba, a Londra, divenne Mar Dhinka IV.
Nominato patriarca una delle sue prime decisioni fu quella di porre fine alla tradizione della linea ereditaria per la successione patriarcale che per secoli aveva legato la chiesa al passaggio della carica da zio a nipote. (Natar Kursi)
Mar Dinkha stabilì la sua sede patriarcale a Chicago (Illinois) nel 1980 anche se nel 2005 ebbe dei colloqui con il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, a proposito dell'eventualità di riportare la sede patriarcale in Iraq, ad Ankawa. Il 15 luglio 2007 Mar Dinkha festeggiò i suoi 50 anni di sacerdozio con una grande cerimonia nella cattedrale di San Giorgio a Chicago dove, addirittura, una parte di una strada fu ribattezzata "His Holiness Mar Dinkha IV Blvd".
Nel 2008 ricevette una laurea ad honorem dall'università di Chicago e decretò che solo i sacerdoti in possesso di un diploma universitario in materie teologiche avrebbero potuto essere nominati vescovi.
Da tempo le sue condizioni di salute non erano buone malgardo le rassicurazioni pubblicate lo scorso febbraio dal Sinodo della chiesa assira.
Patriarca di una chiesa che non riconosce l'autorità del Pontefice di Roma Mar Dinkha IV ha avuto comunque molti contatti con il soglio pontificio.
Dopo 10 anni di incontri preparatori tra rappresentanti vaticani e della chiesa assira, l'11 novembre 1994 Mar Dinkha e Giovanni Paolo II firmarono in Vaticano la Dichiarazione Cristologica Comune, definita: "un passo fondamentale del cammino verso la piena comunione che dovrà essere ristabilita fra le chiese" ed in cui si afferma che gli assiri ed i cattolici sono "uniti oggi nella confessione della stessa fede nel figlio di Dio."
Una dichiarazione che poneva fine a secoli di incomprensioni teologiche tra le due chiese, e che aveva l'ambizioso traguardo di superare gli ostacoli al riguardo anche attraverso la costituzione di un comitato misto per il dialogo teologico. Dagli incontri di quel comitato, iniziati nel 1995, scaturì un percorso di riavvicinamento anche tra la chiesa assira e quella cattolica caldea. Nel 1996 l'allora patriarca caldeo, Mar Raphael Bedaweed, e Mar Dinkha sottoscrissero alcune proposte al fine di ristabilire l'unità che nel 1997 furono approvate dai sinodi delle due chiese. Quei passi, e la continuazione delle riunioni annuali del comitato misto promosso nel 1994, ebbero il loro culmine nel 1991con la pubblicazione degli "Orientamenti per l'ammissione all'Eucarestia fra la chiesa caldea e la chiesa assira dell'Oriente" che stabilirono, in caso di necessità dettata, ad esempio, dalla dispersione dei fedeli in diversi continenti,
la loro ammissione all'Eucarestia in ambo le chiese. Un provvedimento che pur smussando gli angoli di dispute teologiche antichissime non rappresenta la piena comunione eucaristica tra le due chiese, ancora non raggiunta, ma è comunque un passo avanti.  
I rapporti tra la chiesa assira e quella cattolica, di cui la caldea è parte, sono continuati negli anni con alti e bassi. Ufficialmente sempre cordiali e scanditi dalle visite in Vaticano di Mar Dinkha, hanno però avuto alcuni anni fa un allentamento. A causarlo è stata la questione di uno dei vescovi della chiesa assira, strenuo difensore della sua unione con la chiesa cattolica come preludio di un eventuale riconoscimento della suprema autorità vaticana. In rotta con la chiesa di appartenenza questo vescovo, Mar Bawai Soro, nel 2005 fu espulso e scomunicato dalla chiesa assira ma trovò presto appoggio nel fedele amico, nonchè vescovo della chiesa caldea negli Stati Uniti occidentali, Mar Sarhad Jammo, che ne perorò la causa che si risolse, nel gennaio 2014, con la nomina di Mar Soro a vescovo della chiesa caldea titolare della sede di Foraziana. L'accettazione da parte del Vaticano e della chiesa caldea  di un vescovo così inviso alla chiesa assira gettò delle ombre sui rapporti tra le parti che, comunque, continuarono con colloqui e visite in Vaticano sia di delegazioni episcopali sia, ancora, di Mar Dinkha che ad ottobre 2014 fu ricevuto da Papa Francesco che in quell'occasione si augurò che si avvicinasse "il giorno benedetto in cui potremo celebrare allo stesso altare il sacrificio di lode che ci renderà una sola cosa in Cristo."
Con la morte di Mar Dinkha resta da vedere se il prossimo Patriarca vorrà continuare sulla strada dell'unione, o se opporrà ad essa gli ostacoli che il suo predecessore e Papa Giovanni Paolo II si erano impegnati a rimuovere dando ascolto ai molti fedeli che in nome dell'attaccamento al loro essere religiosamente e politicamente "Assiri" di avvicinarsi alla chiesa cattolica ed a quella caldea non hanno nessuna intenzione.

Il Sinodo della Chiesa Assira dell'Est che avrà il compito di scegliere il nuovo patriarca è così composto:
1. Mar Aprem Mooken, Metropolita dell’India e Vicario patriarcale
2.   Mar Gewargis Sliwa, Metropolita di Iraq, Giordania e Russia
3.   Mar Paulus Benjamin, Vescovo degli Stati Uniti Orientali
4.  Mar Awa Royel, Vescovo della California e Segretario del Sinodo
5.   Mar Meelis Zaia, Metropolita di Australia, Nuova Zelanda e Libano
6.    Mar Emmanuel Joseph, Vescovo del Canada
7.   Mar Yohannan Yoseph, Vescovo Ausiliare dell’India e degli Emirati Arabi Uniti
8.    Mar Narsai Benjamin, Vescovo dell’Iran
9.    Mar Iskhaq Yosip, Vescovo del Nord Iraq e della Russia
10.  Mar Aprem Nathniel, Vescovo della Siria
11.  Mar Aprem Khamis, Vescovo degli Stati Uniti occidentali
12.  Mar Odisho Oraham, Vescovo dell’Europa
13.  Mar Awgin Kuriakose, Vescovo Ausiliare dell’India
14.  Mar Yosip Sargis, Vescovo Emerito di Baghdad


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mercoledì, marzo 25, 2015

 

Onu, i cristiani perseguitati in Consiglio di sicurezza

By Vatican Insider - La Stampa
Giorgio Bernardelli

Approda al Consiglio di sicurezza dell’Onu la situazione dei cristiani perseguitati in Medio Oriente. Per venerdì mattina a New York è convocata una sessione del massimo organismo delle Nazioni Unite che - su proposta della Francia, attuale presidente di turno del Consiglio - dibatterà la condizione delle minoranze nella regione sconvolta dalle violenze dei fondamentalisti islamici. Per portare la testimonianza sul dramma specifico che stanno vivendo i cristiani dell’Iraq, a Palazzo di vetro per questo appuntamento è atteso anche il patriarca dei caldei, Raphael Sako.
L’intenzione di convocare una sessione del Consiglio di sicurezza sul tema delle minoranze perseguitate in Medio Oriente era stata annunciata all’inizio del mese dal ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, durante una visita a Rabat. Erano i giorni immediatamente successivi alla strage dei copti in Libia. Il 13 marzo poi - a rilanciare ulteriormente il tema - è arrivata la dichiarazione congiunta presentata da Vaticano, Russia e Libano al Consiglio per i diritti umani di Ginevra e sottoscritta da 65 Paesi membri dell’Onu.   «Chiediamo alla comunità internazionale - si legge nel testo - di sostenere la presenza di tutte le comunità etniche e religiose che hanno profonde radici storiche in Medio Oriente». Comunità «che vedono minacciata la loro stessa esistenza dal cosiddetto Stato Islamico (Daesh) da al Qaida e dai gruppi terroristici affiliati, sconvolgendo la vita di tutte queste comunità e creando il rischio di una scomparsa totale dei cristiani».
Il dibattito al Consiglio di sicurezza dell’Onu sarà il primo in assoluto dedicato alla persecuzione dei cristiani. E arriva dopo che più volte in questi mesi le comunità cristiane locali hanno denunciato la mancanza di risposte da parte della comunità internazionale. Proprio dall’Iraq - in queste ultime settimane - sono giunte nuovamente le immagini delle croci abbattute dalle chiese e di antichissimi monasteri fatti saltare in aria dal cosiddetto Stato Islamico.
Il tutto mentre da ormai più di nove mesi  migliaia di cristiani costretti a fuggire in fretta e furia da Mosul e dalla Piana di Ninive senza poter portare nulla con sé si trovano a vivere in condizioni insostenibili in Kurdistan. Ed è un problema che va anche al di là della questione contingente del Califfato: appena qualche giorno fa, intervenendo davanti al parlamento, proprio il patriarca Sako ha chiesto alle autorità irachene il varo di una legge per perseguire penalmente i predicatori religiosi che istigano alla violenza. E ha anche espresso profonda preoccupazione per le nuove migliaia di famiglie innocenti che oggi si trovano senza alcuna assistenza a dover fuggire dalle aree che l’esercito iracheno, con l’appoggio delle milizie iraniane, sta cercando di strappare allo Stato islamico.

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Iraqi Islamic theologian: The tension in Iraq is not primarily about religions


With all the instability in many Muslim countries, there is a higher need for Christians and Muslims to engage in dialogue and ultimately to find ways to promote peace. Rome's community of Sant' Egidio brought together leading theologians to delve into the issue. Among them were experts from Iraq, where religious extremism has been on the rise.
Waleed Faraj Alla
Theology Professor, University of Kufa (Iraq)
"It's not primarily a conflict between faiths or religions. What is happening in Iraq has no religious connotation. We hope that in one year or so, there can come a solution for Iraq.”
The region of Al Najaf, in southern Iraq, is a refuge for Shia Muslims who have fled from the Islamic State. In their interpretation of sharia law, these Muslims are also considered unfaithful, along with Christians and Yazidis.

"We see these terrible things and condemn these violent actions against Shiites, Christians and Yazidis. We hope that these refugees can return with dignity to their homes and end this tragic situation. For us, there is nothing more serious than violence against people, especially women and children. We hope that peace comes.”   
Now, many Christians and even moderate Muslims who were forced out of their homes, are hoping for the chance to go back and leave the life of refugees behind them.  For generations they co-existed peacefully and they want have that same chance, again.  
"We do not like to talk about 'minorities' when talking about Christians and Yazidis. For we are brothers and sisters, and we reject the concept of 'majority' and 'minority.' We are all children of God. We all have the same rights and duties based on equality.”

As instability continues to be a factor in many Middle Eastern countries, inter-faith dialogue continues to be a beacon of hope.

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martedì, marzo 24, 2015

 

Appello urgente della chiesa caldea in Libano: per Pasqua aiutateci a sostenere i profughi iracheni e siriani.

By Baghdadhope*

In occasione della prossima Pasqua l’Eparchia Caldea di Beirut guidata da Mons. Michael Kassarji ha diffuso un accorato appello, copia del quale è stata inviata a Baghdadhope.

La situazione in cui vivono i rifugiati cristiani iracheni e siriani in Libano è, si legge, “deplorevole”. Persone fuggite dalle proprie case senza poter portare con sé nulla e rifugiatesi nella Terra dei Cedri alla ricerca di salvezza vivono in condizioni pietose ed hanno urgente bisogno di aiuto.
Il documento parla di numeri di rifugiati in costante aumento che in Libano attendono di essere ricollocati dalle Nazioni Unite in paesi terzi combattendo una “battaglia giornaliera” per “difendere la propria dignità ed assicurarsi la sopravvivenza”. Sono persone che non possono lavorare ufficialmente, e che se trovano un’occupazione in nero sono pagate pochissimo, a fronte di un costo della vita molto alto e di nessun diritto assicurato dallo stato libanese.
La chiesa caldea fa quello che può, ma non è certo abbastanza.
In collaborazione con le Forze di Sicurezza Libanesi, ad esempio, si fa garante per il rilascio di documenti  provvisori che garantiscano ai profughi almeno di potersi muovere all’interno del paese senza timore di essere arrestati come clandestini, nell’attesa di emigrare altrove.

Questi profughi, per ora stimati in 3.000 famiglie, non hanno accesso alle cure sanitarie pubbliche se non in casi eccezionali e di volta in volta autorizzati dal ministero competente, e le strutture private, per quanto garantiscano in alcuni casi il 50% del costo delle cure, non prendono in carico i malati oncologici e quelli bisognosi di interventi chirurgici impegnativi. Per aiutare i profughi in campo sanitario la chiesa caldea  ha creato già nel 2011 il Centro Medico e Sociale di Saint Michael nella zone di Sid El Baouchriyeh,  a nord di Beirut, dove, a titolo quasi completamente gratuito, sono garantite ai profughi cure, analisi, piccoli interventi di chirurgia e farmaci.
Oltre a ciò la chiesa non dimentica né la sua funzione spirituale, tanto da voler costruire un nuovo edificio di culto nella zona di Sid El Baouchriyeh cui sarà annessa una mensa per i poveri, né la sua funzione sociale con  la creazione di un ufficio che metta in contatto i profughi con i datori di lavoro, e di un centro dedicato alla Vergine Maria Misericordiosa dove i profughi appena arrivati possano registrarsi ed essere indirizzati alle associazioni caritatevoli in grado di dare loro aiuto. Neanche gli studenti sono stati dimenticati e per loro la chiesa cerca di garantire di anno in anno la frequentazione scolastica.

Tutte queste iniziative hanno ovviamente costi altissimi che l’Eparchia caldea stima in:
600.000 $ per assicurare cibo per un anno a 3.000 famiglie di profughi
875.000 $ per 2.500 studenti per l’anno scolastico 2014/2015
300.00 $ per spese sanitarie
Sono cifre importanti, ma importanti sono anche i rifugiati che hanno bisogno dell’aiuto delle “persone caritatevoli”, fratelli senza altra colpa se non, come ha detto Papa Francesco, quella di essere cristiani, e che sperano in un aiuto per sopravvivere.

Chi volesse sostenere gli sforzi dell’Eparchia Caldea in Libano a favore dei rifugiati iracheni e cristiani può avere informazioni  scrivendo a: chaldepiscopus@hotmail.com 

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P. Samir: Paesi musulmani siano i primi a fermare l'Is

By Radiovaticana

Lo Yemen verso una guerra civile. I ribelli sciiti Houti, che già controllano la capitale Sana'a e il nord del Paese, hanno lanciato un’offensiva verso sud e l'est. Il deposto capo di stato, Hadi, dalla città di Aden ha denunciato l’ingerenza dell’Iran, chiedendo aiuto all’Onu e al Consiglio di cooperazione del Golfo. Ci si chiede quanto il caos istituzionale e le lotte di potere nello Yemen possano avvantaggiare al Qaeda e favorire l’avanzata del sedicente Stato islamico nell’area mediorientale e del Nord Africa.
Roberta Gisotti ha intervistato padre Samir Khalil Samir, docente di Storia della cultura araba e islamologia all’Università Saint Joseph di Beirut:
Lo Stato islamico sta cercando ovunque ci siano dei problemi di creane di nuovi e di dominare man mano le varie regioni del Medio Oriente. Oltre alla Siria e l’Iraq, che erano lo scopo primario, sono poi passati alla Libia. E adesso, vedendo che c’era una lotta nello Yemen tra il governo e gli sciiti, ne approfittano anche lì, così come in Tunisia, dove ci sono tanti turisti e prima c’era un governo filo-islamista e adesso siamo tornati alla situazione precedente. Cercano di sollevare problemi ovunque possono. Vuol dire che hanno anche squadre locali pronte a saltare in aria per dire: "Siamo dappertutto, siamo i più forti, siamo i più barbari, non temiamo niente".
Lei pensa che la realtà del sedicente Stato islamico sia stata e tuttora venga sottovalutata dalla comunità internazionale?
La comunità internazionale non può fare molto, in realtà, perché si tratterebbe prima di attuare un controllo assoluto di tutti questi Paesi arabi. E questo la comunità non lo può fare. Se domani attaccano in Marocco e il Marocco non è preparato, il mondo non può sostituirsi all’insieme della regione. L’altra cosa è che con il sistema adoperato, essendo quello dei kamikaze, non si può prevedere nulla: un kamikaze si presenta come una persona ordinaria solo che porta in sé la bomba che fa saltare lui con altre persone. Può andare dove c’è folla, nelle moschee, nelle chiese, in un supermarket, laddove c’è molta gente è più contento. Siamo in una situazione di pazzia!
Ma è da escludere in ogni caso l’uso della forza nei territori che sono già stati occupati e sotto il controllo delle forze dell’Is?
Il problema è quale tipo di forza, perché usare aerei che bombardano non si può. Loro si sono infatti mescolati in mezzo ai quartieri, in qualunque posto, e lo fanno apposta perché sanno che così le forze aeree non oseranno attaccare. Ed è giusto perché se per uccidere un kamikaze dobbiamo uccidere una decina di persone è impensabile, è disumano. L’unico modo è la lotta a terra, uno contro uno. E’ quello che stanno facendo e provano a fare i curdi, qualche gruppuscolo di assiri, per difendersi contro questi selvaggi disumani e lo fanno rischiando la propria vita. E’ difficile per la comunità internazionale intervenire militarmente. Ciò che può fare è sostenere le comunità locali con mezzi, apparecchi, ecc...
Quindi, c’è veramente da stare preoccupati?
Sì, ma d’altra parte non c’è da esagerare il loro potere, perché la loro forza è il fatto che non hanno nessuno scrupolo e che possono attaccare ovunque, quando vogliono, chiunque.
Ma non si può pensare che stiamo a guardare quello che succede...
Prima di tutto, un aiuto sarebbe, per quanto possibile, non dare possibilità di armarsi a questa gente e questo tocca prima di tutto ai Paesi del Medio Oriente. Le armi vengono dall’Occidente, l’Oriente non ne produce, ma gli Stati arabi sono pronti a comprare, almeno i Paesi ricchi. E probabilmente alcuni dei Paesi danno anche armi all’Is.
Quindi, una risposta dobbiamo aspettarcela all’interno del mondo musulmano…
Deve venire dal mondo musulmano, certamente. Quello che cominciano a dire, anche gli imam importanti: "Dobbiamo fare una rivoluzione nell’interpretare il Corano, dobbiamo ripensare tutto l’islam per il mondo di oggi", cominciando con le classi elementari, fino all’università e fino alle facoltà di teologia... Ci vorrà tempo, però è da cominciare oggi.

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Outbreak of Chicken Pox, Lice and Scabies in Assyrian Refugee Camp in Arbel

By AINA

Eight months after ISIS drove nearly 200,000 Assyrians from their villages in the Nineveh Plains north of Mosul, Assyrians are now battling disease in the refugee camps they are living in. Refugees are living in uncompleted buildings, with no walls, windows or dividers.
One location, called the Ankawa Mall, is a 7 story building which was never completed. It has open floors on all levels. There are 420 Assyrian families living there, about 1,800 people, mostly from Baghdede (Qaraqosh), Tel Afar and Bertella. According to Fr. Immanuel Callo, there is now an outbreak of chicken pox, lice and scabies in this building.
There a severe water shortage. Six tankers of water, each bringing at least 12,000 liters of water, are purchased daily. $200 per day is spent on the generator for the building.
There is also a critical shortage of bathrooms, with most floors having only 2 or 3.
According to officials from the Syriac Catholic Church, who are managing the building, very little help is arriving. The central government initially paid one million dinars ($1000) per family, but no additional help has been received since. The Kurdish regional government made a one time donation of clothes and toys.

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Aiuto ai cristiani iracheni rifugiati in Giordania

By Patriarcato Latino di Gerusalemme
Myriam Ambroselli

Il Centro “Nostra Signora della Pace”, in collaborazione con la Caritas, ha ospitato molti cristiani fuggiti dall’Iraq a causa dell’ISIS. In tutto circa un centinaio di persone, tra cui trentacinque bambini che hanno perso tutto, tranne la loro speranza. Il Patriarcato latino ha lanciato un appello per poterli aiutare a vivere, per soddisfare i loro bisogni di base e consentire loro di affrontare il futuro senza paura.
Più di 200 famiglie cristiane sono state costrette a fuggire dalla città di Mosul in Iraq e dai suoi dintorni, dopo che i militanti dello Stato islamico ha confiscato loro case, proprietà, e quei pochi generi alimentari e bagagli che avevano preso per la strada. La Giordania ha ospitato quasi 1.000 cristiani, accogliendoli in parrocchie, scuole e istituzioni del Patriarcato latino, con il sostegno della Caritas Giordania.
Questi cristiani sono arrivati ​​con niente, spogliati di tutto, giunti solo con quell’unico abito che avevano addosso, fuggendo. Ora hanno bisogno di un tetto, di quanto possa provvedere dignitosamente ai loro bisogni, ma anche di ricostruire il loro futuro. Dapprima ospitati d’urgenza, nei locali del Centro “Nostra Signora della Pace”, le famiglie cristiane sono ora alloggiate in case mobili attorno al centro, con il minimo indispensabile, in attesa di una vita migliore.
Padre Imad Twal, amministratore generale del Patriarcato latino, li ha visitati e ha espresso il sostegno e le preghiere del Patriarcato latino che riafferma il desiderio di andare in loro aiuto.
Queste famiglie cristiane devono innanzitutto far fronte alle esigenze di base (acqua, cibo, medicine, abbigliamento), sapendo che al Centro “Nostra Signora della Pace”, la loro accoglienza è una vera e propria sfida quotidiana, basti pensare ai servizi igienico-sanitari. Un altro problema riguarda il loro status di rifugiati. In quanto tali, queste persone hanno per il momento un visto che permette loro di rimanere in Giordania dai tre ai sei mesi. Queste famiglie hanno bisogno di essere in grado di riprendere la vita normale e costruire il loro futuro. Al momento si impone anche un’altra necessità: l’urgenza di fornire sostegno psicologico dopo gli eventi traumatici che hanno vissuto. I bambini in particolare hanno bisogno di sentirsi di nuovo al sicuro. Hanno anche bisogno di ritrovare una vita normale, tornare a scuola, essere educati e divertirsi.
L’ufficio del Patriarcato latino per lo sviluppo dei progetti e il Centro “Nostra Signora della Pace” hanno allora deciso di mandare un appello perché queste famiglie ricevano un’assistenza socio-educativo, in particolare rivolta allo studio della lingua inglese, del computer, insieme a corsi di educazione fisica. Semplici modi per ripristinare la fiducia e per vivere in modo costruttivo il loro soggiorno presso il Centro, in attesa di costruire un futuro là dove saranno accolte.
Oggi, queste famiglie hanno bisogno del sostegno e preghiere da tutto il mondo. Grazie al generoso appoggio della Luogotenenza portoghese dell’Ordine del Santo Sepolcro, la richiesta di donazioni lanciata dal Patriarcato per aiutare questi cristiani a guardare con fiducia al futuro, è già stata ascoltata.

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lunedì, marzo 23, 2015

 

La France a accordé 1500 visas à des chrétiens d’Irak et Syrie

By La Croix
Samuel Lieven

« Nous voulons que les chrétiens restent en Orient mais, en même temps, nous ne pouvons pas les exposer à des menaces qui pourraient leur faire perdre la vie » : voilà ce qu’a déclaré le président de la République François Hollande, samedi 21 mars, lors d’une réception dans le jardin du ministère de l’Intérieur, en présence d’une centaine de chrétiens d’Irak venus du Val d’Oise. Il était l’invité surprise de cette réception dont le but, à la veille des élections départementales et à moins d’une semaine de la réunion du conseil de sécurité de l’ONU sur les chrétiens d’Orient (prévue endredi 27 mars), était de marquer solennellement le soutien de la France aux chrétiens persécutés par Daech en Irak et en Syrie.

 Un millier de bénéficiaires déjà en France 

« Vous serez en France pleinement accueillis, aimés, vous serez chez vous, même si chez vous c’est loin et que vous aurez un jour à y retourner », a improvisé François Hollande, après l’annonce par les services du ministère de l’intérieur de l’octroi de 1500 visas depuis le lancement de la procédure d’accueil des réfugiés irakiens en France, le 28 juillet dernier. Un millier de bénéficiaires sont déjà arrivés dans notre pays, essentiellement répartis entre la région parisienne, Lyon et Nantes.
« Nul ne peut aujourd’hui demeurer insensible au sort tragique des chrétiens d’Orient », a alors ajouté le ministre de l’intérieure Bernard Cazeneuve dans une allocution traduite simultanément en arabe. Sur la centaine de chrétiens d’Irak présents samedi au ministère, une petite moitié était arrivée l’été dernier après avoir été chassée de la plaine de Ninive par les terroristes de Daech. Les autres personnes présentes samedi au ministère sont installés en France de longue date. « Les chrétiens sont parmi les premières victimes du projet criminel d'épuration religieuse que Daech cherche à imposer à l'ensemble des territoires qu'il contrôle », a ajouté le ministe en rappelant que 90% des chrétiens d’Irak avaient quitté le pays entre 2003 et 2014, et que plus de 300 000 avaient fui la Syrie de 2011 à 2014.

 "Il faudra plus qu'une prière..." 

Après avoir écouté durant quelques minutes les chants de la chorale chaldéenne Saint Thomas-Apôtre de Sarcelles, François Hollande s’est prêté à un petit bain de foule. « Je prie pour votre réussite contre Daech », lui lance Pierre Palay, installé à Sarcelles depuis les années 1980.
« Il faudra plus qu’une prière… », concède le président. « Alors je prie et vous agissez », lui retourne son interlocuteur, se faisant ainsi le porte-parole de bien des membres de la communauté chaldéenne, avant tout soucieux de voir disparaître la menace terroriste au Proche-Orient.
« Il faut d’abord faire en sorte que ces chrétiens puissent retourner chez eux en sécurité », souligne Mgr Pascal Gollnisch, le directeur de l’œuvre d’Orient, convié à la réception au côté de l’évêque de Pontoise, Mgr Stanislas Lalanne. « Cela implique la neutralisation de Daech. Or, au bout de huit mois de frappes aériennes, les résultats ne sont pas suffisants ».
Par la voix de son observateur à Genève auprès des Nations Unies, Mgr Silvano Tomasi, le Saint-Siège a apporté un soutien inhabituel au recours à la force en Irak et Syrie contre les atrocités commises par Daech, qu’il accuse de « génocide ».

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venerdì, marzo 20, 2015

 

Cristiani d'Iraq, hanno perso tutto ma non la fede: nostro reportage da Erbil

By La Vita del Popolo (Treviso)
Annalisa Milani

L’aereo scende nella luce sospesa tra notte e giorno sopra l’enorme grappolo di luci di Erbil, capitale curda, che in poco più di 6 anni si è trasformata, come una cellula impazzita, da villaggio a metropoli. Dopo l’attraversamento della piana che circonda l’aeroporto (si arriva in una struttura modernissima e poi si viaggia in pullman in mezzo al nulla per 20 minuti prima di guadagnare l’uscita vera) ecco Wisam, l’amico monaco dell’ex monastero di Gesù Redentore di Qaraqosh.
L’abbraccio con me, don Giorgio Scatto della comunità di Marango, suor Gemma, monaca della comunità trentina di Pian del Levro, e Giorgio, mio marito, è lunghissimo, intenso. Si abbraccia un amico che dopo il 6 agosto 2014, con l’avanzata dell’Isis da Mosul per tutta la piana di Ninive, si pensava perduto. Teso, dimagrito, con un berrettino con il frontino sempre in testa, sorridente quanto mai, urla abbracciandoci “Benvenuti, benvenuti… Dio vi benedica”.Due milioni di profughi accalcati
L’avevo incontrato nel 2012 a Qaraqosh, ma ora, con i fratelli monaci Yasser e Raid, condivide la sorte di due milioni di profughi. L’Onu li definisce Internal dispaced peoples - Idps, e sono due milioni di persone: non solo cristiani, ma anche musulmani sciiti e sunniti, yazidi che hanno perso la loro casa, ma restano nel loro paese. Un mare di persone che da mesi vive o in campi allestiti con tende o in caravan su pezzi di terra brulla alle periferie dei centri urbani o in parchi cittadini (come quello nel cuore di Erbil a cura della chiesa caldea), o in edifici in via di costruzione.
Si accalcano anche quattro o cinque famiglie in appartamenti spesso ancora allo stadio del cemento grezzo, senza intonaco, né pavimenti, né infissi. I nostri amici vivono nel campo di Osal, un agglomerato di case nuove a 30 minuti da Erbil centro e paradossalmente accanto ad un modernissmo dysneland curdo, il “Dynosaur park”. Qui vivono 300 famiglie sfollate in case in costruzione, per fortuna con infissi, divise al loro interno con cartongesso. I punti di riferimento sono Wisam, Raid, Yasser e Rahama, Suam e Victoria, tre suore domenicane, pure profughe due volte, prima da Mosul a Qaraqosh e poi da Qaraqosh a Erbil. “Ho sempre una valigetta pronta” ci dice suor Rahma, mentre i nostri amici monaci nella fuga di notte del 6 agosto 2014 hanno lasciato tutto in monastero, persino i vestiti. Con un sorriso amaro Wisam ci dirà: “Anche l’immagine di Charles de Foucault della saletta di accoglienza sarà stata bruciata da Daesh-Isis!”.
Loro, dal mattino alla notte corrono per i bisogni degli sfollati del campo Osal ed anche del campo approntato nel “palazzo” poco lontano, dove vivono 180 famiglie. Non c’è lavoro per nessuno di questi uomini e donne che da sempre a Qaraqosh, Berthella, Karamless ed altri paesi sulla piana di Ninive, coltivavano le terre degli avi cristiani e avevano impiantato piccoli commerci. Ora sono seduti su sedie di plastica a piccoli gruppi, parlano con gli sguardi vuoti e se ti fermi, mentre ti offrono un tè o un caffè iniziano a raccontarti... molti di loro dicono: “Questa volta basta, non possiamo più vivere con i musulmani, provenivano dai villaggi più poveri e li abbiamo aiutati con le scuole, i centri della salute, ed ora che è arrivato l’Isis i nostri vicini sono i primi che si sono rivoltati contro. Telefonano ad alcuni di noi dicendoci ironicamente che hanno occupato le nostre case e ci chiedono che cosa vogliamo che ci lascino! Non abbiamo più speranza, vogliamo andare via, in Europa, Australia, Canada, aiutateci!”.

Abbandonati e senza speranza
Anche i Curdi sfruttano i cristiani: i prezzi delle case, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati abnormemente. Lo sciacallaggio si è scatenato ovunque, anche ad Ankawa, quartiere cristiano di Erbil da sempre: negli appartamenti sono ospitate 4000 persone, i prezzi per due stanze sono di 900 dollari e molte famiglie che avevano portato via un po’ di soldi accumulati se li stanno mangiando tutti, trovandosi completamente a terra. Padre Jallal, che gestisce un campo di container mi dice: “Molti chiedono asilo nei container, perché in questi campi un po’ di assistenza c’è”. Molti adolescenti sono senza scuola e tentano, per far sopravvivere la famiglia, di trovare qualche lavoretto in nero e i giovani che frequentavano l’ università non possono più andare avanti, non hanno soldi, non conoscono il curdo e oltre allo sradicamento subentra la non integrazione.
Aissar, ventenne, lungo, magro, davanti ad uno scatolone di pere che vende dentro i corridoi del campo dell’Ankawa Mall, mi racconta: “Io frequentavo il primo anno di Scienze ambientali all’università di Mosul, ora non posso più andare all’università e faccio qualcosa per sopravvivere. Ho molta nostalgia di casa, voglio ritornare. Tutti i giovani sfollati che hanno interrotto gli studi non fanno nulla e sono disperati!”.
Solo le elementari e medie sono state garantite dagli stessi insegnanti cristiani-iracheni che si sono auto organizzati, sotto le tende, dentro i container, in stanze piccole che a volte contengono 100 allievi.

Abitazioni da 9 metri quadrati
All’Ankawa Mall, un enorme centro commerciale in costruzione, si sono costruite con box e mura in cartongesso stanzette da tre metri per tre, dove vivono 5 o 6 persone: entrando ti investe l’odore di vissuto quotidiano di 420 famiglie e 1.700 persone. Impressionante è anche il rimbombo delle grida di bimbi che si rincorrono nelle scale ancora da finire. Qui in questo grigio e buio contenitore dove la luce penetra da un enorme lucernario, ma non riesce a raggiungere i piani dove si sono attrezzati fornelli e cucine, incontriamo Afnan, già conosciuta tra le donne di preghiera nel monastero di Qaraqosh nel 2012. Ci riconosce e piange. Il suo esiguo spazio è ordinato e pulito. Si tira giù un materasso impilato con altri per la notte (ha con lei due figli) ci si siede per terra, offre subito il caffè e aggiunge: “In questa situazione i valori umani si sono persi, c’è poca collaborazione anche tra la gente, le condizioni portano a far scoppiare molti conflitti”. Virgin, che ora presiede la scuola elementare del campo con 200 bambini in sei classi, ci racconta come i bambini non comunicano più tra loro, è aumentata l’aggressività, molti vivono incubi e non dormono di notte. “Che cosa possiamo fare noi per loro? Che cosa possiamo dire alle nostre comunità in Italia? Queste le domande che ci sorgono e poniamo sempre”. La risposta di Afnan e Virgin è: “Pregate”. Virgin aggiunge: “Vorrei ritornare libera, e non c’è odio nei confronti di chi ci ha fatto tutto questo, ma vogliamo ritornare a vivere in pace nelle nostre terre”.
Di fronte alla nostra fragile fede di cristiani di occidente, le parole di queste cristiane irachene ci lasciano senza fiato. Seduti a terra, con don Giorgio che piange, apriamo tutti le mani per un Padre Nostro in italiano, aramaico, arabo. Un Padre Nostro comune ed in varie lingue che si ripeterà spesso fino all’ultimo momento del nostro viaggio. Da un campo profughi all’altro incontriamo padre Jallal e fratel Basem, rogazionisti iracheni che gestiscono un campo di container con 270 famiglie. “Come tutti quelli di Erbil ed Ankawa - dice padre Jallal in perfetto italiano - questo campo è stato aperto dalla commissione dei vescovi, caldei, siri, ortodossi. Il ruolo della chiesa è essenziale, mentre dallo stato iracheno o curdo non è arrivato quasi nulla. Qui umanamente la gente vive spogliata della propria dignità e man mano che il tempo trascorre l’ incertezza del futuro getta ancora più nella disperazione”. Aggiunge: “Le nostre chiese nelle zone occupate sono state distrutte o trasformate in ristoranti e a fare questo sono stati spesso i musulmani che erano i nostri vicini, con loro un dialogo non sarà mai possibile”. Una posizione, questa, ripetuta in molti incontri.

Si riorganizza la comunità cristiana
Attraversiamo una trafficatissima strada che taglia in due il campo e lungo i cui bordi, con i teli blu dell’Alto Commissariato dei Rifugiati, si sono costruiti banchetti di fortuna che vendono un po’ di cibo. E via verso il Shelter Sport Ankawa, altro ex centro sportivo nel cui cortile oggi vi sono container con 215 famiglie. Il giovane abuna (padre) Bashar, chiamato a destra e a manca, ci racconta mentre ci accompagna: “Questa esperienza è per me nuova, molto sofferta, ma è il mio servizio come sacerdote”. Ci fermiamo a bere il caffè offerto dalla famiglia di Abdhallah, che ci convince che se avessero avuto armi vere si sarebbero difesi. Abuna Bashar gli dice in arabo “lascia perdere”, ed è ben contento quando ci dice che a Natale di persona l’ha chiamato “padre Francesco” o meglio “papa Francesco”. Scopriremo poi che attraverso altre “chiamate” personali papa Francesco è sempre presente lì, tra quei cristiani. Sotto le tende diventate chiese, nei corridoi e pianerottoli dei palazzi, nei magazzini, si riorganizza il catechesimo, il rosario ogni giorno, la messa ogni domenica, la preparazione per la prima comunione, i battesimi dei bimbi che, nonostante tutto, nascono, insomma le “parrocchie in esilio”, per i cristiani iracheni che ormai rischiano la scomparsa, funzionano per il momento da forte legame comunitario.

Yazidi, gli ultimi tra gli ultimi
Ma per le 35 famiglie di Yazidi che visitiamo nel campo di Osal non esiste nessuna struttura di chiesa, nessun legame comunitario. Gli Yazidi, stabilitisi attorno al monte Sinjar nel 1915, in numero di 700 mila, di religione zoorastiana, ora sono i paria tra i profughi. Sotto una struttura di lamiere e cartoni, incontro Ali. Abitava a Sinjar con altre 5.000 persone e mentre l’Isis attaccava, 35 persone della sua famiglia sono salite per 7 giorni al monte Sinjar. La situazione è stata tragica, molte donne hanno lasciato morire i bimbi piccoli perché non avevano acqua, poi con un intervento d’emergenza molti sono stati salvati ed ora vivono in 16 campi profughi attorno a Dohuk, ma “in condizioni da piangere”.
Ma nessuno dei miei racconti può documentare l’intensità del momento di silenzio di suor Suam, quando mi ha tradotto ciò che è accaduto ad una donna loro parente a cui i guerriglieri hanno tolto il bambino di 7 giorni dalle braccia e l’hanno ucciso sbattendolo sulla pietra. Il silenzio è doveroso di fronte a queste barbarie. Le uniche parole che mi sento di scrivere sono quelle del salmo 126 nato in queste terre “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, ma nel tornare,viene con giubilo, portando i suoi covoni”.
L’aereo scende nella luce sospesa tra notte e giorno sopra l’enorme grappolo di luci di Erbil, capitale curda, che in poco più di 6 anni si è trasformata, come una cellula impazzita, da villaggio a metropoli. Dopo l’attraversamento della piana che circonda l’aeroporto (si arriva in una struttura modernissima e poi si viaggia in pullman in mezzo al nulla per 20 minuti prima di guadagnare l’uscita vera) ecco Wisam, l’amico monaco dell’ex monastero di Gesù Redentore di Qaraqosh.
L’abbraccio con me, don Giorgio Scatto della comunità di Marango, suor Gemma, monaca della comunità trentina di Pian del Levro, e Giorgio, mio marito, è lunghissimo, intenso. Si abbraccia un amico che dopo il 6 agosto 2014, con l’avanzata dell’Isis da Mosul per tutta la piana di Ninive, si pensava perduto. Teso, dimagrito, con un berrettino con il frontino sempre in testa, sorridente quanto mai, urla abbracciandoci “Benvenuti, benvenuti… Dio vi benedica”.
Due milioni di profughi accalcati
L’avevo incontrato nel 2012 a Qaraqosh, ma ora, con i fratelli monaci Yasser e Raid, condivide la sorte di due milioni di profughi. L’Onu li definisce Internal dispaced peoples- Idps, e sono due milioni di persone: non solo cristiani, ma anche musulmani sciiti e sunniti, yazidi che hanno perso la loro casa, ma restano nel loro paese. Un mare di persone che da mesi vive o in campi allestiti con tende o in caravan su pezzi di terra brulla alle periferie dei centri urbani o in parchi cittadini (come quello nel cuore di Erbil a cura della chiesa caldea), o in edifici in via di costruzione.
Si accalcano anche quattro o cinque famiglie in appartamenti spesso ancora allo stadio del cemento grezzo, senza intonaco, né pavimenti, né infissi. I nostri amici vivono nel campo di Osal, un agglomerato di case nuove a 30 minuti da Erbil centro e paradossalmente accanto ad un modernissmo dysneland curdo, il “Dynosaur park”. Qui vivono 300 famiglie sfollate in case in costruzione, per fortuna con infissi, divise al loro interno con cartongesso. I punti di riferimento sono Wisam, Raid, Yasser e Rahama, Suam e Victoria, tre suore domenicane, pure profughe due volte, prima da Mosul a Qaraqosh e poi da Qaraqosh a Erbil. “Ho sempre una valigetta pronta” ci dice suor Rahma, mentre i nostri amici monaci nella fuga di notte del 6 agosto 2014 hanno lasciato tutto in monastero, persino i vestiti. Con un sorriso amaro Wisam ci dirà: “Anche l’immagine di Charles de Foucault della saletta di accoglienza sarà stata bruciata da Daesh-Isis!”.
Loro, dal mattino alla notte corrono per i bisogni degli sfollati del campo Osal ed anche del campo approntato nel “palazzo” poco lontano, dove vivono 180 famiglie. Non c’è lavoro per nessuno di questi uomini e donne che da sempre a Qaraqosh, Berthella, Karamless ed altri paesi sulla piana di Ninive, coltivavano le terre degli avi cristiani e avevano impiantato piccoli commerci. Ora sono seduti su sedie di plastica a piccoli gruppi, parlano con gli sguardi vuoti e se ti fermi, mentre ti offrono un tè o un caffè iniziano a raccontarti... molti di loro dicono: “Questa volta basta, non possiamo più vivere con i musulmani, provenivano dai villaggi più poveri e li abbiamo aiutati con le scuole, i centri della salute, ed ora che è arrivato l’Isis i nostri vicini sono i primi che si sono rivoltati contro. Telefonano ad alcuni di noi dicendoci ironicamente che hanno occupato le nostre case e ci chiedono che cosa vogliamo che ci lascino! Non abbiamo più speranza, vogliamo andare via, in Europa, Australia, Canada, aiutateci!”.
Abbandonati e senza speranza
Anche i Curdi sfruttano i cristiani: i prezzi delle case, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati abnormemente. Lo sciacallaggio si è scatenato ovunque, anche ad Ankawa, quartiere cristiano di Erbil da sempre: negli appartamenti sono ospitate 4000 persone, i prezzi per due stanze sono di 900 dollari e molte famiglie che avevano portato via un po’ di soldi accumulati se li stanno mangiando tutti, trovandosi completamente a terra. Padre Jallal, che gestisce un campo di container mi dice: “Molti chiedono asilo nei container, perché in questi campi un po’ di assistenza c’è”. Molti adolescenti sono senza scuola e tentano, per far sopravvivere la famiglia, di trovare qualche lavoretto in nero e i giovani che frequentavano l’ università non possono più andare avanti, non hanno soldi, non conoscono il curdo e oltre allo sradicamento subentra la non integrazione.
Aissar, ventenne, lungo, magro, davanti ad uno scatolone di pere che vende dentro i corridoi del campo dell’Ankawa Mall, mi racconta: “Io frequentavo il primo anno di Scienze ambientali all’università di Mosul, ora non posso più andare all’università e faccio qualcosa per sopravvivere. Ho molta nostalgia di casa, voglio ritornare. Tutti i giovani sfollati che hanno interrotto gli studi non fanno nulla e sono disperati!”. Solo le elementari e medie sono state garantite dagli stessi insegnanti cristiani-iracheni che si sono auto organizzati, sotto le tende, dentro i container, in stanze piccole che a volte contengono 100 allievi.
Abitazioni da 9 metri quadrati
All’Ankawa Mall, un enorme centro commerciale in costruzione, si sono costruite con box e mura in cartongesso stanzette da tre metri per tre, dove vivono 5 o 6 persone: entrando ti investe l’odore di vissuto quotidiano di 420 famiglie e 1.700 persone. Impressionante è anche il rimbombo delle grida di bimbi che si rincorrono nelle scale ancora da finire. Qui in questo grigio e buio contenitore dove la luce penetra da un enorme lucernario, ma non riesce a raggiungere i piani dove si sono attrezzati fornelli e cucine, incontriamo Afnan, già conosciuta tra le donne di preghiera nel monastero di Qaraqosh nel 2012. Ci riconosce e piange. Il suo esiguo spazio è ordinato e pulito. Si tira giù un materasso impilato con altri per la notte (ha con lei due figli) ci si siede per terra, offre subito il caffè e aggiunge: “In questa situazione i valori umani si sono persi, c’è poca collaborazione anche tra la gente, le condizioni portano a far scoppiare molti conflitti”. Virgin, che ora presiede la scuola elementare del campo con 200 bambini in sei classi, ci racconta come i bambini non comunicano più tra loro, è aumentata l’aggressività, molti vivono incubi e non dormono di notte. “Che cosa possiamo fare noi per loro? Che cosa possiamo dire alle nostre comunità in Italia? Queste le domande che ci sorgono e poniamo sempre”. La risposta di Afnan e Virgin è: “Pregate”. Virgin aggiunge: “Vorrei ritornare libera, e non c’è odio nei confronti di chi ci ha fatto tutto questo, ma vogliamo ritornare a vivere in pace nelle nostre terre”.
Di fronte alla nostra fragile fede di cristiani di occidente, le parole di queste cristiane irachene ci lasciano senza fiato. Seduti a terra, con don Giorgio che piange, apriamo tutti le mani per un Padre Nostro in italiano, aramaico, arabo. Un Padre Nostro comune ed in varie lingue che si ripeterà spesso fino all’ultimo momento del nostro viaggio. Da un campo profughi all’altro incontriamo padre Jallal e fratel Basem, rogazionisti iracheni che gestiscono un campo di container con 270 famiglie. “Come tutti quelli di Erbil ed Ankawa - dice padre Jallal in perfetto italiano - questo campo è stato aperto dalla commissione dei vescovi, caldei, siri, ortodossi. Il ruolo della chiesa è essenziale, mentre dallo stato iracheno o curdo non è arrivato quasi nulla. Qui umanamente la gente vive spogliata della propria dignità e man mano che il tempo trascorre l’ incertezza del futuro getta ancora più nella disperazione”. Aggiunge: “Le nostre chiese nelle zone occupate sono state distrutte o trasformate in ristoranti e a fare questo sono stati spesso i musulmani che erano i nostri vicini, con loro un dialogo non sarà mai possibile”. Una posizione, questa, ripetuta in molti incontri.
Si riorganizza la comunità cristiana
Attraversiamo una trafficatissima strada che taglia in due il campo e lungo i cui bordi, con i teli blu dell’Alto Commissariato dei Rifugiati, si sono costruiti banchetti di fortuna che vendono un po’ di cibo. E via verso il Shelter Sport Ankawa, altro ex centro sportivo nel cui cortile oggi vi sono container con 215 famiglie. Il giovane abuna (padre) Bashar, chiamato a destra e a manca, ci racconta mentre ci accompagna: “Questa esperienza è per me nuova, molto sofferta, ma è il mio servizio come sacerdote”. Ci fermiamo a bere il caffè offerto dalla famiglia di Abdhallah, che ci convince che se avessero avuto armi vere si sarebbero difesi. Abuna Bashar gli dice in arabo “lascia perdere”, ed è ben contento quando ci dice che a Natale di persona l’ha chiamato “padre Francesco” o meglio “papa Francesco”. Scopriremo poi che attraverso altre “chiamate” personali papa Francesco è sempre presente lì, tra quei cristiani. Sotto le tende diventate chiese, nei corridoi e pianerottoli dei palazzi, nei magazzini, si riorganizza il catechesimo, il rosario ogni giorno, la messa ogni domenica, la preparazione per la prima comunione, i battesimi dei bimbi che, nonostante tutto, nascono, insomma le “parrocchie in esilio”, per i cristiani iracheni che ormai rischiano la scomparsa, funzionano per il momento da forte legame comunitario.
Yazidi, gli ultimi tra gli ultimi
Ma per le 35 famiglie di Yazidi che visitiamo nel campo di Osal non esiste nessuna struttura di chiesa, nessun legame comunitario. Gli Yazidi, stabilitisi attorno al monte Sinjar nel 1915, in numero di 700 mila, di religione zoorastiana, ora sono i paria tra i profughi. Sotto una struttura di lamiere e cartoni, incontro Ali. Abitava a Sinjar con altre 5.000 persone e mentre l’Isis attaccava, 35 persone della sua famiglia sono salite per 7 giorni al monte Sinjar. La situazione è stata tragica, molte donne hanno lasciato morire i bimbi piccoli perché non avevano acqua, poi con un intervento d’emergenza molti sono stati salvati ed ora vivono in 16 campi profughi attorno a Dohuk, ma “in condizioni da piangere”.
Ma nessuno dei miei racconti può documentare l’intensità del momento di silenzio di suor Suam, quando mi ha tradotto ciò che è accaduto ad una donna loro parente a cui i guerriglieri hanno tolto il bambino di 7 giorni dalle braccia e l’hanno ucciso sbattendolo sulla pietra. Il silenzio è doveroso di fronte a queste barbarie. Le uniche parole che mi sento di scrivere sono quelle del salmo 126 nato in queste terre “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, ma nel tornare,viene con giubilo, portando i suoi covoni”. - See more at: http://www.lavitadelpopolo.it/Mondo/Cristiani-d-Iraq-hanno-perso-tutto-ma-non-la-fede-nostro-reportage-da-Erbil#sthash.dP5PJ2Vf.dpuf
L’aereo scende nella luce sospesa tra notte e giorno sopra l’enorme grappolo di luci di Erbil, capitale curda, che in poco più di 6 anni si è trasformata, come una cellula impazzita, da villaggio a metropoli. Dopo l’attraversamento della piana che circonda l’aeroporto (si arriva in una struttura modernissima e poi si viaggia in pullman in mezzo al nulla per 20 minuti prima di guadagnare l’uscita vera) ecco Wisam, l’amico monaco dell’ex monastero di Gesù Redentore di Qaraqosh.
L’abbraccio con me, don Giorgio Scatto della comunità di Marango, suor Gemma, monaca della comunità trentina di Pian del Levro, e Giorgio, mio marito, è lunghissimo, intenso. Si abbraccia un amico che dopo il 6 agosto 2014, con l’avanzata dell’Isis da Mosul per tutta la piana di Ninive, si pensava perduto. Teso, dimagrito, con un berrettino con il frontino sempre in testa, sorridente quanto mai, urla abbracciandoci “Benvenuti, benvenuti… Dio vi benedica”.
Due milioni di profughi accalcati
L’avevo incontrato nel 2012 a Qaraqosh, ma ora, con i fratelli monaci Yasser e Raid, condivide la sorte di due milioni di profughi. L’Onu li definisce Internal dispaced peoples- Idps, e sono due milioni di persone: non solo cristiani, ma anche musulmani sciiti e sunniti, yazidi che hanno perso la loro casa, ma restano nel loro paese. Un mare di persone che da mesi vive o in campi allestiti con tende o in caravan su pezzi di terra brulla alle periferie dei centri urbani o in parchi cittadini (come quello nel cuore di Erbil a cura della chiesa caldea), o in edifici in via di costruzione.
Si accalcano anche quattro o cinque famiglie in appartamenti spesso ancora allo stadio del cemento grezzo, senza intonaco, né pavimenti, né infissi. I nostri amici vivono nel campo di Osal, un agglomerato di case nuove a 30 minuti da Erbil centro e paradossalmente accanto ad un modernissmo dysneland curdo, il “Dynosaur park”. Qui vivono 300 famiglie sfollate in case in costruzione, per fortuna con infissi, divise al loro interno con cartongesso. I punti di riferimento sono Wisam, Raid, Yasser e Rahama, Suam e Victoria, tre suore domenicane, pure profughe due volte, prima da Mosul a Qaraqosh e poi da Qaraqosh a Erbil. “Ho sempre una valigetta pronta” ci dice suor Rahma, mentre i nostri amici monaci nella fuga di notte del 6 agosto 2014 hanno lasciato tutto in monastero, persino i vestiti. Con un sorriso amaro Wisam ci dirà: “Anche l’immagine di Charles de Foucault della saletta di accoglienza sarà stata bruciata da Daesh-Isis!”.
Loro, dal mattino alla notte corrono per i bisogni degli sfollati del campo Osal ed anche del campo approntato nel “palazzo” poco lontano, dove vivono 180 famiglie. Non c’è lavoro per nessuno di questi uomini e donne che da sempre a Qaraqosh, Berthella, Karamless ed altri paesi sulla piana di Ninive, coltivavano le terre degli avi cristiani e avevano impiantato piccoli commerci. Ora sono seduti su sedie di plastica a piccoli gruppi, parlano con gli sguardi vuoti e se ti fermi, mentre ti offrono un tè o un caffè iniziano a raccontarti... molti di loro dicono: “Questa volta basta, non possiamo più vivere con i musulmani, provenivano dai villaggi più poveri e li abbiamo aiutati con le scuole, i centri della salute, ed ora che è arrivato l’Isis i nostri vicini sono i primi che si sono rivoltati contro. Telefonano ad alcuni di noi dicendoci ironicamente che hanno occupato le nostre case e ci chiedono che cosa vogliamo che ci lascino! Non abbiamo più speranza, vogliamo andare via, in Europa, Australia, Canada, aiutateci!”.
Abbandonati e senza speranza
Anche i Curdi sfruttano i cristiani: i prezzi delle case, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati abnormemente. Lo sciacallaggio si è scatenato ovunque, anche ad Ankawa, quartiere cristiano di Erbil da sempre: negli appartamenti sono ospitate 4000 persone, i prezzi per due stanze sono di 900 dollari e molte famiglie che avevano portato via un po’ di soldi accumulati se li stanno mangiando tutti, trovandosi completamente a terra. Padre Jallal, che gestisce un campo di container mi dice: “Molti chiedono asilo nei container, perché in questi campi un po’ di assistenza c’è”. Molti adolescenti sono senza scuola e tentano, per far sopravvivere la famiglia, di trovare qualche lavoretto in nero e i giovani che frequentavano l’ università non possono più andare avanti, non hanno soldi, non conoscono il curdo e oltre allo sradicamento subentra la non integrazione.
Aissar, ventenne, lungo, magro, davanti ad uno scatolone di pere che vende dentro i corridoi del campo dell’Ankawa Mall, mi racconta: “Io frequentavo il primo anno di Scienze ambientali all’università di Mosul, ora non posso più andare all’università e faccio qualcosa per sopravvivere. Ho molta nostalgia di casa, voglio ritornare. Tutti i giovani sfollati che hanno interrotto gli studi non fanno nulla e sono disperati!”. Solo le elementari e medie sono state garantite dagli stessi insegnanti cristiani-iracheni che si sono auto organizzati, sotto le tende, dentro i container, in stanze piccole che a volte contengono 100 allievi.
Abitazioni da 9 metri quadrati
All’Ankawa Mall, un enorme centro commerciale in costruzione, si sono costruite con box e mura in cartongesso stanzette da tre metri per tre, dove vivono 5 o 6 persone: entrando ti investe l’odore di vissuto quotidiano di 420 famiglie e 1.700 persone. Impressionante è anche il rimbombo delle grida di bimbi che si rincorrono nelle scale ancora da finire. Qui in questo grigio e buio contenitore dove la luce penetra da un enorme lucernario, ma non riesce a raggiungere i piani dove si sono attrezzati fornelli e cucine, incontriamo Afnan, già conosciuta tra le donne di preghiera nel monastero di Qaraqosh nel 2012. Ci riconosce e piange. Il suo esiguo spazio è ordinato e pulito. Si tira giù un materasso impilato con altri per la notte (ha con lei due figli) ci si siede per terra, offre subito il caffè e aggiunge: “In questa situazione i valori umani si sono persi, c’è poca collaborazione anche tra la gente, le condizioni portano a far scoppiare molti conflitti”. Virgin, che ora presiede la scuola elementare del campo con 200 bambini in sei classi, ci racconta come i bambini non comunicano più tra loro, è aumentata l’aggressività, molti vivono incubi e non dormono di notte. “Che cosa possiamo fare noi per loro? Che cosa possiamo dire alle nostre comunità in Italia? Queste le domande che ci sorgono e poniamo sempre”. La risposta di Afnan e Virgin è: “Pregate”. Virgin aggiunge: “Vorrei ritornare libera, e non c’è odio nei confronti di chi ci ha fatto tutto questo, ma vogliamo ritornare a vivere in pace nelle nostre terre”.
Di fronte alla nostra fragile fede di cristiani di occidente, le parole di queste cristiane irachene ci lasciano senza fiato. Seduti a terra, con don Giorgio che piange, apriamo tutti le mani per un Padre Nostro in italiano, aramaico, arabo. Un Padre Nostro comune ed in varie lingue che si ripeterà spesso fino all’ultimo momento del nostro viaggio. Da un campo profughi all’altro incontriamo padre Jallal e fratel Basem, rogazionisti iracheni che gestiscono un campo di container con 270 famiglie. “Come tutti quelli di Erbil ed Ankawa - dice padre Jallal in perfetto italiano - questo campo è stato aperto dalla commissione dei vescovi, caldei, siri, ortodossi. Il ruolo della chiesa è essenziale, mentre dallo stato iracheno o curdo non è arrivato quasi nulla. Qui umanamente la gente vive spogliata della propria dignità e man mano che il tempo trascorre l’ incertezza del futuro getta ancora più nella disperazione”. Aggiunge: “Le nostre chiese nelle zone occupate sono state distrutte o trasformate in ristoranti e a fare questo sono stati spesso i musulmani che erano i nostri vicini, con loro un dialogo non sarà mai possibile”. Una posizione, questa, ripetuta in molti incontri.
Si riorganizza la comunità cristiana
Attraversiamo una trafficatissima strada che taglia in due il campo e lungo i cui bordi, con i teli blu dell’Alto Commissariato dei Rifugiati, si sono costruiti banchetti di fortuna che vendono un po’ di cibo. E via verso il Shelter Sport Ankawa, altro ex centro sportivo nel cui cortile oggi vi sono container con 215 famiglie. Il giovane abuna (padre) Bashar, chiamato a destra e a manca, ci racconta mentre ci accompagna: “Questa esperienza è per me nuova, molto sofferta, ma è il mio servizio come sacerdote”. Ci fermiamo a bere il caffè offerto dalla famiglia di Abdhallah, che ci convince che se avessero avuto armi vere si sarebbero difesi. Abuna Bashar gli dice in arabo “lascia perdere”, ed è ben contento quando ci dice che a Natale di persona l’ha chiamato “padre Francesco” o meglio “papa Francesco”. Scopriremo poi che attraverso altre “chiamate” personali papa Francesco è sempre presente lì, tra quei cristiani. Sotto le tende diventate chiese, nei corridoi e pianerottoli dei palazzi, nei magazzini, si riorganizza il catechesimo, il rosario ogni giorno, la messa ogni domenica, la preparazione per la prima comunione, i battesimi dei bimbi che, nonostante tutto, nascono, insomma le “parrocchie in esilio”, per i cristiani iracheni che ormai rischiano la scomparsa, funzionano per il momento da forte legame comunitario.
Yazidi, gli ultimi tra gli ultimi
Ma per le 35 famiglie di Yazidi che visitiamo nel campo di Osal non esiste nessuna struttura di chiesa, nessun legame comunitario. Gli Yazidi, stabilitisi attorno al monte Sinjar nel 1915, in numero di 700 mila, di religione zoorastiana, ora sono i paria tra i profughi. Sotto una struttura di lamiere e cartoni, incontro Ali. Abitava a Sinjar con altre 5.000 persone e mentre l’Isis attaccava, 35 persone della sua famiglia sono salite per 7 giorni al monte Sinjar. La situazione è stata tragica, molte donne hanno lasciato morire i bimbi piccoli perché non avevano acqua, poi con un intervento d’emergenza molti sono stati salvati ed ora vivono in 16 campi profughi attorno a Dohuk, ma “in condizioni da piangere”.
Ma nessuno dei miei racconti può documentare l’intensità del momento di silenzio di suor Suam, quando mi ha tradotto ciò che è accaduto ad una donna loro parente a cui i guerriglieri hanno tolto il bambino di 7 giorni dalle braccia e l’hanno ucciso sbattendolo sulla pietra. Il silenzio è doveroso di fronte a queste barbarie. Le uniche parole che mi sento di scrivere sono quelle del salmo 126 nato in queste terre “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, ma nel tornare,viene con giubilo, portando i suoi covoni”. - See more at: http://www.lavitadelpopolo.it/Mondo/Cristiani-d-Iraq-hanno-perso-tutto-ma-non-la-fede-nostro-reportage-da-Erbil#sthash.dP5PJ2Vf.dpuf

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Bishop: Make war on ISIS

By CBS

The leader of one of Christianity's oldest communities reluctantly says that waging war against ISIS - killing their fighters - is the only way to stop the radical Islamists from destroying Christianity in Iraq.
Archbishop Bashar Warda of Erbil speaks to Lara Logan for her report on the plight of thousands of Christians forced to flee ancestral homes from ISIS. Her story will be broadcast on 60 Minutes Sunday, March 22 AT 7 p.m. ET/PT.
The situation with ISIS in Northern Iraq is a dire one for Christians, says Archbishop Warda. "For me, Daesh is a cancer," says the Chaldean Catholic prelate referring to ISIS by its Arabic name. "So sometimes you take some hard measures, unfortunate measures, to deal and treat this cancer," he says.
The bishop has seen his flock expand by about 60,000 people in recent months because of an influx of Christian refugees who fled Mosul and the surrounding villages on the Nineveh Plains when ISIS stormed the area last summer. Should the military defeat them, asks Logan. "Please God," replies the archbishop.
Logan speaks to an Iraqi refugee who was given a choice by ISIS to convert to Islam or be killed. He agreed to convert - and his entire family was forced to do the same. But about a month later, ISIS members came to their door and advised them that under their interpretation of Islamic law, 10-year-old girls, like their daughter, should be married. "As soon as they left, my wife and I shut the door. We looked at each other and she started to cry -- and pray." They managed to escape to Erbil by taxi, swearing that they were Muslims at each ISIS checkpoint.
Erbil, in Iraq's Kurdish-controlled North, the capital of what's referred to as Kurdistan, offers a sanctuary for many fleeing Christians. There, the Kurdish Peshmerga fighters offer a bulwark against ISIS. In all, it is believed some 200,000 Christians have been displaced by ISIS. Logan finds an entire Christian village empty.
Father Yusuuf Ibrahim was one of the last monks in a 1,600-year-old monastery, where prayers and services were still said in Aramaic, the language spoken by Jesus. He fled to Erbil; he is not optimistic about the future of Christians in the area. "We don't know exactly but we are expecting the worse," he tells Logan. Just a few miles from the monastery is the frontline, where the flag of ISIS can be seen flying in the distance. Every town and village between that frontline and Mosul is in the Islamic State's hands, Logan reports. And now, she adds, "for the first time in nearly 2,000 years, it is believed that the city of Mosul has no Christians left in it."
Nicodemus Sharaf is the archbishop of the Syriac Orthodox Church in Mosul. He just made it out of the city with five ancient texts, but had to leave behind hundreds more, many precious relics of early Christianity. "I think they burn all the books. And we have books from the first century of the Christianity," he says, beginning to cry and telling Logan it's the first time since the birth of Christianity in Iraq that Christians can't pray in their churches. But the archbishop says Christianity is indomitable. "They take everything from us, but they cannot take the God from our hearts, they cannot."

See the interview to Bishop Warda by CBS by clicking here

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Archbishop Lingua ends his tour of duty as Holy See nuncio to Jordan, Iraq

By Abouna.org

The Catholic Center for Studies and Media (CCSM) announced Wednesday, March 18, that Pope Francis had named Archbishop Giorgio Lingua as apostolic nuncio to the Republic of Cuba succeeding former ambassador Archbishop Bruno Musarò who had earlier been named as apostolic nuncio to Egypt. Archbishop Lingua had served in the Vatican diplomatic corps since 1992 before becoming archbishop and before serving as apostolic nuncio for the first time to the Hashemite Kingdom of Jordan and the Iraqi Republic.
The CCS added is a statement issued today: “Archbishop Lingua leaves today for a new mission after having experienced one of the most important and dangerous stages in the Middle East which witnessed the unprecedented sprouting of extremist movements, as well as the oppression practised against Christians in Iraq and their unpredictable future particularly for those living in Jordan. The bishop, who was ordained archbishop on the eve of the convening of the Synod of Bishops for the Middle East in the Vatican, demonstrated over his five years of service his affection for the displaced and the suffering. He also paid tribute and support for the charity organizations that provide their services to the displaced brethren, particularly the Catholic associations that serve everyone without exception. The latest activity he had a month ago was sponsoring and organizing, alongside Caritas Jordan, the conference of charity associations that help alleviate the suffering of the displaced Iraqis.
The statement continued: “It is to be noted that Archbishop Lingua, who learned Arabic and mastered Mass celebrations in Arabic, had made preparations for receiving Pope Francis during his visit to the Hashemite Kingdom of Jordan, being the first leg of his historic pilgrimage trip to the Holy Land, in its capacity as the first visit of the pope of simplicity and humility to the Middle East. Lingua leaves for Cuba at a time when US-Cuban détente is witnessed. US President Obama earlier announced that Pope Francis had contributed to the normalization of relations in the wake of the lingering state of stalemate. He, consequently, comes to Cuba--with a career starting in 1992--at a time when the Holy See diplomacy is highly appreciated.
With the end of his term of duty, Archbishop Lingua said in press statements:  "The diplomatic relations between the Holy See and the Hashemite Kingdom of Jordan, which we celebrated last year its 20th anniversary, are definitely a step in the right direction, and this is attributed to the wisdom of the Hashemite leadership in the Kingdom of Jordan and the papal leadership in the Vatican. What instills satisfaction is to realize that up to this very day there are those who believe without hesitation that peace is possible, and that it can be attained through dialogue, cooperation as well as through unstinting endeavors to bring about the common good.” He stressed that the Hashemite Kingdom of Jordan and the Holy See jointly and indefatigably strive to entrench permanent peace and stability in the region, that they are convinced that this will be possible only through the goodwill of everyone, without exception, and that there will be no peace unless human rights of all people are respected particularly the most vulnerable.
He added: "I have felt the brotherly love in Jordan. For example, a young mechanic fixed my car under heavy rain, and instead of exploiting me being a foreigner, he told me: ‘You are welcome in Jordan.’ I never met him before and I might not see him in the future, but he made me know that I was welcome as a brother and a friend.’’ He concluded his statement by saying: “I hope that the Jordanian people will continue its march as a model of religious and peaceful coexistence among the various components of society.”
The Holy See has not yet named the successor of Archbishop Lingua, namely the nuncio to Jordan and Iraq.
The statement--issued by Fr. Rif’at Bader, director of the CCSM which was established by the Latin Patriarchate in 2012--paid tribute to Archbishop Lingua for his benevolent and noble efforts, as well as for his cooperation with the heads of the local churches, with the civil and political authorities, and with the citizens and with those arriving in Jordan and Iraq. The statement also wishes him a blessed and successful mission in Cuba so as to continue incorporating the diplomatic action with the culture of meeting, love and compassion with those suffering in the world.

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giovedì, marzo 19, 2015

 

Lo stato islamico distrugge il monastero di Mar Behnam e Sarah ad est di Mosul

By Baghdadhope*

 Un altro pezzo della storia della cristianità va in fumo in Iraq.
Secondo fonti locali questa volta ad essere distrutto è stato il Monastero di Mar Benham e Sarah, già in  passato obiettivo della furia dei miliziani dello stato islamico che si sono accaniti anche su alcuni santuari sciiti della provincia di Hamdaniya.
Il complesso religioso, sito ad est di Mosul, è stato minato e fatto esplodere dopo essere stato svuotato di quanto si potesse rubare. Il monastero, risalente al IV secolo, dal XVIII secolo era affidato alla chiesa siro cattolica ed era stato ampliato e restaurato nel 1986.

La leggenda narra che Behnam, figlio del re Sennacherib durante una partita di caccia perse la strada e fu costretto a rifugiarsi in una caverna dove incontrò il monaco santo Matta che gli parlò del cristianesimo. Behnam ne fu molto impressionato e chiese a Mar Matta se sarebbe stato in grado di curare sua sorella Sarah, probabilmente affetta da lebbra. Mar Matta guarì Sarah ed i due fratelli si convertirono al cristianesimo. Una conversione sgradita al padre che dopo aver tentato di convincerli a rinnegare il cristianesimo li fece uccidere, un atto che lo condusse però alla pazzia. Per aiutarlo la moglie lo portò nel luogo dell'esecuzione du Behnam e Sarah, il re ritrovò il senno e chiese a Mar Matta di battezzare lui e sua moglie decidendo, inoltre, di far costruire un monumento nell'esatto luogo del martirio dei suoi figli: quello che sarebbe diventato il nucleo originario del monastero di Mar Behnam.    




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